Rinascita Scott e il manoscritto di Giancarlo Pittelli: «Sapevo di dover essere arrestato»

Il testo sequestrato nel suo ufficio e le dichiarazioni spontanee al Ros: il rapporto con Luigi Mancuso, l’appartenenza massonica, il caso De Magistris. Una strategia difensiva preordinata. Sullo sfondo anche un tentativo per colpire il procuratore Gratteri?

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di Pietro Comito
15 luglio 2020
11:46
Il manoscritto sequestrato dal Ros e, nel riquadro, Giancarlo Pittelli
Il manoscritto sequestrato dal Ros e, nel riquadro, Giancarlo Pittelli

Un manoscritto, penna biro di colore blu: un foglio di block notes a righe con l’intestazione del suo studio. È sulla scrivania. I carabinieri del Ros di Roma lo sequestrano nel corso della notte in cui danno esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Barbara Saccà nei confronti di Giancarlo Pittelli, una delle figure centrali della colossale inchiesta Rinascita Scott.

Colgono, i militari, riferimenti evidenti all’indagine della quale, fino ad allora, l’importante penalista calabrese «non avrebbe potuto e dovuto avere cognizione». Cognomi, nomi di banche, cifre relative a somme di denaro. Quella minuta - scrive in una nota, successivamente trasmessa al pool di Nicola Gratteri, il comandante della seconda sezione del Ros Centrale, il maggiore Fabio Vincelli - rappresenta una sorta di «pro-memoria, quasi a formare un indice degli argomenti» della misura restrittiva notificata il 19 dicembre 2019. Pittelli l’aspettava e così, quando apre la porta, accoglie i carabinieri con un’affermazione eloquente: «Sarebbe questa la famosa ordinanza della Saccà?».

Il profilo nell’indagine

L’informativa inviata alla Dda il 24 aprile 2020 - e acquisita tra gli atti a disposizione delle difese una volta chiusa l’indagine Rinascita Scott - contiene anche le dichiarazioni messe a verbale dallo stesso Pittelli, accusato di essere legato a doppio filo col superboss Luigi Mancuso e di essere un massone borderline, capace di intessere rapporti con le alte sfere del potere e di accedere ad informazioni riservate.

Sono dichiarazioni rilevanti, tutte appuntate dal Ros, che successivamente le passerà in rassegna con le proprie controdeduzioni.

Per completezza di informazione: il pesantissimo quadro indiziario nei confronti di Giancarlo Pittelli, in seguito al pronunciamento del Tribunale del Riesame e della Cassazione sulla misura cautelare a suo carico, si è ridimensionato, ma resta comunque grave, al punto che ogni istanza di scarcerazione presentata dalla sua difesa è stata finora respinta.

«Lo so da un anno»

Pittelli (che invece davanti al gip, a quarantott’ore dall’arresto, definendosi distrutto psicologicamente e fisicamente, preferirà avvalersi della facoltà di non rispondere) fa scrivere di essere a conoscenza «da circa un anno, cioè dal dicembre del 2018, del fatto che dovevo essere arrestato».

Sostiene di averlo appreso da «Paolo Pollichieni». Pollichieni è stato un grande giornalista, coraggioso e perbene, una delle firme più importanti nella storia dell’informazione calabrese.

Noi vogliamo rispettare la sua nobile memoria e gli insegnamenti che ci ha lasciato e, nel farlo, decidiamo di non omettere nulla di questo delicato frammento di Rinascita Scott, analizzandolo criticamente e ponendoci qualche domanda.

Le annotazioni del Ros

Il primo fatto certo - che il Ros non manca di rilevare - attiene alla circostanza secondo cui il penalista fosse al corrente dell’indagine già prima del dicembre 2018, come svelano le sue conversazioni telefoniche con altri due importanti giornalisti, Giacomo Amadori e Guido Ruotolo, risalenti al 3 e al 22 ottobre precedenti.

