Prima dichiarazioni spontanee e missive alla Dda e a Vincenzo Chindamo: «Arriveremo alla verità». Poi la scelta di rinunciare all’interrogatorio nel procedimento per il delitto dell’imprenditrice di Laureana
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«No, grazie».
Dopo un anno di lunghe dichiarazioni spontanee, di lettere inviate alla Dda di Catanzaro e a Vincenzo Chindamo – fratello dell’imprenditrice scomparsa Maria Chindamo –, alla domanda se avesse intenzione di sottoporsi a interrogatorio nel corso del processo che lo vede imputato per concorso in omicidio –, Salvatore Ascone ha rifiutato con un netto «no, grazie».
Le lettere di Salvatore Ascone
La strategia difensiva dell’allevatore di Limbadi adesso è quella di trincerarsi dietro al silenzio.
Nel corso del processo Salvatore Ascone ha chiesto di avere un colloquio con il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Annamaria Frustaci per necessità di fare dei chiarimenti, alla presenza anche dei propri difensori. Una richiesta, anche irrituale, che il pm non ha accolto perché la necessità di fare dichiarazioni sul processo – ha spiegato il Annamaria Frustaci nel corso del dibattimento – «deve avvenire davanti alla Corte. Ascone può fare spontanee dichiarazioni o esser interrogato in udienza». Ma in udienza Ascone non vuole esse interrogato.
Da quando Salvatore Ascone è stato tratto in arresto nel corso dell’operazione Maestrale-Carthago, ha inviato dal carcere lettere anche a Vincenzo Chindamo. Lo ha raccontato lo stesso fratello dell’imprenditrice agricola, rapita e uccisa il 6 maggio 2016 il cui corpo non è mai stato ritrovato. L’ipotesi dell’accusa – come emerge anche dalla testimonianza del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso – è che la donna sia stata data in pasto ai maiali e i suoi resti distrutti con la fresa di un trattore.
«Arriveremo alla verità»
A gennaio scorso Vincenzo Chindamo, interrogato come teste dell’accusa, ha parlato di più lettere giunte dal carcere. L’ennesima missiva era arrivata da poco, nel corso del processo. Chindamo ha spiega che Ascone, nelle missive, gli assicura che «arriveremo alla verità» e si dice sicuro al cento per cento che «ritroveremo il corpo di Maria». In tutto ciò, ha detto Chindamo, «Ascone rimane nel perimetro dell’ignoto». Nell’ultima lettera, a quanto pare, avrebbe addirittura disegnato una mappa.
L’imputato, al termine dell’interrogatorio di Chindamo, ha preso la parola per inviare un saluto a Vincenzo Chindamo: «Non mollare – ha detto – indagate a 360 gradi che si arriverà alla verità».
La via del silenzio
Col processo ormai alle battute finali, però, Ascone ha deciso di non rispondere a nessuna domanda né da parte dei propri difensori, gli avvocati Francesco Sabatino e Salvatore Staiano, né all’eventuale controesame del pm Frustaci.
L’allevatore di Limbadi, possiede una proprietà che affaccia difronte a quella dell’imprenditrice dove al mattino presto del 6 maggio 2016, la donna venne prelevata e fatta sparire nel nulla. Le telecamere fatte installare da Ascone, però, non ripresero nulla perché avevano smesso di funzionare dalle 23 circa della sera prima. Una manomissione ad hoc, sostiene l’accusa, eseguita per garantire anonimato al gruppo che ha assalito Maria Chindamo e garantire vendetta per il suocero Vincenzino Punturiero, classe ’29, deceduto da qualche anno, che la giudicava colpevole del suicidio del figlio dopo la separazione, e aprire la strada affinché la cosca Mancuso potesse impossessarsi dei terreni dell’imprenditrice.
I verbali resi ai magistrati di Vibo
Nel corso delle indagini, inizialmente condotte dalla Procura di Vibo Valentia, Salvatore Ascone è stato sentito in qualità di persona informata sui fatti in due occasioni: il 15 giugno 2016 e il 24 maggio 2017. Nella prima occasione ha parlato di un cavo staccato, nel corso della seconda escussione ha parlato di un sistema di allarme, installato nella proprietà, che in caso di intrusione mandava, in contemporanea un messaggio a lui, alla moglie e all’operaio Nicolae. Nessun messaggio era arrivato tra la notte e il mattino del 16 maggio 2016.
Il fascicolo passò dalla Procura di Vibo alla Dda di Catanzaro nel 2020.
Nel corso della scorsa udienza il pm frustaci ha chiesto l’ammissione dei due verbali che è stata rigettata perché Ascone non era indagato al momento della stesura dei verbali e parlò in assenza di un difensore.
L’inchiesta si allarga
L’inchiesta sul delitto dell’imprenditrice si sta allargando. Oggi ci sono 8 nuovi indagati tra i quali quattro parenti acquisiti di Maria Chindamo, cognati e nipoti di Ferdinando Punturiero:
Vincenzo Arceri, classe ’46, sposato con Isabella Punturiero, sorella di Ferdinando;
Francesco Arceri, classe ’83, figlio di Vincenzo;
Tommaso Biondo, classe ’60, sposato con Nadia Punturiero, sorella di Ferdinando;
Antonino Biondo, classe ’97, figlio di Tommaso;
Sasho Emilov Dimitrov, classe ’80, operaio di origine bulgara nella proprietà di Maria Chindamo;
Giovanni Capone, operaio di Francesco Arceri;
Georghe Lurenthiu Nicolae, classe ’80, operaio di Salvatore Ascone;
Davide Errigo, classe ’94, secondo le informative dei carabinieri, dalle immagini di videosorveglianza la sua auto sarebbe passata più volte davanti casa di Maria il giorno della sua scomparsa.
Le accuse nei confronti di tutti sono di concorso in omicidio e distruzione di cadavere, reati aggravati dal metodo mafioso e (per l’omicidio) dalla premeditazione.



