Omicidio di Fortunata Fortugno a Reggio Calabria, tutti condannati

La donna fu uccisa a colpi di pistola per errore nel corso di un agguato contro Demetrio Logiudice nel 2018. Inflitti 20 anni per Paolo Chindemi, 14 per il pentito Mario Chindemi

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di Redazione
16 giugno 2020
12:04
La vittima Fortunata Fortugno
La vittima Fortunata Fortugno

Sono 76 gli anni di carcere inflitti dal gup di Reggio Calabria per l’omicidio di Fortunata Fortugno, conosciuta da tutti come “Donatella”, uccisa a colpi di pistola la sera del 16 marzo 2018, mentre si trovava insieme a Demetrio Logiudice, alias “Mimmo u boi”, personaggio ritenuto vicino alla ‘ndrangheta e rimasto ferito.

Il gup Giovanna Sergi ha condannato Paolo Chindemi a 20 anni di reclusione, il collaboratore di giustizia Mario Chindemi a 14 anni di reclusione, Ettore Bilardi a 15 anni e 4 mesi di prigione, Santo Pellegrino a 12 anni e 4 mesi di reclusione e Pietro Pellicanò a 14 anni e 8 mesi di prigione. Sono state, quindi, sostanzialmente accolte le richieste della Dda di Reggio Calabria che aveva invocato la condanna per tutti gli imputati.

Il vero obiettivo era Logiudice

L’inchiesta ha dimostrato che il vero obiettivo del killer non era la donna assassinata ma l’uomo che stava con lei in macchina, Demetrio Logiudice, ritenuto vicino agli ambienti della potente clan Tegano che opera nella zona nord della città di Reggio Calabria, coinvolto in operazioni antimafia che in passato hanno colpito la suddetta cosca della ‘ndrangheta reggina.

Ricostruite le fasi dell’agguato

C’è voluto un faticoso lavoro di estrapolazione, studio e analisi delle immagini di una settantina di impianti di videosorveglianza pubblica e privata, prima che gli investigatori della sezione omicidi della Squadra Mobile di Reggio Calabria arrivassero ad individuare la macchina che il killer aveva utilizzato per raggiungere il luogo in cui si erano appartati i due amanti, effettuare un primo sopralluogo e successivamente porre in essere l’agguato in cui fu uccisa freddamente la donna e fu ferito gravemente l’uomo. Centinaia di ore di filmati passati sotto lente hanno permesso agli investigatori della Polizia di Stato di ricostruire le fasi dell’appuntamento delle vittime, del sopralluogo, dell’agguato e della fuga del killer, nonché della corsa verso l’ospedale del ferito a bordo della macchina, con la donna colpita a morte. 

La figura di Paolo Chindemi

Tutti gli accertamenti effettuati al riguardo, hanno dimostrato che l’Audi A3 Sportback utilizzata per il delitto era in uso esclusivamente da Paolo Chindemi, ventottenne di Gallico. Le intercettazioni ambientali disposte dalla Dda di Reggio Calabria, hanno consentito di raccogliere ulteriori e pregnanti elementi che, in combinazione con i dati acquisiti dagli impianti di video sorveglianza, con riferimento al mezzo utilizzato dal killer per compiere l’agguato, andavano a comporre un quadro indiziario grave, preciso e concordante a carico di Chindemi, quale esecutore materiale dell’efferato delitto. Paolo Chindemi è il figlio di Pasquale Chindemi, ucciso nella faida in atto nel territorio nel periodo precedente all’agguato in cui morì la Fortugno.

La base logistica        

L’intenso monitoraggio dei soggetti indagati, disposto dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, ha permesso agli investigatori della Squadra Mobile di scoprire, durante un servizio di perlustrazione notturna, in alcuni luoghi periferici di Gallico superiore, la base logistica del sodalizio, composta da un’esistente struttura in muratura, all’interno della quale i poliziotti reggini hanno rinvenuto e sequestrato una pistola semiautomatica calibro 7.65 mm, marca “J.P. Sauer&SohnSuhl”, modello “1913”, con matricola, completa di caricatore e 10 cartucce marca “G.F.L.” dello stesso calibro;  un revolver, con tamburo a 6 camere di cartuccia, calibro 38 SP, privo di marca e matricola, completa di 6 cartucce marca “G.F.L.” dello stesso calibro; quattro casacche [c.d. fratini o pettorine] in tessuto di colore blu, riportante su entrambi i lati la dicitura “Dia Direzione Investigativa Antimafia”; un giubbotto antiproiettile di colore blue, privo di qualsiasi contrassegno identificativo; tre passamontagna tipo “mefisto” e una batteria 12V 7Ah marca “Yamada” alla quale era applicato, con nastro adesivo isolante, un ricevitore marca “Atecnica” mod. D Multi 2 CH. Nel corso di precedenti perquisizioni, gli operatori della Squadra Mobile, avevano individuato e sequestrato anche alcuni motoveicoli che gli indagati – costituendo un gruppo di fuoco – avevano rubato per compiere azioni delittuose.

C’è anche il genero di Mico Tripodo

Tra le persone condannate figura Ettore Corrado Bilardi, genero del boss storico della ‘ndrangheta reggina don Mico (Domenico) Tripodo, assassinato nel 1977 all’interno del carcere di Poggioreale a Napoli su mandato della cosca De Stefano; nonché cognato di Venanzio Tripodo, genero di Sebastiano Romeo, patriarca della storica famiglia di ‘ndrangheta di San Luca (RC) intesa “I Stacchi”. Attraverso l’opera di mediazione del Bilardi, i membri del sodalizio di Gallico hanno stretto relazioni con esponenti di affermate e potenti cosche della ‘ndrangheta operanti nei mandamenti tirrenico e ionico della provincia di Reggio Calabria.

 

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