In particolare ad Amadori spiegava che c’era un’inchiesta «enorme» che riguardava «Vibo Valentia», dato fino ad allora segreto.

Secondo fatto certo: Paolo Pollichieni purtroppo non c’è più e, quindi, non potrà mai rispondere davanti ad un’accusa così infamante come quella che gli viene mossa post mortem.

Il giornalista - che nel corso delle investigazioni (altro dato rilevante) non viene però mai in contatto con l’ex parlamentare di Forza Italia, il quale intercettato in via telematica (altro dato decisivo) ad un certo punto era come se avesse una microspia sempre accesa dietro - è spirato nel maggio del 2019 e stava male da diversi mesi.

La richiesta cautelare della Dda di Catanzaro nei confronti di Pittelli e della maggior parte degli indagati è stata invece avanzata il 30 luglio del 2018 ed ha ricevuto due integrazioni successive: una il 14 marzo e l’altra il 25 novembre del 2019. L’ordine di arresto del gip Saccà è del 12 dicembre 2019, quindi un anno dopo il periodo nel quale l’avvocato indagato data la conoscenza del suo infausto destino e sette mesi dopo la morte di Paolo Pollichieni.

La serenità di Pittelli

Ciò che emerge dal lunghissimo monitoraggio di Pittelli, fino a poco tempo prima che fosse eseguita la misura nei suoi riguardi, è la sua consapevolezza che ci fosse una grande inchiesta giudiziaria pronta a deflagrare rispetto alla quale manifestava però una sostanziale serenità personale, che è difficile appartenga a chi sa «da un anno» che verrà arrestato.

Una serenità però venuta meno, improvvisamente, come vedremo più avanti, solo qualche mese prima il blitz di Rinascita Scott. E Paolo Pollichieni, purtroppo, si era già spento.

L’ultimo articolo di Pollichieni

Un altro elemento importante lo ricaviamo da uno degli ultimi articoli scritti da Paolo Pollichieni. Risale proprio al dicembre del 2018: nelle settimane successive la malattia prese il sopravvento su di lui. Pubblicato sulla testata che dirigeva, il Corriere della Calabria, era intitolato “I fascicoli scottanti e la sicurezza di Gratteri”.

Era un giornalista coraggioso, Pollichieni, e non aveva timore nel prendere posizione. Ed egli era apertamente e sinceramente schierato a protezione del procuratore Gratteri e del lavoro che portava avanti assieme ai colleghi della Dda. 

Passava in rassegna, in quell’articolo, molti nodi che nei mesi successivi sarebbero venuti al pettine: la guerra negli uffici giudiziari calabresi che avrebbe portato, dopo, al trasferimento a Torino del procuratore generale Otello Lupacchini, l’attenzione del Ministero della Giustizia, che avrebbe mandato a Catanzaro i suoi ispettori.

Poi i fascicoli trasferiti a Salerno: quelli che, mesi dopo, si sarebbero tradotti in un’indagine e, quindi, in una richiesta di rinvio a giudizio per il procuratore di Castrovillari Eugenio Facciolla.

Poneva l’attenzione sui «manganellatori mediatici» protagonisti di «vere e proprie campagne di stampa». E con la sua lungimiranza anticipava quello che sarebbe successo nei mesi successivi, anche dopo la sua morte, fino ad oggi, con una diffusione di notizie - dall’aula bunker di Rinascita Scott al depotenziamento mediatico della stessa indagine, dalla diffusione parziale dei whattsapp di Luca Palamara fino all’abusiva circolazione delle dichiarazioni spontanee dell’ex procuratore di Castrovillari Facciolla pronunciate nell’udienza camerale attualmente in corso davanti al gup di Salerno - che avrebbe appunto l’effetto di minare il lavoro e l’immagine dello stesso procuratore Gratteri. 

