Blitz a Vibo, i lavori pubblici pilotati da Adamo e Giamborino

Al centro delle indagini della dda, i lavori di messa in sicurezza dei versanti Affaccio, Cancello rosso, Piscopio, Triparni, dell’ex tracciato Ferrovie Calabro Lucane e nella frazione Longobardi

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di G. B.
26 dicembre 2019
19:45
Nicola Adamo e Pietro Giamborino
Nicola Adamo e Pietro Giamborino

C’è anche il nuovo reato di traffico di influenze illecite, fra le contestazioni mosse ad alcuni degli indagati dell’operazione “Scott- Rinascita” della Dda di Catanzaro. Un reato introdotto dal legislatore per punire tutte quelle condotte prodromiche rispetto alla commissione effettiva del fatto corruttivo vero e proprio, reprimendo quindi pure quelle condotte classificabili come meri accordi preliminari al reato. Tale contestazione – traffico di influenze illecite – vede indagati gli ex consiglieri regionali Nicola Adamo e Pietro Giamborino, Giuseppe Capizzi, 32 anni, di Maletto (Ct) e Filippo Valia, 37 anni, di Vibo Valentia. Al centro delle indagini dei carabinieri e della Dda, i lavori di messa in sicurezza dei versanti Affaccio – Cancello Rosso – Piscopio – Triparni, dell’ex tracciato Ferrovie Calabro Lucane e nella frazione Longobardi, indetti dal Comune di Vibo Valentia (bando di gara n. 7/2017 della Provincia di Vibo Valentia), aggiudicati al Consorzio Stabile Coseam Italia spa con sede a Roma.

Giuseppe Capizzi, amministratore del Consorzio “Progettisti costruttori” con sede a Maletto, in provincia di Catania, secondo l’accusa avrebbe chiesto a Pietro Giamborino di attivarsi al fine di influenzare illecitamente il corso della causa dinanzi al Tar a cui aveva fatto ricorso avverso l’aggiudicazione dei lavori al Consorzio Coseam. A mantenere i contatti tra Capizzi e Pietro Giamborino sarebbe stato il nipote di quest’ultimo Filippo Valia che avrebbe portato la documentazione di Capizzi allo zio Giamborino il quale avrebbe poi incontrato l’imprenditore siciliano a Messina.

Il ruolo di Giamborino

Sempre Pietro Giamborino avrebbe poi interpellato il suo amico e compagno di partito (Pd) Nicola Adamo affinché si attivasse favorevolmente dinanzi all’autorità giudiziaria, sfruttando la propria relazione con un giudice e presidente di sezione del Tar, al fine di sostenere la posizione processuale dell’imprenditore Capizzi. E’ lo stesso Giamborino che nelle intercettazioni svela che si tratta di un appalto per un ammontare di sei milioni di euro: “una cosa seria, compare” – dice Giamborino ad Adamo –.

I tre, ovvero Giamborino, Valia e Capizzi, sono quindi accusati di aver indebitamente promesso a Nicola Adamo (accusato di aver accettato la proposta) la corresponsione di 50mila euro (leggasi cinquantamila) come prezzo della sua mediazione illecita sia verso il giudice, sia verso i membri della commissione tecnica che il Tar avrebbe dovuto nominare nell’ambito della suddetta causa. Per Pietro Giamborino, anche l’aggravante mafiosa derivante dalla sua appartenenza, ad avviso del gip, al locale di ‘ndrangheta di Piscopio. I fatti di reato si sarebbero verificati a Cosenza, Altilia e Grimaldi (svincolo autostradale dove si sono incontrati Giamborino ed Adamo).

Le intercettazioni e le indagini dei carabinieri

Dalle intercettazioni e dai riscontri dei carabinieri si evince poi che il 7 aprile 2018 Pietro Giamborino incontra Capizzi per per riferirgli quanto stabilito con Nicola Adamo. Successivamente Pietro Giamborino e il nipote Filippo Valia si intrattengono in una conversazione “da cui si ricava – scrivono i magistrati – che Giamborino gli invierà per posta elettronica la documentazione necessaria per preparare il documento nell’interesse di Capizzi la cui stampa sarebbe stata consegnata al Giamborino non dal nipote Filippo Valia, ma per prudenza da sua moglie Daniela Primavera: “Si … ok ok lei senza che mi dice niente “Pietro dove sei … zio Pietro dove sei? “e io vado.., senza che mi parla di carte…. o Filippo – riferisce nelle intercettazioni Pietro Giamborino al nipote Filippo Valia bisogna stare attenti per me per l’amore di Dio, ma anche soprattutto per te, Filippo eh…eh…eh”.

