«Strategia stragista e politica: così la mafia puntò su Forza Italia e Berlusconi»

‘Ndrangheta stragista, la requisitoria del procuratore aggiunto Lombardo tocca politica e massoneria: dal ruolo di Licio Gelli a quella di Vico Ligato. Fino a giungere alla Seconda Repubblica, Forza Italia e Berlusconi

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di Consolato Minniti
6 luglio 2020
11:32
’Ndrangheta stragista, la requisitoria del pm Lombardo
’Ndrangheta stragista, la requisitoria del pm Lombardo

«Vi è una piena coerenza fra strategia stragista e strategia politica. I capi mafia di cosa nostra, ‘ndrangheta e altre componenti dello stesso sistema, avevano la necessità di integrare la loro componente programmatica con ulteriori esperienze che non necessariamente avevano fatto. È la fase in cui si abbandonano i progetti separatisti e si vira, come ci ha detto Graviano, su Forza Italia e sulla figura di Silvio Berlusconi».

È quanto ha affermato il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo nel corso della requisitoria del processo ‘Ndrangheta stragista, in corso davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria e che vede alla sbarra il boss Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone.

Dopo le prime due udienze, il pm Lombardo si concentra oggi sugli aspetti legati alla politica ed alla massoneria. Partendo dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Tullio Cannella – perno soggettivo attorno al quale ruota il progetto separatista di Cosa nostra – il magistrato passa in rassegna i rapporti esistenti fra la componente siciliana e quella calabrese. «Non c’è solo un contatto ideologico. Ma anche affari di alto livello che vengono gestiti insieme per creare le premesse di un sistema che si autoalimenta e gestisce capitali di rilievo.

La figura di Licio Gelli

Parte della ricostruzione del pm parte dalla figura di Licio Gelli, il maestro venerabile della P2. «Nella storia d’Italia ci sono una serie di figure che sembrano apparire ciclicamente sullo scenario giudiziario, quasi non a consentire una rapida e definita ricostruzione di determinate vicende molto gravi, ma quasi come componenti fisse di un determinato sistema che la ciclica presenza in più processi, invece di averne rafforzato il ruolo, lo ha lentamente svalutato.

C’è il rischio – e non possono essere suggestioni – di occuparsi di determinate vicende accostandole a figure notissime quale quella di Licio Gelli, non tanto per cogliere gli elementi di prova, ma perché sono diventate tappezzeria obbligatoria in tutte le aule di udienza. E questo è un approccio sbagliatissimo e che va in linea con quello che quei soggetti hanno per lungo tempo desiderato: essere costantemente presenti, per trasformare la loro presenza in qualcosa che non ha rilievo penale, dimenticando che nell’ampio novero di condotte sanzionabili a titolo di concorso eventuale, anche di tipo morale, questi soggetti hanno consumato condotte penalmente rilevanti e gravemente contrastanti con i principi del nostro sistema penale e della nostra Costituzione.

Accanto alla figura di Gelli – prosegue Lombardo – che ricorre in alcune vicende, ci dice D’Andrea ci sono ispiratori che vanno oltre la sua figura. E loro sono riconducibili a quel separatismo che veniva approfondito quale tema politico anche da pezzi del vaticano, quale quel monsignor De Bonis, segretario dello Ior di Mancinkus. La stagione stragista ha una portata più ampia rispetto a Licio Gelli. Gli episodi hanno a che vedere con simboli ecclesiastici che devono essere valorizzati nell’ambito della lettura».


Vico Ligato e il cartello destefaniano

I riferimenti di Lombardo toccano anche la sentenza emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria riguardante l’omicidio di Vico Ligato, l’ex presidente delle Fs, caduto nel corso della seconda guerra di ‘ndrangheta, nell’agosto del 1989. I giudici, spiega Lombardo, «fanno riferimento ad una serie di legami che la vittima aveva non solo con il cartello destefaniano, ma anche ad una serie di legami ulteriori dimostrati non solo dalle dichiarazioni di Barreca e Lauro in relazione all’esistenza di figure che svolgevano l’altro compito di figure cerniera fra diversi mondi. Indicando l’avvocato De Stefano, l’avvocato Paolo Romeo, l’onorevole Ligato e accostando questi nomi alla figura di Licio Gelli. Questi frequentava attraverso uomini a lui legati, il territorio reggino.


Il quadro politico dell’epoca

La ricostruzione storica del procuratore aggiunto di Reggio Calabria arriva al periodo dei primi mesi del 1994. «Il panorama politico fra l’autunno del 1993 e la primavera del 1994 in Italia, è un panorama – rimarca Lombardo rivolgendosi ai giudici della Corte – che potete ricostruire agevolmente sulla base del materiale in vostro possesso, ma abbiamo un Pds che ha vinto le amministrative dell’autunno del 1993. Io ricordo gli interventi di Occhetto che si sentiva già presidente del Consiglio. E se andate a vedere le date delle amministrative del ‘93 in cui il rischio comunista in Italia non è finito, troverete che coincidono con gli incontri di cui ci parla Calabrò Giuseppe nella campagna di Rosarno, località Acque bianche nella disponibilità dello zio Rocco Filippone. Abbiamo un autunno destinato alle amministrative in cui il Pds riceve consensi tali da far ragionevolmente presumere che alle politiche del 94 uscirà vincitore e governerà l’Italia.

Quando il sistema di cui parliamo ha capito che il rischio era alto, non ve lo devo dire io cosa ha fatto e a quali risultati è arrivato. E non devo dirvelo io che la storia politica e partitica si incrocia con le esigenze dell’alta mafia, che andavano a coincidere. Abbiamo stabilizzato il nostro sistema di potere e adesso dobbiamo andare per rimanere quello che siamo a discutere con questo signore? E chi lo conosce? Perché non verifichiamo con attenzione che cosa è possibile fare visto che se ci muoviamo ancora sul fronte separatista non andremo da nessuna parte. La riunione di Lamezia Terme, e sono coincidenze che non possono essere tali, è antecedente alle amministrative di quei mesi. Il risultato particolarmente significativo di quell’appuntamento cambia determinati scenari».

La nascita di Forza Italia e la discesa di Silvio Berlusconi

È questo il momento in cui si accantona il primo progetto politico, quello di Calabria Libera e Sicilia Libera, delle leghe autonomiste. Lo ricostruiscono i pentiti Spatuzza, Cannella, Busca, Avola e Ferro. «È la fase in cui bisognava trovare alternative molto più solide e si abbandona il progetto portato avanti fino a quel momento e virare, come ci ha detto Graviano, su Forza Italia e sulla figura di Silvio Berlusconi. Senza considerare che vi è una imbarazzante coincidenza organizzativa fra le sedi di Sicilia Libera e le prime sedi di Forza Italia, tanto che abbiamo una sigla comune Sicilia Libera-Forza Italia.

Cosa nostra si guardò bene, come capofila di strategia, dal sostenere i partiti della Prima Repubblica che non erano più in grado. Avevano perso le referenze e le capacità operative. Si impegnò invece a sostenere movimenti politici, Lega Meridionale, Sicilia Libera e altre manifestazioni che non avevano punti di riferimento nell’area governativa, ma avevano promanazione dal sistema mafioso. Si pensò che quel tipo di argomento elettorale potesse fare presa. La strategia stragista doveva mettere la vecchia classe politica con le spalle al muro e aprire varchi. Ecco cosa dice Graviano quando ci dice che le stragi non si devono fermare adesso».

 

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