Tra i 79 arresti dell’operazione "Confederazione", emerge il volto di una criminalità che si rigenera attraverso simboli arcaici e nuove ambizioni. Il rito non è più solo tradizione, ma un inquietante strumento di "marketing criminale" per affascinare le nuove leve, mentre il tessuto economico cittadino scivola in una "comoda" sottomissione
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L'ultima imponente operazione coordinata dalla DDA di Reggio Calabria, che ha visto l’impiego di oltre 500 uomini tra Polizia e Carabinieri, ha colpito al cuore una vera e propria "confederazione" tra le storiche cosche cittadine. Ma ciò che le carte dell’inchiesta e le parole dei magistrati in conferenza stampa ci restituiscono è il tentativo asfissiante della 'ndrangheta di rigenerarsi, suggestionando i più giovani con un fascino distorto.
Il rito come "marketing" per i ragazzi
Dobbiamo riflettere, come comunità educante, su un dato emerso con chiarezza: le "doti" e le cariche mafiose, dal Vangelo in su, oggi hanno assunto una funzione di "marketing criminale". Non sono più solo rigidi codici operativi, ma strumenti di attrazione utilizzati dai vertici per "affascinare" e coptare i potenziali sodali. Per un giovane, ricevere una "dote" in occasione di una laurea o di un evento privato non è folklore, ma un cinico "lasciapassare" per accreditarsi nel mondo dell'imprenditoria con la forza di un legame già consolidato. È l’illusione di una dignità che si compra con l'appartenenza, una risposta tossica a un vuoto di opportunità che lo Stato fatica a colmare.
La fine delle divisioni: la "Mafia Arcota" unitaria
L'indagine svela una mutazione profonda: le antiche dicotomie tra i De Stefano, i Tegano e i Condello sono svanite in favore di un comune progetto organizzativo. Gli inquirenti parlano oggi di un'unica "mafia arcota", un corpo unitario dove il potere di intimidazione non deriva più dal singolo cognome, ma da un vincolo collettivo che rende queste famiglie una falange indistinguibile. In questo scacchiere, persino le armi cambiano funzione: la loro disponibilità viene ostentata e "rappresentata" nei tavoli che contano come strumento di accreditamento; chi ha l'arsenale più vasto ha più voce nelle decisioni della confederazione.
La "mollezza" dell'economia e la sottomissione comoda
Accanto alla violenza, emerge un profilo sociale inquietante: la "mollezza" del tessuto economico reggino. Se molti imprenditori subiscono con terrore, altri hanno trovato "comodo" piegarsi. Per alcune realtà, l’intermediazione della 'ndrangheta negli appalti – come nel caso emblematico del polo ferroviario – è diventata una "soluzione di garanzia" per il quieto vivere del consorzio. È la sconfitta del libero mercato e della dignità del lavoro, trasformato dai clan in uno strumento di asservimento che controlla assunzioni, licenziamenti e persino le dinamiche sindacali.
Tensioni e "defibrillazioni" nelle periferie
Il controllo del territorio ha vissuto momenti di "defibrillazione" e tensione, specialmente quando la confederazione ha deciso di ricollocare i propri rappresentanti in aree strategiche come Arghillà o le zone precollinari di Ortì e Oliveto. Arghillà, in particolare, viene descritta come un "fortino" dove la marginalità sociale e il degrado diventano il brodo di coltura ideale per il crimine. Qui, il gruppo Morelli ha agito come "braccio armato" dei clan di Archi, intervenendo per sedare frizioni nate da condotte predatorie non autorizzate.
Una sfida educativa prima che repressiva
Come cronisti, non possiamo limitarci a contare gli arresti o i sequestri delle sei società che fungevano da polmone economico del gruppo. Dobbiamo guardare al grido che si leva da questa inchiesta: finché la 'ndrangheta riuscirà a vendere ai nostri ragazzi l'idea che l'onore si ottenga con un rito o con un'arma ostentata, la battaglia sarà lunga. Proteggere i giovani dal "falso onore" è un dovere che non può essere delegato solo alle divise.
Resta fermo, per tutti gli indagati, il principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva, ricordando che ci troviamo nella fase delle indagini preliminari. Ma il dovere di una "resistenza sociale" resta, oggi più che mai, urgente.

