Allontanamento volontario o lupara bianca? Indagini su due scomparsi a Vibo Valentia

VIDEO | L’auto ritrovata nell’Angitolano. I racconti dei pentiti alla magistratura e i dubbi sulla loro sorte. Il territorio assediato dalle forze dell’ordine che indagano per fare piena luce sul caso

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di P. C.
3 maggio 2019
12:45

Ne parla l’ex killer Raffaele Moscato, quando racconta ai pm della Procura distrettuale antimafia di Catanzaro il piano per fare evadere dal carcere il boss Bruno Emanuele,il sanguinario padrino di Gerocarne oggi ergastolano. Spiega, la gola profonda, come dovrebbe funzionare il sistema per non lasciare più tracce e seminare gli inquirenti: sparire dalla circolazione, lasciare i parenti in lutto, predisporre tutti gli indizi in un ordine tale da far credere di essere caduti vittime della lupara bianca. 

 

Bartolomeo Arena, 43 anni, e Antonio Pardea, 32 anni, entrambi di Vibo Valentia e noti alla giustizia, hanno seguito la strada di cui parla il pentito? Oppure sono stati davvero inghiottiti dal buco nero che nel Vibonese, dagli anni ’80 ad oggi, sulla scia di una mattanza silenziosa, ha fagocitato vite e corpi rimasti senza neppure una tomba su cui lasciare un fiore? Sono gli interrogativi a cui sono chiamati a dare soluzione i carabinieri della Compagnia e del Nucleo radiomobile di Vibo Valentia che – agli ordini del capitano Gianfranco Pino e del tenente Luca Domizi – indagano sulla sorte dei due “spariti” e cingono d’assedio il territorio. Per il momento il fascicolo è alla Procura di Vibo, ma di fatto il caso è come se fosse già della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Di Arena e Pardea si sono perse le tracce da oltre settantadue ore. Si parte da un certezza: la vettura a bordo della quale entrambi si sono allontanati da casa è stata ritrovata tra le campagne nell’Angitolano. Un’area che del buco nero della lupara bianca è il cuore: il territorio in cui dominano i clan Anello, Fiumara e Fruci, zona di confine tra il Vibonese e il Lametino, crocevia di massicci traffici di stupefacenti e armi. E si torna così al dubbio iniziale: hanno simulato una scomparsa, rendendosi volontariamente irreperibili, in attesa di nuovi dirompenti sviluppi giudiziari scaturenti dalle dichiarazioni dei pentiti Emanuele Mancuso, Raffaele Moscato e, soprattutto, Andrea Mantella? Oppure sono stati davvero attirati in una trappola, in un territorio che non ha mai smesso di mietere morti, per uno sgarro, per un debito, una partita non pagata, talvolta anche solo per un sospetto?  

 

Pardea, in particolare, è un sorvegliato speciale, già attenzionato dagli inquirenti come figura emergente nel panorama criminale vibonese. E’ considerato l’erede di una famiglia che dagli anni ’60 fino all’inizio degli anni ‘80 godeva di un rilevante peso tra i clan del territorio, quella dei c.d. “Ranisi”. Già coinvolto in diverse indagini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, di lui parlano sia Raffaele Moscato che Andrea Mantella. Il primo in particolare, in un interrogatorio reso ai pm di Catanzaro, racconta dei gelidi rapporti che si erano innescati nel carcere di Frosinone tra lo stesso Pardea, da un lato, e il suo clan, quello dei Piscopisani, insieme al boss Bruno Emanuele dall’altro. La ragione – secondo la versione raccontata da Moscato e messa a verbale - è da ricercare in una lettera che il 32enne oggi sparito avrebbe fatto pervenire a Pantaleone Mancuso alias “Scarpuni”, riconoscendone di fatto la supremazia rispetto al cartello antagonista. Insomma, un emergente dal nome ingombrante, sì giovane ma con un bel po’ di anni di carcere alle spalle, che ad un certo punto si è trovato a districarsi in mezzo a veri e propri pachidermi della ‘ndrangheta vibonese. 

Bartolomeo Arena, 43 anni, è invece una figura meno nota alle cronache giudiziarie. Il suo più significativo precedente con la giustizia risale a diversi anni addietro, quando fu accusato di aver esploso alcuni colpi d’arma da fuoco nei confronti del figlio di un presunto esponente di spicco della malavita santonofrese. All’attenzione degli investigatori il fatto che egli era primo cugino di Giuseppe Pugliese Carchedi, il giovane assassinato il 17 agosto del 2006 dal clan dei Piscopisani, dicono i pentiti e soprattutto le risultanze dell’inchiesta antimafia “Outset”. Il padre di Arena, Antonio, è stato peraltro una vittima di lupara bianca: di lui si persero le tracce nel 1985, quando il Vibonese divenne il terreno di uno scontro per un primo storico sconvolgimento degli equilibri mafiosi. Nel caso di Bartolomeo Arena – malgrado secondo gli investigatori avesse pure buone relazioni e godeva di una certa considerazione negli ambienti criminali – l’ipotesi di un allontanamento volontario appare meno probabile. Anche negli atti giudiziari più recenti - o comunque in quelli resi ostensibili dall’autorità giudiziaria – diversamente da Pardea, Arena è una figura evanescente, della quale i collaboratori di giustizia non fanno menzione nel rosario di gravissimi fatti-reato raccontati ai magistrati. Se Pardea, astrattamente, secondo un’ipotesi investigativa, avrebbe avuto un motivo per simulare una scomparsa così esorcizzando gli effetti di una delle nuove preventivate retate contro i clan vibonesi, Arena invece no. Almeno da ciò che si conosce. E ciò accresce il dubbio sulla loro sorte sulla quale aleggia sempre più minacciosa l’ombra di un nuovo duplice caso di lupara bianca.

Giornalista
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