Omicidio Scopelliti, gli indagati salgono a 18. C'è anche Giuseppe De Stefano

È il figlio di Paolo, boss storico del casato mafioso di Archi, ucciso nel 1985. Giuseppe ne prese le redini e divenne "capocrimine". Fu lui a traghettare la cosca dopo la guerra e siglare il nuovo patto mafioso in nome del potere

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di Consolato Minniti
21 marzo 2019
15:42

C'è un altro indagato eccellente per l'omicidio del giudice Antonino Scopelliti: è Giuseppe De Stefano, figlio del boss don Paolino De Stefano, e indicato quale "capocrimine", già condannato nel processo "Meta" a 27 anni di reclusione, in quanto soggetto apicale della consorteria 'ndranghetistica più potente, Giuseppe De Stefano è detenuto del 2008, quando venne scovato dalla Polizia dopo un periodo di latitanza. Ed è proprio in carcere che gli è stato notificato l'avviso di garanzia.


Giuseppe De Stefano, all'epoca dell'omicidio del giudice Scopelliti, era poco più che ventenne. Non sorprenda, però, la sua giovane età in rapporto alla gravità della decisione assunta: il rampollo della famiglia fu colui che prese di fatto il posto del padre dopo che questi venne ucciso. Fu proprio l'omicidio di Paolo De Stefano a dare il via alla seconda guerra di 'ndrangheta che fece oltre 700 morti. E Giuseppe De Stefano ebbe il ruolo di traghettare la cosca da un periodo storico travagliato sino a raggiungere quella pax mafiosa fortemente voluta proprio da lui, così come da Pasquale Condello "il supremo". Oggi, torna di stringente attualità, proprio in relazione all'omicidio Scopelliti, il ruolo che Cosa nostra ebbe per far siglare la pax mafiosa. L'omicidio del giudice Scopelliti doveva servire proprio a fare in modo che i padrini siciliani s'interessassero della situazione reggina e intervenissero per calmare le cose.


Non sorprende ulteriormente il coinvolgimento di De Stefano perché proprio lui, secondo quanto ricostruito dalla Dda, avrebbe partecipato agli incontri che dovevano servire a stabilire la partecipazione della 'ndrangheta alla stagione delle stragi. E fu sempre lui, stando al racconto del pentito Fiume - che De Stefano lo conosceva molto bene essendo il fidanzato della sorella - a dire di "no" alle richieste di Cosa nostra di un coinvolgimento diretto. Stratega molto attento, ma anche boss sanguinario, Giuseppe De Stefano ha portato il casato da quella condizione di belva ferita a sodalizio incontrastato negli affari in riva allo Stretto e nel resto d'Italia e del mondo. Sono moltissimi i legami che questi ha intessuto fuori da Reggio Calabria e la sua notoria lungimiranza criminale lo ha portato ad elaborare anche un nuovo metodo di raccolta delle estorsioni, così come alla creazione di quella "super associazione" posta a fondamento del processo "Meta".


Dicevamo che l'avviso di garanzia non sorprende: era abbastanza prevedibile in un contesto come quello dipinto nel primo avviso di garanzia emesso dalla Dda di Reggio Calabria, che vi fosse anche il suo nome. Protagonista assoluto di quegli anni, con la spavalderia degli anni della gioventù, ma anche la consapevolezza di chi aveva subito troppe perdite e patito troppo dolore per non essere attento a ciò che sarebbe stato del futuro del suo casato mafioso. È per questo che i De Stefano, insieme ai Piromalli, sono divenuti ben presto i veri punti di riferimento di Cosa nostra. Hanno saputo sanare i dissapori esistenti dentro Archi e creare trame ancor più fitte del passato. Hanno scavato nelle relazioni putride le cui basi risalivano proprio a Paolo De Stefano e le hanno fatte fruttare quando è giunto il momento giusto.


Ora toccherà anche a Giuseppe De Stefano rispondere di quel delitto eccellente, per la regola secondo cui un omicidio come quello di un magistrato non può avvenire senza il placet dei boss più importanti. Un tavolo ristretto al quale, nella ricostruzione accusatoria, non poteva mancare proprio il figlio di don Paolino.

Le perizie e gli altri indagati

Gli indagati, dunque, salgono complessivamente a 18. La Polizia scientifica di Roma, intanto, inizierà il 4 aprile nella Capitale l'accertamento tecnico sul fucile calibro 12, cartucce e involucri utilizzati per custodire l'arma che sarebbe stata utilizzata per uccidere Scopelliti. L'incarico è stato formalmente conferito questa mattina dal procuratore distrettuale di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri e sottoscritto dagli aggiunti Gaetano Calogero Paci e Giuseppe Lombardo. Il provvedimento è stato comunicato ai difensori e ai consulenti dei 18 indagati, 11 calabresi e 7 siciliani, tra i quali figura anche il boss mafioso latitante Matteo Messina Denaro.

 

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