Le nostre domande

Paolo Pollichieni avrebbe mai potuto mettere in pericolo - rivelando particolari che non poteva conoscere, visti i tempi e le date - l’esito dell’inchiesta più importante condotta dal magistrato (Nicola Gratteri) per la cui sicurezza aveva condotto una crociata senza remore e infingimenti?

La sicurezza di un uomo, di un magistrato, al quale (e nel pieno rispetto dei ruoli e dei doveri di ognuno) era notoriamente legato da un’antica e profonda amicizia e che da sempre rischia la vita.

Chiamare in causa una figura di tale calibro, che ormai non c’è più e che ovviamente non potrà mai difendersi, rientra forse in una strategia più ampia e articolata da parte di un indagato che è stato, fino al giorno dell’arresto, anche uno dei più noti avvocati italiani?

Chiamare in causa Pollichieni significa, anche in questo caso, tentare di colpire Gratteri, da sempre nel mirino incrociato di più forze, interne ed esterne alla magistratura, fiaccate dall’azione sua e dei colleghi del suo pool?

Il rapporto con Mancuso, i debiti

Ma torniamo alle dichiarazioni spontanee rilasciate da Giancarlo Pittelli dopo la notifica dell’ordinanza a suo carico. Con quelle affermazioni, intende anche chiarire la natura del suo rapporto con Luigi Mancuso.

Esibisce una lettera che il “capo dei capi” gli ha inviato dal carcere e che dimostrerebbe - spiega al Ros di Roma - come i suoi rapporti si sarebbero «distanziati già intorno al 2006». Spiega poi che li avrebbe riallacciati negli ultimi due anni quando venne «convocato da Luigi Mancuso», attraverso due suoi emissari.

Il superboss si sarebbe detto «scontento» del fatto che l’avvocato catanzarese non avesse pagato un professionista, indagato in Rinascita Scott, che aveva effettuato dei lavori ad uno studio romano. Il penalista arrestato spiega ancora quanto compromessa sia la sua situazione finanziaria, dopo la sciagurata avventura alla guida del Catanzaro Calcio.

Quando acquistò la società giallorossa - sottolinea - «rimango vittima di una truffa da circa 7.000.000 di euro, perché la società era piena di debiti che ho dovuto e sto ancora pagando io».

E consegna assegni ed altri documenti a riprova delle sue affermazioni. Quell’incontro poco piacevole con Mancuso, fu però l’occasione per riprendere il rapporto interrotto anni prima. Non nega - anzi, egli stesso spiega - di averlo interessato sull’affare relativo alla possibile vendita della Valtur di Nicotera.

La massoneria e il caso De Magistris

Poi, uno degli aspetti più delicati delle sue dichiarazioni spontanee: la sua appartenenza alla massoneria. Chiarisce di esserne stato iscritto «ma sempre a logge ufficiali», sin dal 1980. Ad un certo punto ne uscì, per poi rientrarvi tra il 2017 e il 2018. Dice Pittelli: «Già in passato sono stato accusato dal dottor De Magistris di fare parte di logge massoniche coperte e di avere informato Chiaravalloti (magistrato ed ex presidente della Regione, ndr) di una imminente perquisizione a suo carico.

In realtà - continua - il sabato prima della perquisizione c’è stata una cena a cui hanno partecipato l’allora procuratore Mariano Lombardi, la figlia di Chiaravalloti e Chiodo Teresa, per cui è facile intuire chi possa avere avvisato Chiaravalloti. Io queste cose non ho mai voluto rivelarle perché sono una persona corretta e non volevo mettere in difficoltà tre magistrati».

I tre magistrati citati

Mariano Lombardi è deceduto nel 2011 e, come si ricorderà, fu uno dei principali protagonisti della guerra tra le Procure di Salerno e Catanzaro legata al caso De Magistris. In sede giudiziaria, un pronunciamento della Cassazione, intervenuto dopo la sua morte, ha riconosciuto l’insussistenza di illeceità nella sua condotta rispetto alle inchieste condotte da De Magistris.

