Rinascita-Scott, Mantella racconta: «Ad Accorinti volevo bene ma lo temevo, faceva sparire le persone»

Il collaboratore di giustizia nel corso del controesame delinea i rapporti con il boss di Zungri: «Era un grosso trafficante di droga, un capo dentro e fuori dal carcere» (ASCOLTA L'AUDIO)

di Giuseppe Baglivo
17 giugno 2021
17:28
Peppone Accorinti e Andrea Mantella
Peppone Accorinti e Andrea Mantella

Accordi fra Andrea Mantella e Raffaele Fiamingo, il boss del Poro poi ucciso nel 2003 a Spilinga, per concordare le modalità attraverso le quali intimidire imprenditori come Restuccia che stavano eseguendo dei lavori. Nel corso del controesame del collaboratore nel maxiprocesso Rinascita Scott da parte dell’avvocato Francesco Sabatino, Andrea Mantella si è soffermato su molteplici vicende.


Lele Fiamingo mi è stato presentato nel 2002-2003 da Paolino Lo Bianco e poi l’ho frequentato. Fiamingo mi disse se potevo bruciare gli escavatori di Restuccia, ma io gli riposi che non era il caso di bruciarli vicino all’abitazione di campagna di mio padre. Gli dissi – ha affermato Mantella – che potevamo rimediare piazzando a Restuccia una bottiglia con liquido infiammabile. Allo stesso tempo ci fu un accordo fra me e Raffaele Fiamingo per non toccare il costruttore Francesco Patania, detto Ciccio bello, in quanto era un mio parente e io lo rispettavo molto”.

L’incontro con Peppone Accorinti

Anche Andrea Mantella aveva timore, come gran parte dei criminali del Vibonese, a recarsi agli appuntamenti da Giuseppe Accorinti. “Uscito nel 2009 dalla clinica cosentina Villa Verde mi sono recato a Zungri a salutare Peppone Accorinti nei cui confronti avevo molta simpatia. Posso dire che ad Accorinti ho voluto bene sino al giorno prima della collaborazione. Lo andai però a trovare di sorpresa – ha spiegato Mantella – perché lo temevo e aveva una brutta nomea in quanto faceva sparire le persone. L’incontro a Zungri è stato mediato da Mariano Fiamingo ed è avvenuto a casa sua. In quell’occasione chiesi ad Accorinti se mi dava della sostanza stupefacente che Francesco Macrì voleva spacciare a Vibo. Dopo tale incontro arrivarono quindi a casa mia Gregorio Gasparro e Nazzareno Felice, detto U Capiceju, e mi consegnarono la droga che poi i miei ragazzi, a cominciare da Salvatore Morelli, si misero a tagliare per spacciarla”. Non sono mancate le contestazioni da parte dell’avvocato Francesco Sabatino rispetto alle risposte fornite dal collaboratore di giustizia che, in diverse circostanze, ha cercato di chiarire le difformità fra quanto dichiarato nei verbali e quanto poi riferito in aula.

Il traffico di droga

 “Giuseppe Accorinti confermo che era un grosso trafficante di droga. Quando Angiolino Servello si è pentito – ha dichiarato Mantella – io ho cercato di capire se avesse reso dichiarazioni anche su di me. Ho frequentato Servello insieme a Nicola Cilurzo, alias Il Pastore. Per quanto riguarda l’omicidio di Roberto Soriano e quello di Antonio Lo Giudice confermo che Roberto Soriano è stato seviziato da Accorinti con una tenaglia di quelle che si usano per tagliare le unghie alle vacche. I particolari me li hanno raccontati Saverio Razionale e lo stesso Giuseppe Accorinti”. Quindi un passaggio sul controllo che Giuseppe Accorinti avrebbe esercitato all’interno del carcere. “Non ho mai litigato in carcere con Peppone Accorinti – ha dichiarato Mantella rispondendo all’avvocato Sabatino – ma con lui ha litigato una volta Francesco Scrugli. Giuseppe Accorinti era il capo sezione in carcere, era il capo ‘ndrangheta e tutti i detenuti dovevano fare quello che diceva lui. In quell’occasione, però, Scrugli disse ad Accorinti di informarsi su chi era lo stesso Scrugli chiedendo ai Fiarè ed a Gregorio Giofrè, detto Nasone”.

Il boss di Monte Poro

Secondo Andrea Mantella, dopo l’omicidio nel luglio 2003 di Raffaele Fiamingo di Rombiolo, il boss incontrastato di tutta la zona di Monte Poro sarebbe diventato Giuseppe Accorinti di Zungri “al quale è passato tutto il potere per l’intera area”. Quindi il racconto di due estorsioni ai danni di imprenditori della zona di Monte Poro, con il pagamento dei soldi in un caso a Pantaleone Mancuso, detto “Vetrinetta”, e nell’altro con la richiesta da parte di Accorinti nei confronti di un imprenditore già protetto da Luigi Mancuso.

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