Rinascita-Scott, doti e regole della 'ndrangheta raccontate dal pentito Diego Zappia

Dai riti alla detenzione in carcere insieme con i vibonesi. Nel maxi processo in corso a Lamezia è stata la volta della deposizione del collaboratore di Oppido Mamertina 

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di Pietro Comito
17 febbraio 2021
17:45
Nel riquadro Diego Zappia
Nel riquadro Diego Zappia

Trentasei anni il prossimo giugno. Battezzato tra il 2008 ed il 2009. Picciotto, camorrista, sgarrista e santista, infine trequartino benedetto dal boss cosentino Michele Di Puppo. Quella di Diego Zappia, nel crimine organizzato, fu un’ascesa fulminea. Che sia stato uno ‘ndranghetista, peraltro, l’ha riconosciuto anche la giustizia, che appena una settimana addietro l’ha condannato a tre anni di carcere per associazione mafiosa.

Vuotò il sacco quando comprese che avrebbe rischiato la detenzione a vita, una volta arrestato per l’omicidio del boss emergente di Gallico Giuseppe Canale, consumato nell’agosto del 2011 a Reggio Calabria come vendetta per l’uccisione, nel settembre 2020, del vecchio padrino Mimmo Chirico. Nato e svezzato al crimine nella sua Oppido Mamertina, Zappia oggi depone al maxiprocesso Rinascita Scott per rappresentare come le regole della ‘ndrangheta unitaria si siano evolute e siano arrivate fino ai giorni nostri.


I gradi degli ’ndranghetisti

Già ascoltato il 2 marzo del 2019 dal pool di Nicola Gratteri, nel corso delle indagini preliminari, il collaboratore racconta in particolare delle «doti» mafiose nelle cosiddette «società maggiori», comprese alcune sconosciute ai più e che gli sarebbero state confidate ad uno ’ndranghestista della vecchia guardia, l’ottuagenario Domenico Focà, col quale condivise un periodo in gattabuia: il Tredicesimo apostolo, l’Infinito, la Super-associazione. «Doti», queste, che si aggiungono a quelle più o meno già note, alcune delle quali introdotte dopo la maxioperazione Crimine: la  Santa, il Vangelo, il Trequartino, il Quartino, il Padrino, la Semicrociata, la Crociata, la Stella che corrisponde al Diritto e medaglione, il Mammasantissima. Zappia – ex uomo dei Mazzagatti-Polimeni-Bonarrigo di Oppido Mamertina – sostiene che, almeno fino alla data del suo arresto, nel luglio del 2018, il Vibonese ed il Catanzarese rientravano nel Mandamento Tirrenico della ’ndrangheta che risponde al Crimine di Polsi. Una geografia storica che sarebbe stata alterata, almeno nelle intenzioni, da Nicolino Grande Aracri, il potentissimo boss di Cutro, intenzionato ad assorbire in un Crimine con regole e regia nel Crotonese, i locali del Catanzarese e del Cosentino.

I rapporti con i vibonesi

Soffermandosi, specificamente, sulla ’ndrangheta vibonese, racconta che fu nell’ambito della sua attività nel commercio di legname che conobbe il killer Nicola Figliuzzi, oggi pentito, che ingaggiò per l’omicidio Canale. Arrestato nel novembre del 2013, tra il 2014 ed il 2017, quando ebbe la dote della Santa nell’ora d’aria, al passeggio, carcere di Siracusa, erano presenti anche Francesco Capomolla, originario di Ariola di Gerocarne, Francesco Bognanni detto Antonio e Domenico Franzoni, entrambi legati ai Lo Bianco di Vibo città. Quindi – rispondendo alle domande del pm Annamaria Frustaci – Diego Zappia racconta: «A Siracusa i detenuti calabresi eravamo pochi. Nell’ora d’aria, arrivati i paesani, c’erano le presentazioni di rito. Qui ho conosciuto Di Puppo e gli altri, con i quali abbiamo stretto amicizia».

