Il racconto di Gaetano Chirico nelle intercettazioni e le scuse fatte all’allora capobastone di Sant’Onofrio. La truffa milionaria spendendo il nome di “Peppe ‘Mbroggja” e la spedizione punitiva
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Offre anche uno spaccato sui rapporti tra esponenti dei clan reggini e vibonesi, l’operazione antimafia Matrix della Dda di Reggio Calabria. Un’inchiesta che ha portato in carcere Gaetano Chirico di Archi, ritenuto uno dei reggenti attuali del clan De Stefano e nipote dei defunti boss Paolo, Giorgio e Giovanni De Stefano, tutti uccisi negli anni ’70 e ’80. Gaetano Chirico nelle intercettazioni agli atti dell’inchiesta si sarebbe più volte vantato di aver intessuto stretti legami con diversi esponenti di peso della famiglia Mancuso di Limbadi e Nicotera. Una vicinanza talmente stretta che Gaetano Chirico avrebbe partecipato in prima persona anche ad una “spedizione” punitiva a Genova che avrebbe finito però per toccare per errore un parente dei Bonavota di Sant’Onofrio.
La ricostruzione della Dda
“Anche attraverso un aneddoto – ricostruisce la Dda – Gaetano Chirico faceva riferimento al suo pieno inserimento in contesti di ‘ndrangheta allorquando riferiva di avere fatto parte di una spedizione che avrebbe dovuto malmenare dei soggetti a Genova che avevano avuto l’ardire di consumare una truffa di un miliardo e seicento milioni delle vecchie lire spendendo, inopinatamente, il nome di Giuseppe Mancuso (classe 1949), detto “Mbrogghia”.
Lo scopo dei partecipanti alla spedizione punitiva sarebbe stato quello di dare “una lezione a chi aveva osato, senza alcuna autorizzazione, commettere simili azioni in nome e per conto dell’importante casato di ‘ndrangheta dei Mancuso. In effetti – ricostruisce la Dda di Reggio Calabria – si inferisce che a seguito di atti di violenza fisica e del danneggiamento del locale, per mero errore era stato aggredito un soggetto che risultava il referente criminale nella zona del clan Bonavota di Sant’Onofrio”. Dopo l’accaduto, Gaetano Chirico si sarebbe recato, immediatamente, da Vincenzo Bonavota, il fondatore e reggente dell’omonimo clan di Sant’Onofrio (deceduto per cause naturali a metà anni ’90) per rassegnare le proprie scuse in ordine al malinteso sorto con il suo familiare, scongiurando così che vi potessero essere ulteriori e future azioni ritorsive.
Il racconto di Chirico e il pestaggio di Onofrio
Stando al racconto fatto da Gaetano Chirico nelle intercettazioni con Giuseppe Saraceno, sarebbe stato Luni Mancuso, indicato come il fratello di “Peppe Mancuso ‘Mbrogghja”, quindi Pantaleone Mancuso, detto “l’Ingegnere”, ad interessare lo stesso Chirico affinchè prendesse parte alla spedizione punitiva a Genova. “Gli ho detto a Luni che non c’era problema – afferma Chirico nelle intercettazioni – dato che noi giravamo tutta l’Italia. Gli dissi di non preoccuparsi e di darmi l’indicazione per trovare questa persona. Invece, quando siamo arrivati lì, siamo entrati in questo bar a Genova, che stavamo salendo alla fiera per fare queste truffe, e abbiamo parcheggiato. Io e Pino siamo saltati dalla macchina e come entriamo nel bar Luni gli ha dato uno schiaffone ad uno. Abbiamo combinato il macello, siamo entrati là dentro e gli abbiamo distrutto tutto. Di colpo prendo uno io e due puntate nel culo, due schiaffoni e l’ho buttato fuori, mentre cade per terra questo si gira e mi fa: ma io sono con Luni…”. Gaetano Chirico avrebbe quindi così scoperto che il pestato “era un boss di Genova, un certo Onofrio, minchia..che poi era parente di questi qua di Sant’Onofrio, di Pasquale, di Enzino Bonavota. E comunque poi siamo andati da Enzino a giustificare questa cosa, che ci siamo ingarbugliati, perché gli ho detto: Che sapevo io, Enzino? Non vi preoccupate, ha risposto Enzino, è un cugino mio, ma ormai…”.
Per gli inquirenti, Enzino Bonavota va identificato in “Vincenzo Bonavota nato a Sant’Onofrio l’8.10.1950, deceduto nel 1998 (che ha un figlio di nome Pasquale), ritenuto in vita il capo dell’omonimo sodalizio di ‘ndrangheta, egemone nel territorio di Sant’Onofrio”. Il boss di Genova a nome Onofrio non è stato invece oggetto di identificazione da parte degli investigatori, ma è un dato di fatto che in varie operazioni antimafia è emersa la figura di Onofrio Garcea quale reggente dei clan a Genova e, a sua volta, strettamente imparentato con i Bonavota di Sant’Onofrio. Pantaleone e Giuseppe Mancuso non figurano tra gli indagati dell’operazione Matrix.