Secondo la ricostruzione accusatoria, Pietro Giamborino il 10 aprile 2018 incontra così un professore dell’Università della Calabria accordandosi per incidere sulla commissione tecnica che il Tar deve nominare per la causa dell’imprenditore Capizzi. Il giudice del Tar da avvicinare (già individuato dai carabinieri e sul quale sono in corso approfondimenti) sarebbe stato inoltre ospite in passato di un personaggio (un grosso manager di Corigliano) legato da comparaggio a Giamborino ed amico anche di Nicola Adamo. Un aspetto certamente non secondario dell’incontro riguarda la gestione del transito delle informazioni da Capizzi al duo Giamborino-Valia “in maniera riservata” – rimarcano i magistratilontano cioè dall’eventuale monitoraggio delle forze dell’ordine.

 

Pietro Giamborino precisa che a suo parere tutti i problemi derivano dai telefoni cellulari e dall’impiego degli spyware: «Tutti i guai arrivano da questi maledetti telefoni e da questa via telematica che loro controllano». A conferma delle manovre illecite che i due stavano mettendo in atto, gli inquirenti spiegano poi che è «Capizzi a sottolineare implicitamente la natura illecita dei loro colloqui e, ricordando tutte le strumentazioni invasive adoperate per l’acquisizione di elementi di prova da parte delle forze dell’ordine, afferma che il rischio è di trovarsi in galera in 24 ore. Ma è la risposta di Pietro Giamborino a far comprendere in maniera chiara – scrive il gip – la necessità di prendere tutte le precauzioni affermando: “Però ci puoi rendere la vita più difficile…o no?».


L’utilizzo delle email per evitare i controlli


A tale proposito risulta illuminante leggere con quale cura ed astuzia i tre concordino le modalità con le quali Capizzi e Valia dovranno comunicare tra di loro, evitando contatti telefonici diretti ed adoperando una email comune sulla quale lasciare tra le “Bozze” il messaggio da fare leggere all’altro”. La ricostruzione dei magistrati prosegue ricordando che gli interlocutori spiegano come Filippo Valia “dovrà avere anche cura di evitare di aprire la comune email dai computer di Invitalia in cui lavora (Capizzi: L’unica cosa potrebbe essere anomala se lui lo apre, no? E Valia di rimando: No, ma io non sono scemo, io da loro non apro niente). Infatti Valia spiega cosa farà per evitare di lasciare qualunque traccia «…omissis…E’ meglio che mi collego da un centro magrebino».

 

Da successive conversazioni intercettate emerge che sui lavori che avrebbe preso Capizzi a Vibo Valentia a seguito del favorevole pronunciamento del Tar, una parte sarebbe “spettata” ad una società di un imprenditore di Piscopio. Ed infatti il Tar il 6 novembre 2018 accoglie il ricorso di Capizzi ed annulla l’aggiudicazione della gara. Per il gip, «al di là dell’esito processuale, la descrizione del fatto, porta a ritenere raggiunta la gravita indiziaria a carico di Nicola Adamo, Giuseppe Capizzi, Pietro Giamborino (regista dell’intera operazione), Filippo Valia, per il delitto di influenze illecite, di cui al primo comma dell’art. 346 bis c.p., con l’aggravante di cui al comma quarto».

I favori all’impresa D’Amico

Ricorre per Pietro Giamborino la contestata aggravante mafiosa, atteso che dall’accordo complessivo che il politico aveva raggiunto, emerge il coinvolgimento, in favore dell’impresa di D’Amico, impresa legata al sodalizio di Piscopio – scrive il gip – che avrebbe guadagnato il subappalto dei lavori affidati a Capizzi.

 

Il “favore” fatto all’impresa D’Amico sintetizza, ancora una volta, nel caso specifico, l’approccio di favore e vantaggio per la cosca capeggiata dal cugino Pino Galati”, ovvero Salvatore Giuseppe Galati, alias “Pino il Ragioniere”, già condannato quale vertice del clan dei Piscopisani nell’operazione “Crimine” della Dda di Reggio Calabria scattata nel 2010, e di nuovo arrestato nell’aprile scorso quale “capo società” del clan dei Piscopisani nell’ambito dell’operazione Rimpiazzo della Dda di Catanzaro. Pino Galati e Pietro Giamborino (già consigliere comunale, provinciale e regionale) sono cugini.

 

Giornalista
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