La società oscura

Di Puppo, legato ai Lanzino, avrebbe avuto la dote della Stella. «Come in tutte le associazioni segrete, la ’ndrangheta ha dei livelli – dice Zappia –. Esiste una regola antica, secondo cui ognuno sa solo ciò che c’è al suo livello o sotto il suo livello. Ora questa regola non si rispetta più. Lui mi fece capire che aveva la Stella e gli mancava quella del Mammasantissima. Alcune di queste doti consentivano di fare parte di un circuito ristretto di eletti, appartenenti a mondi diversi, delle istituzioni, di alto rilievo. Persone che avevano doti al di sotto di queste elevate non potevano conoscere l’esistenza di questa società oscura». Tornando a Domenico Focà: «Io lo invitai come ospite della mia cella, per curarlo ed aiutarlo per quello che era possibile. Così entrammo in confidenza, era un anziano a cui piaceva raccontare storie antiche, forse vedeva in me un giovane che poteva apprendere e così volle confidarmi questo segreto, che mi fece promettere di non riferire mai a nessuno».

I racconti di Focà

A questo punto, Zappia spiega un dettaglio interessante sulla dote della Stella: «Il Diritto e medaglione era una dote che fu creata da Umberto Bellocco per darla a personaggi della Sacra corona unita e che avrebbe dato anche a Domenico Oppedisano. Siccome questa dote non era riconosciuta dal Crimine, venne chiamata Stella. Tutto questo avvenne prima che Oppedisano fosse nominato capo-Crimine, affinché fosse in regola con il Crimine di Polsi». Focà, che gli raccontò «tutta la storia della ’ndrangheta», gli avrebbe riferito di possedere tutte le doti di ’ndrangheta, fino alla Super-associazione, che deteneva assieme a pochi altri: Francesco Bonarrigo detto Ciccio il Terrore, Antonio Gattellari di Oppido Mamerina e «un certo Rapino, originario di Canolo, che sta a Genova e che credo sia morto».

L’ultimo rito

Zappia, quindi, racconta l’ultimo rito del quale fu protagonista, nel carcere di Siracusa appunto, durante l’ora d’aria, quando ricevette la Santa: «Il cerimoniere, in quella circostanza Di Puppo, battezza il locale. Ti fanno una premessa. Tu sei una montagna, hai un proiettile che devi usare per sparare ed uccidere i carabinieri che arrivano per catturarti. Se non ti riesce, devi ingoiare il cianuro, per non farti prendere vivo e non rivelare i segreti della Santa. Era una cosa metaforica per spiegare che a costo della morte ci sono cose che non devono essere violate. Viene quindi recitata una formula. Se prima eri uno sgarrista, ora ti riconoscono come santista. La metafora del proiettile ed il cianuro viene ripetuta anche per il conferimento delle doti successive. La montagna rappresenta il corpo unitario della ‘ndrangheta, che ha una base fatta di picciotti e poi si arriva all’apice».

Il lutto in carcere

Ritornando ai vibonesi co-detenuti a Siracusa, Zappia racconta che quando spirò, nel carcere di Parma, Carmelo Lo Bianco, capo storico dell’omonimo clan, sia Bognanni che Franzone mantennero il «lutto» ed in segno di cordoglio anche gli altri detenuti mostrarono «rispetto», fermando diverse attività sociali. Da loro, peraltro, apprese anche dettagli in relazione alla posizione di Andrea Mantella, che il collaboratore ha riferito di non conoscere: «Mi dissero che era uno di loro e poi creò un gruppo suo che si alleò con i Piscopisani per prendersi il territorio. Mi dissero che aveva rapporti di parentela acquisita con i Giampà di Lamezia Terme». A Vibo sarebbe quindi esistito un locale di ‘ndrangheta, capeggiato proprio da Carmelo Lo Bianco, riconosciuto dal Crimine di Polsi. «Sono cose – dice Zappia – che ho appreso dai discorsi di Domenico Franzone, che si occupava di estorsioni. Bognanni, per quello che so, era un affiliato e aveva la dote del Vangelo. Franzone sicuramente aveva una dote più elevata».

Giornalista
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