Il maxiprocesso alla ’ndrangheta

Rinascita Scott, esordio in aula per il collaboratore di giustizia Gaetano Cannatà

Il ruolo dei D’Andrea, le operazioni antimafia sapute in anteprima, il pentimento di Mantella, il clan Lo Bianco, il gruppo dei Pardea, l’usura e gli affari illeciti in città

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di Giuseppe Baglivo
12 ottobre 2021
22:30

Esordio del collaboratore di giustizia Gaetano Cannatà, 47 anni, di Vibo Valentia, nel maxiprocesso Rinascita Scott. Un esame andato avanti per circa tre ore nel corso delle quali Cannatà – rispondendo alle domande del pm della Dda di Catanzaro, Antonio De Bernardo – ha ripercorso gli esordi della propria carriera criminale e spiegato i legami con diversi imputati. «Ho gestito un bar a Vibo dal 2007 al 2014 in via Giovanni XXIII. Avevo iniziato con un socio, Giuseppe De Leo, ma rimasi quasi subito da solo. Mi occupavo con il bar del catering per le scuole, attività che andava abbastanza bene. Per racimolare qualche soldo in più, mi misi però a fare usura. Inizialmente ho fatto usura al signor Baroni che mi era stato presentato da Carmelo Pugliese. Da lì ho iniziato a fare usura pure nei confronti di altri soggetti sin quando non sono stato arrestato. Pure io, al tempo stesso, mi trovavo sotto usura. In particolare nel 2009 dovevo restituire somme di denaro a Salvatore Furlano, commesso del negozio di moda “Giannini” a Vibo Valentia, nel 2007 altre somme di denaro a Giuseppe Barba detto “Pino Luna”, fratello di Vincenzo Barba detto il Musichiere, e poi nel 2014 dovevo restituire soldi prestati ad usura a Domenico Moscato che aveva un tabacchino a Vibo”.

Quindi un passaggio su Vincenzo Barba, detto Il Musichiere, che secondo il collaboratore dopo la morte di Carmelo Lo Bianco (detto “Piccinni”) era diventato “il capo di tutto a Vibo, comandava lui su tutto a livello di ‘ndrangheta”. Una confidenza, quest’ultima, che a Cannatà sarebbe stata fatta dai suoi cugini Carmelo D’Andrea e Giovanni D’Andrea, detti Coscia d’Agneju. “Ricordo che nel mio bar vennero un giorno Carmelo Pugliese con Baroni e mi venne detto che Baroni era un rappresentante di preziosi. Gli diedi tremila euro ad un tasso di interesse del 10% mensile. Baroni aveva poi un contatto diretto con Moscato, mentre invece Furlano ha conosciuto Baroni tramite me. Baroni mi ha pagato due volte, poi però ha avuto problemi nel pagare gli interessi e nel giugno 2014 è sparito. Furlano pretendeva allora i soldi da me indietro, sottolineando che lui era un appartenente alla cosca Lo Bianco e i soldi che mi aveva dato per girarli ad usura a Baroni provenivano da Domenico Lo Bianco, figlio del defunto Carmelo Lo Bianco. Furlano – ha aggiunto il collaboratore – mi disse inoltre che pure Giovanni Franzè di Stefanaconi gli aveva dato dei soldi per il prestito erogato a Baroni. Alla fine sono stato io in parte a pagare gli interessi che mi ha lasciato in eredità Baroni e per questi fatti sono stato condannato nel processo Insomnia a 6 anni per usura. Ricordo anche che in quel periodo, non riuscendo più a pagare l’affitto della mia abitazione, venne da me Leoluca Lo Bianco – mio vicino di casa ed appartenente al clan Lo Bianco-Barba – per dirmi di pagare altrimenti avrei dovuto lasciare l’appartamento”.


Conoscevo Andrea Mantella – ha dichiarato Cannatà – e negli anni duemila si diceva che a Vibo era lui a comandare. Mi dissero ciò anche i miei cugini D’Andrea, i quali mi raccontarono che Mantella aveva fatto una scissione dal clan Lo Bianco. Quando Mantella ha iniziato a collaborare, mio cugino Giovanni D’Andrea mi confidò la cosa prima ancora che la notizia venisse divulgata dai giornali. Dopo la sua collaborazione nel 2016, il clan Lo Bianco si è ripreso in città tutto ciò che prima ricadeva sotto il controllo di Mantella. Da un lato erano tutti preoccupati per la sua collaborazione con la giustizia, dall’altro lato però vissero la sua collaborazione come una sorta di liberazione perché con la sua assenza i D’Andrea ed i Lo Bianco sono ritornati i padroni della città”.

 

Gaetano Cannatà ha quindi ricordato di aver fatto usura pure a Sergio Politi e Sandro Currà ed anche a Marino Anello. A quest’ultimo sarebbe stato erogato un prestito prima di 3mila euro – in cambio di un assegno di 1.650 euro a titolo di interessi – e poi altri 3mila euro ad un tasso di interesse dell’8% mensile con soldi che gli sarebbero stati girati dal nipote.

