Reggio Calabria, la Gomorra di Sbarre: fra spaccio, sequestri e sogni di ‘ndrangheta

Due gang si erano divise il quartiere monopolizzavano lo spaccio. Marijuana e coca potevano passare solo da loro. Chi ha osato sfidarli ne ha pagato le conseguenze. Come due ragazzini sequestrati

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di Alessia Candito
7 settembre 2020
15:44
Una vendita di droga ripresa dagli investigatori
Una vendita di droga ripresa dagli investigatori

Quelli che già puntavano al Veneto per estendere la propria rete e quelli che sognavano di entrare nel mondo degli “arcoti” dalla porta grande, mentre inneggiavano a Riina. Chi non si è fatto scrupolo di sequestrare due ragazzini – uno di soli 13 anni – per avere indietro una fornitura di marjuana e chi, intercettato, si augurava «se da Archi ci appoggiano, non ci ferma più nessuno».

 

I padroni di Sbarre

Due gang si erano prese Sbarre e ne avevano fatto la propria personalissima riserva di caccia. In quel quartiere della periferia Sud, non troppo distante dal centro, ma abbastanza per vantare identità altra, erano loro a far girare la droga. Marjuana soprattutto, ma anche coca se capitava.

 

Lo spaccio "aziendale" di Foti e Chillino

Un’attività strutturata quasi con logica aziendale per il gruppo di Luigi Chillino e Gabriele Foti, arrestati questa mattina dai carabinieri del comando provinciale insieme ad altre 15 persone come capi di una delle due bande. Vedette e spacciatori a stipendio, turni fissi e regolari – il primo fino al pomeriggio, il secondo fino alle tre di notte - per vigilare sulle strade e far girare bustine, ordinati libri mastri per tenere ordinata la contabilità dello spaccio. E poi utenze intestate a stranieri ignari di tutto e neanche residenti in città, linguaggio in codice e soprannomi per comunicare senza farsi scoprire.

 

La "benedizione" dei Serraino

«Erano estremamente organizzati» dice il procuratore capo Giovanni Bombardieri, che ha coordinato l’indagine diretta dai pm Diego Capece Minutolo e Walter Ignazzitto. Pur non essendo espressione dei clan, alcuni di loro vantavano rapporti importanti con Maurizio Cortese, il reggente dei Serraino di recente arrestato. In passato, alcuni di loro ne avevano agevolato anche la latitanze e fra la corrispondenza sequestrata in carcere al giovane boss, c’era anche una lettera di uno dei capi della banda di Sbarre. «Si metteva a disposizione e chiedeva istruzioni» sintetizza Bombardieri. Il gruppo però dal mondo dei clan rimaneva autonomo.

 

Spacciare a Sbarre, sognare Archi

Puntava invece ad essere cooptato, assorbito nella galassia degli “arcoti” quello guidato da Antonio Sarica. Più piccolo e meno strutturato dell’altro, era comunque riuscito a monopolizzare tutta la zona fra Viale Calabria e Sbarre e a sviluppare i propri traffici senza entrare in rotta di collisione con l’altra banda, che spacciava nel vicino rione Guarna. «Nelle conversazioni intercettate- spiega il procuratore capo Giovanni Bombardieri - li si sente inneggiare a Riina ‘che ha ucciso i meglio magistrati’, esprimere rispetto e onore per la ‘ndrangheta, in riferimento ai clan della zona nord di Reggio diceva ‘se ci appoggiano, facciamo il terrore’». Ed a questo puntava Sarica, che del gruppo era il capo, quando si relazionava con i giovanissimi dei clan Tegano e Molinetti, con cui dal 2017 era in rapporto diretto e continuato.

 

Il sequestro dei ragazzini 

Ed è lui ad intervenire quando il gruppo guidato da Chillino e Foti sequestra i due ragazzini. Dopo averli braccati per mezzo quartiere, Gabriele Foti uno dei capetti dell’organizzazione, insieme ai suoi luogotenenti Anouar Azzazi, Giuseppe Chillino e Andrea Foti li hanno letteralmente fatti prigionieri. «Erano clienti del gruppo criminale, per questo hanno avuto modo di sottrarre la droga. Sono stati portati in alcuni locali, legati, minacciati con delle pistole e picchiati». Un problema per Sarica, il capo dell’altro gruppo. Non solo uno dei due era un suo parente, ma la droga era finita in mano ad uno dei suoi luogotenenti. Per questo, ha cercato e trovato un aggiustamento, facendosi carico del debito in cambio della liberazione dei due ragazzi.

 

La denuncia, l'inchiesta, gli arresti

Terrorizzati, poco tempo dopo i due hanno deciso di denunciare per paura di ulteriori ritorsioni. È partita così l’indagine che, spiega Bombardieri, «ha consentito di delineare due organizzazioni che sono riferibili per contatti e per una serie di rapporti alle cosche di ‘Ndrangheta della città di Reggio». Chillino era a disposizione di Cortese, il gruppo di Sarica si rivolgeva a grossisti dialogava con Tegano e Molinetti e si rivolgeva a grossisti con base ad Archi. «Al momento però – dice Bombardieri -non è stato accertato un collegamento diretto». Al momento.

Giornalista
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