Carabinieri arrestati, i legami dei fornitori milanesi con i «pezzi grossi» di Platì

Il capannone in cui l'appuntato Montella della caserma degli orrori si riforniva di droga è nel "cortile di casa" dei Barbaro-Papalia. E il suo titolare, sebbene incensurato, era già finito nel mirino degli investigatori 

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di Alessia Candito
30 luglio 2020
16:32
Alcuni dei carabinieri indagati
Alcuni dei carabinieri indagati

Alla fine i «calabresi pericolosi», considerati «pezzi grossi con cui non si può sbagliare», che preoccupavano i carabinieri della caserma degli orrori a Piacenza sono stati individuati.

La pista partita dalle conversazioni intercettate fra l’appuntato Giuseppe Montella e il pusher Daniele Giardino porta dritta al sottobosco dei Barbaro-Papalia, che nel Sud Milano almeno dal 1970 fanno droga, fanno affari, fanno politica, anche in nome e per conto dei tre mandamenti calabresi. E poi si preoccupano anche di lasciare in giro un po' di briciole, perché – spiegava già decenni fa uno dei primi pentiti della ‘Ndrangheta milanese, Saverio Morabito, che fra i platioti del Nord era pezzo da Novanta - un impero si tiene in piedi solo se gli ultimi soldatini non hanno fame.


Allora rivoli dei grandi carichi di droga, in quantità buone per affari di piccolo cabotaggio, finiscono sulle strade, nei capannoni e nei magazzini. Ed è in uno di questi che Montella e Giardino andavano a rifornirsi di droga. Dalle intercettazioni, gli investigatori che per mesi hanno monitorato i carabinieri che hanno trasformato la Caserma Levante in una fabbrica dell’orrore e dell’abuso, hanno capito che il capannone è a Gaggiano. A un passo da Corsico e Buccinasco, roccaforte storica dei Barbaro-Papalia. Tanto vicino da essere annoverabile fra i cortili di casa.

La chiave in un capannone a Gaggiano

È lì, a via dell’Informatica – ha rivelato Repubblica – che si trova la Fr Idroelettrica di Francesco Romeo, incensurato, ma anche lui originario di Platì, stesso paese d’origine dei Barbaro- Papalia. Coincidenze? Forse. Ma qualche legame, che va ben oltre le mere comuni origini, è già emerso. Il nome di Romeo – riporta Repubblica – era già venuto fuori nelle carte di un’indagine antimafia della Dda di Milano, in cui veniva identificato come «soggetto di assoluto rilievo investigativo per via dei legami familiari con importanti consorterie di stampo ‘ndranghetista». E poi c’è il pentito Domenico Agresta, che di Romeo ha visto la foto e lo ha riconosciuto. «É il fratello di Pasquale “u pettinaro” detto Ciccio “u pettinaro”. Ha consegnato cocaina a mio cognato per conto di Domenico Papalia, figlio di Antonio».

L’ennesima generazione delle genie di ‘ndrangheta che da tempo hanno messo radici al Nord. Che i “platioti” sapessero che ci fosse un carabiniere fra i clienti del loro sottobosco, gli inquirenti tendono ad escluderlo. Ma l’inchiesta è appena iniziata e dai rivoli si può sempre arrivare alla sorgente.

 

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