Nato a Gioiosa Jonica 74 anni fa, era una figura chiave per l’insediamento dei clan calabresi in Piemonte. Con lui se ne vanno molti segreti sull’omicidio del procuratore capo di Torino
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
L’ultima volta che era comparso in pubblico era l’autunno del 2016, in un’aula del Tribunale di Milano. Arrivò al piano terra della corte d’assise su una sedia a rotelle, abiti ordinari e lo sguardo nascosto dietro occhiali scuri. In quell’occasione respinse ancora una volta ogni responsabilità per l’omicidio che lo aveva consegnato alla storia giudiziaria italiana: «Su Caccia mi hanno preso in mezzo. Non ho fatto nulla, sono stato 30 anni in galera da innocente». Poi più nulla.
Ieri mattina, lo racconta oggi La Stampa, il suo nome ha ricominciato a circolare negli ambienti investigativi. Alle 10.06, nell’ospedale di Chivasso, si è spento Domenico Belfiore, 74 anni, originario di Gioiosa Jonica. La causa del decesso è stata un infarto. Con lui scompare una figura centrale della presenza della ’ndrangheta in Piemonte, considerato per decenni un riferimento autorevole, temuto e ascoltato.
La sua vicenda resta segnata da un paradosso: mai una condanna formale per associazione mafiosa, ma un ergastolo come mandante dell’assassinio del procuratore capo di Torino Bruno Caccia, ucciso il 26 giugno 1983 da un commando calabrese. Secondo le sentenze, fu Belfiore a pianificare l’eliminazione di uno dei simboli della magistratura torinese negli anni più bui della violenza politica e criminale.
Attorno a quell’omicidio, tuttavia, continuano a restare zone d’ombra. Al lavoro investigativo che negli anni ha ricostruito tasselli decisivi, si affianca la sensazione che manchino ancora passaggi fondamentali, soprattutto su eventuali convergenze di interessi collocate a un livello superiore rispetto a una singola articolazione di ’ndrangheta.
La morte di Belfiore chiude così un’ulteriore possibilità di accesso a una verità più ampia. Da quanto trapela, il boss non avrebbe lasciato dichiarazioni né indicazioni prima di morire, portando con sé informazioni potenzialmente decisive non solo sull’omicidio Caccia, ma sull’intera fase di radicamento della criminalità organizzata calabrese al Nord. Un ruolo che, secondo il collaboratore di giustizia Domenico Agresta, lo poneva sullo stesso piano del patriarca della potente famiglia di Platì trapiantata nel Torinese: «Quando mio nonno si è sposato – ha raccontato Agresta – ha invitato solo Domenico Belfiore. Si rispettavano molto, erano allo stesso livello».
Nonostante la condanna al fine pena mai, Belfiore aveva lasciato il carcere nel 2015 per un differimento della pena legato a gravi condizioni di salute. I giudici avevano disposto i domiciliari.
Subito dopo la scarcerazione, ricorda ancora La Stampa, un investigatore della Mobile, oggi in pensione, ebbe l’intuizione di inviargli una lettera anonima: «Se parlo io su Caccia andate tutti alle Vallette», seguita da una lista di nomi eccellenti. Poco dopo, un trojan installato sull’iPad regalatogli dalla figlia intercettò una conversazione con il cognato Placido Barresi: «Ma a Rocco “Barca” è arrivata pure?». “Barca” era Rocco Schirripa, condannato all’ergastolo in via definitiva.
Non era la prima volta. Decenni prima, un collaboratore di giustizia aveva registrato Belfiore in carcere mentre rivendicava apertamente il delitto: «Per Caccia dovete dire grazie a noi».



