'Ndrangheta nel Vibonese, altro terremoto. Ci sono due nuovi collaboratori di giustizia

Colpo di scena nel corso della nuova udienza del processo Rinascita Scott. Gaetano Cannatà e Michele Camillò hanno deciso di saltare il fosso e di parlare con i magistrati della Dda di Catanzaro. Le loro rivelazioni potrebbero provocare un altro duro colpo alla criminalità organizzata della provincia (ASCOLTA L'AUDIO)

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di G. B.
14 settembre 2020
20:28
L’aula bunker di Rebibbia
L’aula bunker di Rebibbia

Nuovo “terremoto” giudiziario a Vibo Valentia e questa volta a finire seriamente nei guai potrebbero essere anche coloro al momento solo sfiorati dall’inchiesta “Rinascita-Scott”

 

La novità giudiziaria arriva direttamente dall’aula bunker del carcere romano di Rebibbia dove è in corso l’udienza preliminare proprio per il procedimento “Rinascita-Scott”.

Chi ha saltato il fosso

A saltare il “fosso” ed a decidere di collaborare con la giustizia sono due elementi di rilievo negli organigrammi dei clan dominanti sulla città di Vibo Valentia: Michele Camillò, 38 anni, e Gaetano Cannatà, 46 anni.

Il profilo di Cannatà

Il solo alias con cui è chiamato a Vibo Gaetano Cannatà spiega molte cose: “Sapi tuttu”. Un personaggio ben informato su quanto avveniva a Vibo Valentia in ambito criminale e non solo, tanto che a lui si rivolgeva persino Andrea Mantella – che di certo aveva il controllo del territorio – per conoscere ogni tipo di novità. “Sapi tuttu”, “Sa tutto”, appunto. Gaetano Cannatà ha conosciuto la violenza mafiosa sin da piccolissimo quando un fratello (all’epoca solo un bambino) gli è stato ucciso per errore in un bar di San Ferdinando. 

 

Quindi il coinvolgimento insieme all’altro fratello Francesco (di 44 anni) nell’operazione antiusura denominata “Insomnia” scattata nel 2014 ad opera della Dda di Catanzaro. Al termine dei processi è stato condannato a 6 anni di reclusione, mentre il fratello Francesco ha rimediato 4 anni di carcere. Quindi il coinvolgimento nel dicembre scorso nell’operazione Rinascita-Scott”(anche in questo caso insieme al fratello Francesco) con l’accusa di associazione mafiosa (clan Lo Bianco) ed abusivo esercizio del credito finanziario.

 

Imparentati con i D’Andrea (alias “Coscia d’Agneiu”, anche loro imputati in Rinascita-Scott), sia Gaetano Cannatà che Francesco Cannatà sono ritenuti in stretti rapporti con Giovanni D’Andrea e si sarebbero dedicati in particolare «all’esercizio abusivo del credito e all’usura».

Il profilo di Camillò

Camillò ha 38 anni ed è soprattutto il figlio di Domenico, 79 anni, ritenuto uno dei massimi esponenti della ‘ndrangheta di Vibo Valentia ed accusato in Rinascita-Scott di essere il reggente della ‘ndrina dei Pardea, detti “Ranisi”.

 

Proprio insieme al padre Michele Camillò è accusato di detenzione illegale di armi in concorso anche con Domenico (Mommo) Macrì. Porterebbe in “copiata”, all’atto dell’affiliazione alla ‘ndrangheta, il nome di Bartolomeo Arena, anche lui passato fra i collaboratori di giustizia. Il 14 gennaio del 2018 è accusato di aver materialmente danneggiato a colpi di fucile, insieme a Luigi Federici, un’autovettura, mentre il 13 gennaio 2018 avrebbe mandato il nipote Domenico Camillò (cl. ’94) ad incendiare l’auto della moglie di un vicino di casa che aveva segnalato all’amministratore del condominio il furto di energia elettrica da parte di Michele Camillò. Nel 2018, invece, Michele Camillò è stato arrestato per ricettazione, detenzione illegale di armi e munizioni.

 

I carabinieri del Nucleo operativo e radiomobile (Norm) della Compagnia di Vibo Valentia, in collaborazione con lo Squadrone Eliportato Cacciatori “Calabria”, nel sottoscala dell’abitazione di Michele Camillò, occultate in alcune sacche di stoffa, hanno infatti trovato: una pistola beretta calibro 9 con matricola abrasa ed una pistola beretta calibro 7,65 con matricola punzonata. Entrambe le armi sono da ritenersi clandestine.

 

Trovato poi un revolver beretta calibro 4 con colpo singolo non censito in banca dati; 250 munizioni calibro 9 luger; 100 colpi calibro 32 Sw; 100 munizioni calibro 45 Acp. Armi di cui proprio Michele Camillò potrà ora spiegare la provenienza ma soprattutto indicare gerarchie, affari e rapporti della ‘ndrina dei “Pardea-Camillò-Macrì” che secondo le accuse sarebbe guidata dal padre e che dal 2012 si sarebbe staccata dal clan Lo Bianco entrando in contrasto con la ‘ndrina dei Pugliese, alias “Cassarola”.

Duro colpo per i boss

Due nuovi collaboratori di giustizia, dunque, sono pronti a ridisegnare la “geografia” degli assetti criminali di Vibo e dintorni. Una decisione, la loro, del tutto inaspettata e che potrebbe contribuire ad infliggere duri colpi a boss e picciotti di Vibo Valentia e dintorni. 

 

La Dda di Catanzaro ha infine depositato nel corso dell’udienza preliminare del procedimento Rinascita-Scott anche alcuni atti relativi al magistrato Marco Petrini e altri che fanno riferimento alla recente operazione antimafia denominata “Imponimento”.

Giornalista
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