Nuovi guai per il killer dei carabinieri. C’è l’accusa di falsa testimonianza

'Ndrangheta stragista, dopo la poco convincente deposizione in udienza di Giuseppe Calabrò, il pm chiede l’invio degli atti in procura perché ritiene che il teste abbia mentito. E sulla madre che lo avrebbe minacciato: «Chiedeva fedeltà alla famiglia»

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di Consolato Minniti
27 settembre 2019
18:20

Una lettera scritta «per gioco», un interrogatorio con frasi dette «perché sotto pressione». E, di fondo, una paura, quella verso la ‘ndrangheta. Forse l’unica cosa davvero vera di tutta la sua deposizione. Non convince proprio nessuno quanto riferito nella giornata odierna da Giuseppe Calabrò al processo “’Ndrangheta stragista” in corso a Reggio Calabria. Lui è l’autore materiale riconosciuto degli attentati ai carabinieri, in cui persero la vita gli appuntati Fava e Garofalo. Lui è anche, però, il nipote di uno degli imputati odierni, quel Rocco Santo Filippone che proprio Calabrò tira in ballo con le sue precedenti dichiarazioni. Già nel corso della scorsa udienza, l’ex collaboratore di giustizia aveva convinto pochissimo, sfiorando in alcuni casi davvero l’assurdo. Oggi la musica non è cambiata per nulla, con il testimone impegnato sostanzialmente a ripetere una formuletta molto semplice: «Ho detto cose non vere, ho scritto una lettera per gioco, ho detto quelle cose durante l’interrogatorio, perché ero sotto pressione». 

Atti in procura

E la prima e diretta conseguenza delle risposte di Calabrò è la decisione del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo di richiedere l’invio degli atti in procura per l’accusa di falsa testimonianza. «Lei non dice la verità», ripete come un mantra il pubblico ministero, mentre i nervi salgono a fior di pelle. E così a Lombardo tocca mettere in fila tutti gli elementi che conducono ad un solo finale: Calabrò ha mentito. Non serve neppure ricordare al testimone le parole dette ad inizio interrogatorio, quando Calabrò scoppiò in lacrime, dicendo di aver paura che potessero uccidere la sua famiglia, sua figlia in particolare se avesse detto la verità. 

Le domande del presidente

Subito dopo le domande del procuratore aggiunto, è toccato alle parti civili intervenire. Fra loro anche Antonio Ingroia, oggi avvocato, ma un tempo pubblico ministero alla Dda di Palermo e che le stragi di mafia le conosce piuttosto bene. Le sue domande sono puntuali e molto ordinate. Calabrò non fa altro che ripetere lo stesso ritornello: «Non so, non ricordo, dicevo bugie». Anche con i difensori la musica non cambia molto, posto che, ovviamente agli avvocati spetta dimostrare come siano le dichiarazioni odierne quelle più corrette e che la ‘ndrangheta con quei fatti nulla c’entra. Sta di fatto che l’unico momento nel quale si respira un barlume di speranza circa la possibilità che Calabrò possa dire qualcosa di diverso lo si ha nel corso dell’esame del presidente della Corte d’Assise, Ornella Pastore. Il giudice incalza Calabrò chiedendo quale sia la paura di cui ha parlato ripetutamente nel corso dell’udienza. Il testimone parla di paura «della ‘ndrangheta», ma soprattutto fa un’ammissione di non poco conto: «È vero, andammo con Villani a casa di mio cugino Totò Filippone e c’era pure mio zio». Collima il racconto di Calabrò con quello del pentito Villani. Il killer dei carabinieri colloca il fatto dopo l’omicidio dei militari. Ed aggiunge che vi fu un secondo incontro, questa volta a Reggio Calabria, dove lui, suo padre e lo zio andarono a casa Villani, per incontrare Consolato e suo padre. Ma perché s’incontrarono? Calabrò dice per questioni di armi, il pubblico ministero è di avviso decisamente diverso. E il motivo lo si capisce facilmente: il procuratore è convinto che il teste sia stato minacciato dalla madre nel corso dei colloqui avuti in carcere, dopo il suo interrogatorio con i magistrati. 

La richiesta ex art. 500 comma 4

Per dimostrarlo, deposita una memoria assai corposa dove motiva le ragioni per le quali ritiene che vi sia stata la minaccia. «Il dato ruota attorno al comportamento intimidatorio posto in essere da Filippone Maria Concetta, madre di Calabrò e sorella di Filippone – spiega il pm – la quale in maniera scientifica e con argomenti suggestivi si colloca in un contesto di ‘ndrangheta». Ecco allora che Calabrò «oscilla fra propositi collaborativi e di parziale ritrattazione. Conferma tutto tranne i riferimenti specifici legati ai parenti e quando interviene il comportamento della madre, il detenuto abbandona i suoi propositi collaborativi, per adottare la scelta di scontare il lungo periodo di detenzione». 

Una condotta intimidatoria

Ma perché si parla di una condotta intimidatoria da parte della donna? «Si attua una raffinata strategia di delegittimazione processuale di Calabrò. I sono una serie di passaggi apparentemente di tipo colloquiale, incastonabili fra madre e figlio. La donna vuole coprire il prossimo congiunto e si cura che quello scenario, rimasto ignoto fino al momento, non venga fuori». Il procuratore cita tutti i colloqui registrati in carcere ed invita a visualizzarli in video, non solo nelle trascrizioni. Poi ecco le citazioni: «Vi sono continui rimandi alla famiglia, intesa come famiglia di ‘ndrangheta. Calabrò non ha paura della madre, ma di quello che egli sta rappresentando in quel contesto di ‘ndrangheta in cui loro vivono ed hanno sempre vissuto e che passa dal ruolo di alto livello di Rocco Santo Filippone».

«Fedeltà, fedeltà, fedeltà»

C’è un termine su tutti che viene richiamato: «Fedeltà, fedeltà, fedeltà». È così che il pm ringrazia – ironicamente – la donna per aver fatto comprendere al meglio che si stesse parlando di ‘ndrangheta. «Io non sarei stato in grado di utilizzare un termine più chiaro per riferirmi all’associazione», rimarca Lombardo. Poi continua a ricordare gli inviti a tenere la bocca chiusa, i riferimenti alle parole di Lo Giudice, definito con disprezzo “il nano”, così come viene conosciuto nei contesti di ‘ndrangheta, e anche quelli a Villani, apostrofato come “cornuto”, cioè – sottolinea Lombardo - «uno che dice cose vere e che non dovrebbe farlo».

 

La ciliegina finale è sul riconoscimento di Giovanni Aiello: Calabrò afferma di averlo visto in tv. «Falso – ribatte il pm – perché gli abbiamo mostrato un fascicolo con due foto di Aiello e lui ha riconosciuto quella meno semplice». 

Insomma, la testimonianza di Calabrò non regge assolutamente e di questo, in aula, se ne sono accorti tutti quanti. A tal punto che il presidente non ha avuto difficoltà nell’accogliere la richiesta del pm ed inviare gli atti in Procura affinché si proceda per il reato di falsa testimonianza. Calabrò non si è scomposto. Del resto, se la linea è quella indicata da pm Lombardo, il testimone ha un solo obiettivo: la fedeltà, consapevole di dover scontare la sua condanna in carcere. 

 

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