La partita giudiziaria sull'inchiesta Black Wood, che ha fatto emergere un presunto sistema ramificato di sfruttamento illecito del patrimonio forestale calabrese per alimentare le centrali a biomasse, è tutt'altro che chiusa. La Dda di Catanzaro ha presentato appello contro la sentenza pronunciata il 23 luglio 2026 dal Tribunale collegiale di Crotone che si è conclusa con 53 assoluzioni (di cui 37 chieste anche dall’accusa), 8 condanne e 7 proscioglimenti. La Distrettuale chiede di riformare le assoluzioni di 24 imputati dall'accusa di traffico organizzato di rifiuti e a una presunta truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, contestata ai vertici della Serravalle Energy srl, e alla responsabilità amministrativa della stessa società.

Destinatari dell’appello

L’appello dell’accusa riguarda Carmine Serravalle (cl. 1963); Domenico Serravalle (cl. 1965); Domenico Serravalle (cl. 1973); Salvatore Serravalle (cl. 1974); Luigi Sacchetta; Andrea Sacchetta; Pasquale Sacchetta; Aida Sacchetta; Domenico Leuzzi; Filippo Leuzzi; Antonio Barberio; Giuseppe De Vincentis; Giuseppe Greco; Luigi Michele Cavallo; Domenico Aiello; Francesco Trani; Francesco Spataro; Salvatore Spataro; Giuseppe Bianco; Antonio Bianco; Cesare Garofalo; Antonio Spadafora; Barbara Maria Barberio; Antonio Scigliano. Per la truffa aggravata: Carmine Serravalle (cl. 1963); Domenico Serravalle (cl. 1965). Illecito amministrativo: Serravalle Energy s.r.l.

Il primo nodo delle argomentazioni della Dda riguarda l'interpretazione della normativa ambientale adottata dai giudici di Crotone, che secondo la Dda sarebbe viziata da un evidente errore logico e giuridico. Il Tribunale di Crotone aveva infatti circoscritto le condanne ai soli trasporti di legname che presentavano contaminazioni materiali evidenti, come residui di plastica, cemento, metalli e mattoni, assolvendo gli altri protagonisti della filiera. Per i giudici, irregolarità quali perizie gonfiate, quantitativi sproporzionati, scambi occulti di bolle e false attestazioni sulla provenienza del materiale, pur configurando una gestione abusiva, non erano sufficienti a trasformare il legname in rifiuto. A fare la differenza sarebbe stata la destinazione alla combustione nelle centrali, ritenuta certa fin dall’origine. Nell'atto di appello, il pubblico ministero evidenzia come la sentenza abbia confuso la destinazione finale del materiale con la certezza del suo legittimo utilizzo, requisito che la legge impone di verificare già al momento della produzione del residuo. In sostanza, non basta che il legname venga successivamente bruciato per produrre energia perché possa essere qualificato come sottoprodotto. Occorre che ne siano dimostrati fin dall'inizio i presupposti di legalità e certezza dell'impiego. La contestazione riguarda anche gli scarti di segheria, che non potrebbero essere sottratti alle verifiche previste dalla normativa ambientale semplicemente qualificandoli come prodotti.

188 tonnellate di cippato

Tra gli episodi contestati, è significativo quello relativo al bosco Stamato, dove l'impresa boschiva riconducibile a Domenico Serravalle, classe 1973, e al fratello Salvatore, classe 1974, entrambi appartenenti al cosiddetto “ramo Pallino”, avrebbe conferito alla centrale di Cutro oltre 1.246 tonnellate di cippato, a fronte di un'autorizzazione regionale che consentiva il prelievo di appena 188 tonnellate. Una quantità superiore di oltre sei volte rispetto a quella autorizzata e, secondo le verifiche investigative, incompatibile con la capacità produttiva del terreno, che non avrebbe potuto garantire simili volumi neppure attraverso il taglio integrale della vegetazione.

A rendere ancora più significativo l'episodio sarebbero alcune conversazioni intercettate tra Luigi Michele Cavallo, dipendente della centrale addetto all'approvvigionamento, e Giuseppe Greco, ragioniere dell'impresa. I due avrebbero concordato la sostituzione retroattiva dei documenti di trasporto ormai esauriti, attribuendo le eccedenze già scaricate ad altre autorizzazioni. Un sistema che, secondo l'accusa, sarebbe servito a far quadrare formalmente i quantitativi attraverso documenti corretti e modificati.

