Il 22 febbraio 1981, 45 anni fa, una voce giovane attraversò il filo del telefono per l’ultima volta. Rossella Casini chiamò suo padre Loredano da Palmi e pronunciò parole semplici, rassicuranti: "Sto tornando a casa". Aveva ventiquattro anni e una vita che la attendeva a Firenze, la città in cui era nata e cresciuta. Quel viaggio, però, non si sarebbe mai compiuto.

Rossella si trovava in Calabria come ospite della famiglia del fidanzato, Francesco Frisina. Solo molti anni dopo, nel 1994, la verità sulla sua scomparsa avrebbe iniziato a emergere attraverso le confessioni di alcuni collaboratori di giustizia: la giovane venne sequestrata, torturata, violentata e uccisa. Il suo corpo fu smembrato e gettato in mare, nella tonnara di Palmi. Di lei non è mai stato restituito nulla, né un resto né una sepoltura. E per quel delitto nessuno è stato condannato.

Rossella era “la straniera”. Così veniva definita perché estranea a un mondo che non le apparteneva, quello della ’ndrangheta. Aveva tentato di sottrarre l’uomo che amava all’influenza della sua famiglia, legata alle cosche locali. Un gesto che, in quel contesto, equivalse a una condanna.

A ricordarla oggi è chi l’ha conosciuta da vicino. "Era una brava ragazza e aveva questi occhi verdi-celesti, come i miei, mi dicono sempre. Era bella, quando camminava per strada si notava, aveva portamento. Me la ricordo così, una persona solare e che aveva tanta, tanta voglia di vivere", racconta il cugino Sauro Ranfagni a Fanpage. Un ricordo luminoso, in contrasto violento con l’oscurità che l’ha inghiottita.

Nata il 29 maggio 1956, figlia unica di una famiglia semplice, Rossella studiava, sognava e amava. L’incontro con Francesco Frisina avvenne quasi per caso, nello stesso palazzo in cui lei abitava. Lui era uno studente fuori sede, venuto dalla Calabria per l’università. All’inizio sembrava una storia come tante. Ma col tempo, attorno a quel rapporto, iniziarono ad addensarsi ombre sempre più pesanti.

Quando il padre di Francesco venne assassinato e lo stesso ragazzo rimase gravemente ferito in un agguato, Rossella non fuggì. Fece l’opposto: lo fece curare, lo portò lontano, lo convinse a collaborare con la giustizia. Continuò a spostarsi tra Firenze e Palmi con un’ostinazione che oggi appare tragicamente profetica. "Lei pensava davvero di poterlo salvare questo ragazzo", dirà anni dopo Sauro. Ma in quel tentativo di salvezza rimase intrappolata.

La scelta che le cosche posero fu brutale e definitiva. "Fate a pezzi la straniera". Rossella era diventata un problema, un rischio, una voce fuori posto. E quando arrivò l’ultima telefonata, tutto si fermò. "Mio zio le disse solo: ‘Ti aspettiamo'", ricorda il cugino. Poi il silenzio, le minacce, la paura. La verità arrivò attraverso un giornale, letta di sfuggita, come una ferita improvvisa. "Rossella Casini, in una paradossale lettura dei fatti in cui i valori sociali si ribaltano, era colei che aveva gettato il disonore sulla “onorata” famiglia Frisina", scriveranno anni dopo i giudici.

Il processo si concluse con un’assoluzione per insufficienza di prove, ma non con l’oblio. Per molto tempo la storia di Rossella è rimasta sospesa, come il suo corpo mai ritrovato. A riannodare i fili della memoria ci hanno pensato cittadini, attivisti, giornalisti. A Palmi, Enzo Infantino ha trasformato quel silenzio in impegno civile, rivendicando Rossella come vittima innocente di mafia e come occasione di riscatto collettivo.

Anche la letteratura ha raccolto il suo testimone: la sua vicenda ha ispirato il romanzo L’amore mio non muore, di Roberto Saviano, scritto con il contributo di chi ha voluto restituirle una voce. Firenze e Palmi oggi conservano targhe, strade, segni visibili di una presenza che non può essere cancellata. Nel 2019 lo Stato ha riconosciuto il suo sacrificio con la Medaglia d’oro al valore civile, consegnata dal Presidente Sergio Mattarella.

Di Rossella resta una sola fotografia: una fototessera universitaria in bianco e nero.