Processo a Lucano, l'ex vescovo Bregantini: «Migranti energia vitale per Riace»

VIDEO | In aula la testimonianza dell'alto prelato che guidava la diocesi di Locri ed era presente al primo sbarco di curdi nel 1998. Revocata la multa per assenza ingiustificata

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di Ilario  Balì
29 marzo 2021
15:59

«Ho visto la positività dell’esperienza di Mimmo Lucano e il consenso attorno a lui in paese». Così l’ex vescovo della diocesi di Locri-Gerace monsignor Giancarlo Maria Bregantini, testimone della difesa al processo a carico dell’ex primo cittadino di Riace, accusato insieme ad altre 28 persone di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e truffa in relazione ai progetti di accoglienza agli immigrati. Bregantini, a cui il giudice Fulvio Accurso ha revocato la multa per assenza ingiustificata nella scorsa udienza, era presente al primo sbarco di curdi sulla spiaggia di Riace nel 1998. «Con grande premura ho mobilitato la comunità diocesana e accompagnato Lucano attraverso diverse fasi – ha riferito Bregantini rispondendo alle domande dell’avvocato Pisapia - I migranti non sono solo da assistere ma consapevolizzare e sono energia vitale per il paese».


È stato poi il turno di padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, da anni a fianco di Lucano. «Per me Riace un modello da imitare – ha detto in aula – Non ho mai sentito lamentele su di lui e per Mimmo questo processo è stato una botta terribile. Senza fondi ha continuato in modo eroico ad aiutare i migranti di Riace, anticipando quello che doveva essere fatto dal Governo sui temi dell’accoglienza».

Dal banco dei testimoni ha parlato anche il consulente di parte Claudio Belcastro, il quale ha redatto una perizia sull’associazione Città Futura, guidata dall’imputato Ferdinando Capone. «Ho cercato di dimostrare che l’attività svolta dall’associazione si è concretizzata in modo lecito» ha rimarcato il teste. La sua analisi è partita da un documento rilasciato dal Ministero dell’Interno. «Con questa carta il Viminale specifica che le attività svolte dall’associazione è rivolta alla protezione dei rifugiati – ha proseguito - e non deve essere considerata un beneficio di sostentamento. Inoltre tutti gli investimenti effettuati dall’associazione non sono mai stati in favore dei privati». Il commercialista ha dunque eseguito un’indagine sulle capacità finanziarie di Capone e sui suoi possedimenti immobiliari. «Sotto il profilo finanziario non ho riscontrato un incremento patrimoniale. Le somme dello Sprar erano utilizzate legittimamente per l’inserimento dei rifugiati nel tessuto economico e lavorativo locale» ha concluso.

Nel corso dell’udienza il pubblico ministero Michele Permunian ha richiesto la modifica di alcuni capi d’imputazione, distinguendo le condotte a seconda dei profili. Alla luce di questo l’unico reato concorrente contestato agli imputati è quello che vede coinvolto Lucano, Capone e altre tre persone, accusate di aver rendicontato nel progetto Cas e nel progetto Sprar costi fittizi. Rigettata dal collegio la richiesta dell’accusa di sentire l’ex prefetto di Reggio Michele Di Bari e la scrittrice Chiara Sasso. Il processo riprenderà il prossimo 26 aprile.

Giornalista
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