L'ultimo saluto a Moussa Ba morto a febbraio nel rogo della baraccopoli

La commemorazione si è svolta a Reggio nell'obitorio del Grande ospedale metropolitano ed è stata organizzata da alcuni migranti e dalla Flai Cgil di Gioia Tauro. La sigla sindacale ha finanziato il rimpatrio della salma in Senegal 

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di Angela  Panzera
6 aprile 2019
18:13
La commemorazione a Reggio
La commemorazione a Reggio

Si è svolta questo pomeriggio all’obitorio di Reggio Calabria la commemorazione funebre, da parte di un gruppo di migranti giunti dalla Piana di Gioia Tauro, di Moussa Ba il giovane senegalese morto in un incendio divampato alla baraccopoli di San Ferdinando, la notte intercorsa tra il 15 e il 16 febbraio scorso.

Insieme ai migranti anche i rappresentanti sindacali della Flai Cgil gioiese, Rocco Borgese e Pasquale Iaria. Ed è il sindacato ad aver organizzato e finanziato il trasferimento della salma del 28enne che lunedì mattina partirà da Reggio Calabria per far rientro in Africa.

Momenti emozionanti e di grande intensità religiosa quelli registratisi pomeriggio al nosocomio reggino quando i “fratelli” di Moussa Ba gli hanno dato l’ultimo saluto e hanno pregato per la sua anima.

 

«La Flai Cgil - ha dichiarato alla nostra testata il segretario Borgese - ha reputato necessariodoveroso, in base ai nostri principi da sempre professati ossia quelli di dignità, diritti e legalità, far fronte anche questa volta alle spese per il rimpatrio del corpo dell’ultima vittima che ha perso la vita alla baraccopoli. Dopo oltre un mese, ha continuato Borgese, finalmente l’iter burocratico si è concluso e lunedì il feretro raggiungerà il Senegal. Ad attendere Moussa Ba ci saranno i suoi familiari che lo accoglieranno e, secondo i riti, gli daranno una degna sepoltura. Noi, così come avvenuto purtroppo anche in passato, siamo sempre dalla parte di questi ragazzi africani. A differenza di tutti gli altri noi - ha concluso - siamo con loro fino alla fine».

Moussa Ba, che però si faceva chiamare Aldo, era arrivato in Italia nel 2015 e da meno di due anni si trovava a San Ferdinando. Non appena sbarcato sulle coste italiane, quattro anni fa, aveva subito ottenuto la protezione umanitaria, concessa dalla commissione territoriale di Trapani. Il permesso di soggiorno era scaduto nel marzo 2018, ma Moussa non aveva potuto rinnovarlo perché non aveva la documentazione necessaria.

 

Il giovane senegalese non è l’unico ad essere morto, bruciato vivo, alla baraccopoli di San Ferdinando. Prima di lui Becky Moses, nigeriana, deceduta nel gennaio dello scorso anno, e poi Jaiteh Suruwa il 18enne gambiano morto nella notte del due dicembre scorso. Esattamente un mese fa, il sei marzo, la Prefettura, le forze dell’ordine e il comune sanferdinandese hanno dato avvio allo smantellamento del ghetto che si è concluso dopo appena tre giorni. Molti migranti hanno lasciato la Piana altri invece, alloggiano nella tendopoli, sito già esistente, che adesso conta la presenza di circa 900 persone. Proprio qui, nella tendopoli, un'altra tragedia si è consumata il 22 marzo scorso, sempre a causa di un incendio: a perdere la vita è stato il 32enne senegalese Sylla Naumè.

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