I D’Andrea a Vibo

“Carmelo D’Andrea mi è cugino – ha dichiarato Gaetano Cannatà – perché figlio del fratello di mia madre. Pasquale D’Andrea è invece mio nipote, figlio di mia sorella, ed anche nipote di Carmelo D’Andrea. Carmelo D’Andrea ha sempre fatto parte del clan Lo Bianco, era all’origine legato a Ciccio Fortuna, detto Pomodoro, e dopo la sua morte si è relazionato con i vertici del clan Lo Bianco: Carmelo Lo Bianco, Enzo Barba, Paolo Lo Bianco, Domenico Lo Bianco, Antonio U Lorduni di cui non conosco il cognome. Si rapportava pure con Francesco Scrugli e con Leoluca Lo Bianco. Carmelo D’Andrea aveva una dote alta ed aveva un ruolo a Vibo: per qualsiasi lavoro comandavano loro, i Lo Bianco, e lui stesso aveva l’autorità per sistemare determinate situazioni”. 

Le estorsioni in città

Gaetano Cannatà è quindi passato ad elencare una serie di estorsioni ed imposizioni che avrebbero visto quali protagonisti i D’Andrea. “Al caseificio Lo Bianco di Vibo, Carmelo D’Andrea ed il figlio erano soliti prendere la merce e non pagare, cosa che infastidiva molto il proprietario perché alla fine si trattava di venti, trenta euro alla volta. Stessa cosa accadeva con una macelleria dove i D’Andrea si prendevano la carne e non pagavano. Ed anche qui la proprietaria si lamentava. Due, tre volte l’anno, invece, i D’Andrea si prendevano poi i soldi da alcune assicurazioni, mentre in altre occasioni hanno incendiato le auto a periti assicurativi che non si prestavano ad accontentarli. Al perito Vincenzo Marchese è stata incendiata un’auto, al perito assicurativo Filippo Franco sono state invece incendiate due auto. Altre imposizioni da parte dei D’Andrea avvenivano poi nel periodo natalizio con le Stelle di Natale, imposte ai commercianti al prezzo di dieci euro a piantina. Per altri lavori – ha aggiunto Cannatà – so che invece Carmelo D’Andrea si recava a chiedere i soldi alle ditte in nome e per conto del clan Lo Bianco, specialmente alle imprese che arrivavano a Vibo da fuori città. Anche in occasione dell’arrivo delle giostre a Vibo Valentia, il proprietario doveva dare un certo numero di biglietti gratis sia al gruppo dei Lo Bianco e sia al clan Pardea, detti Ranisi».

Gli spazi liberi lasciati da Mantella rioccupati dai Lo Bianco

Conoscevo Andrea Mantella – ha dichiarato Cannatà – e negli anni duemila si diceva che a Vibo era lui a comandare. Mi dissero ciò anche i miei cugini D’Andrea, i quali mi raccontarono che Mantella aveva fatto una scissione dal clan Lo Bianco. Quando Mantella ha iniziato a collaborare, mio cugino Giovanni D’Andrea mi confidò la cosa prima ancora che la notizia venisse divulgata dai giornali. Dopo la sua collaborazione nel 2016, il clan Lo Bianco si è ripreso in città tutto ciò che prima ricadeva sotto il controllo di Mantella. Da un lato erano tutti preoccupati per la sua collaborazione con la giustizia, dall’altro lato però vissero la sua collaborazione come una sorta di liberazione perché con la sua assenza i D’Andrea ed i Lo Bianco sono ritornati i padroni della città»

I due gruppi operanti a Vibo-città

Il collaboratore di giustizia è quindi passato a raccontare dei dissapori con il clan Lo Bianco avuti da Carmelo D’Andrea dopo il periodo di carcerazione per l’operazione “Nuova Alba”. “Lamentava il mancato sostegno economico della cosca Lo Bianco durante la detenzione, e così una volta scarcerato – ha raccontato Cannatà – mio cugino Carmelo D’Andrea si è avvicinato al gruppo dei Pardea, essendo amico dei vertici di tale clan: Domenico Camillò e Antonio Macrì. Alla fine, però, Carmelo D’Andrea si è riavvicinato al clan Lo Bianco”. Anche Luciano Macrì nel carcere di Tolmezzo avrebbe confidato a Gaetano Cannatà della riorganizzazione in atto nel clan dei Pardea (detti “Ranisi”) con l’ingresso nel gruppo anche di Damiano Pardea, Mommo Macrì (figlio di Antonio Macrì), Francesco Antonio Pardea, Domenico Pardea e Salvatore Morelli. Sarebbe stato quest’ultimo, anche a detta di Gaetano Cannatà, a ordinare il posizionamento della carcassa di un delfino dinanzi alla ditta di Francesco Michelino Patania, imprenditore sotto processo con l’accusa di far parte del clan Lo Bianco.

Le operazioni sapute in anteprima

Nella deposizione di Gaetano Cannatà hanno quindi trovato spazio anche le “soffiate” sulle operazioni ancora da scattare. “Quando Daniele La Grotteria arrivò in carcere a Tolmezzo – ha dichiarato Cannatà – mi disse che lui già lo sapeva che sarebbe stato arrestato a Natale per Rinascita Scott. Riguardo invece l’operazione Insomnia, sapevamo da Damian Pardea che eravamo sotto indagine per usura e che eravamo stati denunciati da Baroni. Damiano Pardea ci disse che lo aveva saputo da un suo amico carabiniere e stessa cosa mi confermò pure Marino Anello che diceva di avere amicizia pure lui fra i carabinieri. Tale carabiniere passava informazioni sia al clan Lo Bianco che al clan Pardea e si chiamava Antonio”. Cannatà non ne ha indicato il cognome ma nel corso delle dichiarazioni pre-dibattimentali l’ha riconosciuto in foto. L’esame di Gaetano Cannatà – condotto oggi dal pm della Dda di Catanzaro Antonio De Bernardo – proseguirà domani dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia.

 

Giornalista
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