In sede disciplinare fu invece disposto il suo trasferimento d’ufficio a Messina, ma non prese mai servizio avendo ormai raggiunto la pensione. Precisiamo inoltre che i magistrati Caterina Chiaravalloti e Teresa Chiodo sono invece completamente estranei sia alle vicende Why not e Poseidone (e quindi al caso De Magistris) sia a Rinascita Scott. Precisiamo inoltre che la loro carriera è stata sempre impeccabile.

Ma andiamo avanti.

Il colonnello messo nei guai

Il verbale continua con il dispiacere di Giancarlo Pittelli per «avere messo in questa situazione» il colonnello Giorgio Naselli. «Ho commesso io una leggerezza», dice.

«Mi è stato affidato un incarico di un soggetto che prima era difeso da un altro avvocato, così, superficialmente, ho chiesto al colonnello Naselli, che conosco, di interessarsi a questa pratica per non andare fino a Teramo.

Il colonnello mi ha dato una serie di informazioni dalle quali si evinceva che la situazione era compromessa, perché si tratta di un’intestazione fittizia, così ho rinunciato al mandato».

Le conclusioni: «Comunque ritengo che per vicende del genere non c’era bisogno di arrestare un avvocato. Ritengo sia inutile. Avevo già preso degli appunti delle cose che vi ho dichiarato, che ho preso un anno fa». 

Gli omissis

L’informativa del Ros Centrale alla Dda di Catanzaro - che trae spunto dal manoscritto e dalle dichiarazioni spontanee di Giancarlo Pittelli, allegata agli atti di Rinascita Scott le cui indagini preliminari, lo ricordiamo, sono state chiuse – si compone di 59 pagine, delle quali 15 coperte da omissis.

Il reparto investigativo d’élite dell’Arma scansiona e passa in rassegna il manoscritto del penalista, destruttura le sue dichiarazioni spontanee e le analizza con le emergenze investigative, cogliendo - mette nero su bianco - ciò che ritiene essere incongruenze e mancanza di veridicità su numerosi punti chiave.

Il «testamento»

Anche le conclusioni di questa informativa sono molto significative. E il Ros - che ha realizzato un lavoro assolutamente puntuale e completo dal punto di vista investigativo - non manca di scrivere come l’indagato mostri «uno stato emotivo profondamente turbato e del tutto nuovo, mai emerso in precedenza dall’attività di captazione svolta da questa sezione».

Annota come sia stata sequestrata una «missiva» datata 12 maggio 2019 che Giancarlo Pittelli intitolava “Il mio testamento”: «Le parole presenti nel testo, rivolte dal legale ai propri cari - si legge nel documento inviato alla Dda di Catanzaro – palesavano l’intento suicida dettato “dall’onta della sconfitta” e dall’incapacità di “vivere nel disonore”». È forse questo, e non dicembre 2018, il momento in cui apprende davvero che verrà arrestato? Paolo Pollichieni, però, è già spirato.

Tredici giorni prima

Quindi, nelle sue conclusioni, il Ros riporta la trascrizione di una conversazione telefonica, intercorsa tra Giancarlo Pittelli e Guido Contestabile, suo avvocato difensore e amico. È il 6 dicembre 2019, tredici giorni a Rinascita Scott. Pittelli è proprio giù. Dice di non voler uscire di casa, di voler passare dal cimitero nel pomeriggio. Il collega prova a dargli conforto, lo invita a pranzare o a passare un po’ di tempo insieme.

«Sono stato un fesso… Mi sono fatto massacrare da tutti, massacrato da tutti», dice Pittelli. E poi: «Sono stanco Guido, sono veramente stanco. L’unica cosa che mi preoccupa è mia figlia». Insiste il collega, prova a rassicurarlo, vuole mostrargli affetto e vicinanza. Prova tirarlo su. Uno sforzo vano davanti a chi sapeva che stava per abbattersi su di sé uno tsunami devastante.

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