Il caso dei boschi Ruina e Acciardi

Un altro filone riguarda i conferimenti provenienti dai boschi Ruina e Acciardi di Amendolara e dalla segheria di famiglia dei Serravalle a Mesoraca. Per superare i vincoli contrattuali e i limiti di prelievo, gli scarti di lavorazione e le eccedenze sarebbero stati fatti transitare attraverso la documentazione della Euromeridiana srl, amministrata da Pasquale Sacchetta e partecipata da Luigi, Andrea e Aida Sacchetta. Il materiale sarebbe stato così presentato come scarto agricolo derivante dall'espianto di frutteti, attribuendone fittiziamente la provenienza all'azienda Silvoforestale Alba di Malvito.
Anche in questo caso, le intercettazioni avrebbero documentato, secondo la Procura, la consapevolezza delle irregolarità da parte dei diversi soggetti coinvolti. Andrea Sacchetta e Giuseppe Greco si sarebbero scambiati in tempo reale i numeri progressivi delle bolle di accompagnamento, comunicandoli agli autotrasportatori quando i camion erano già partiti. Tra i vettori coinvolti figurano Francesco Trani, i fratelli Francesco e Salvatore Spataro, il titolare della ditta di trasporti Giuseppe Bianco e gli autisti Antonio Bianco e Cesare Garofalo.

La preoccupazione dei trasportatori

Le conversazioni avrebbero restituito anche le preoccupazioni degli stessi trasportatori rispetto all'incompatibilità tra i percorsi effettivamente effettuati e quelli indicati nei documenti. In una telefonata, Salvatore Spataro avrebbe manifestato il timore di incontrare pattuglie della Guardia di Finanza lungo il tragitto, considerato che il viaggio da Malvito richiedeva circa quattro ore. La risposta ricevuta sarebbe stata quella di regolarsi autonomamente.

Il meccanismo della duplicazione documentale sarebbe emerso anche nelle forniture riconducibili a Domenico e Filippo Leuzzi, titolari delle società Forest srl e 3L Legnami, ad Antonio Barberio, titolare della Barberio Legnami, a Giuseppe De Vincentis, della Nuova Boschiva sas, e al gruppo guidato da Antonio Spadafora, attraverso la Fratelli Spadafora srl. Nella vicenda compare anche Barbara Maria Barberio, legale rappresentante di Spadafora Legnami, insieme al ragioniere Antonio Scigliano. Secondo la ricostruzione accusatoria, attraverso contratti di cessione privata duplicati o addirittura triplicati, la stessa consistenza arborea sarebbe stata utilizzata per giustificare forniture destinate contemporaneamente a più operatori elettrici concorrenti. Un sistema che avrebbe consentito di moltiplicare sulla carta la disponibilità di legname, superando così i quantitativi realmente ricavabili dai lotti boschivi.

Paradossi

A sostegno di questa ipotesi vengono richiamate le stime peritali, le verifiche sui tagli abusivi effettuati anche in aree protette e i rilievi aerofotogrammetrici eseguiti dai consulenti della Procura. Gli accertamenti avrebbero documentato decine di migliaia di tonnellate di cippato conferite oltre i limiti consentiti, facendo emergere anche situazioni paradossali: in alcuni casi i carichi sarebbero arrivati alla centrale prima ancora che il bosco indicato nei documenti fosse stato effettivamente tagliato.

Un capitolo importante dell'appello riguarda anche la posizione dei titolari della Serravalle Energy, Carmine Serravalle, classe 1963, e Domenico Serravalle, classe 1965, appartenenti al cosiddetto “ramo Montezemolo”. La Procura contesta la loro assoluzione dall'accusa di truffa aggravata per il conseguimento degli incentivi pubblici erogati dal Gestore dei servizi energetici (Gse). Anche su questo punto i magistrati ravvisano una contraddizione nella motivazione della sentenza. Da una parte, i giudici avrebbero riconosciuto che la centrale di Cutro era diventata una destinazione privilegiata per i carichi irregolari, anche perché caratterizzata da controlli meno rigorosi rispetto ad altri impianti. Dall'altra, avrebbero escluso la consapevolezza dei vertici aziendali e del personale addetto alla ricezione, tra cui l'addetto alla pesa Domenico Aiello, proprio sulla base dell'esistenza di procedure interne di controllo. «Le due affermazioni non possono stare insieme», osserva il pubblico ministero, sottolineando come la debolezza dei controlli, se, da un lato, ha favorito l'ingresso di materiale irregolare, non può contemporaneamente essere invocata per escludere che i gestori fossero a conoscenza di quanto accadeva.

Un profitto di 300mila euro

Inoltre, secondo la Dda, la costruzione di una filiera di documenti fittizi avrebbe permesso di ottenere il beneficio economico, facendo apparire regolari forniture che non avrebbero posseduto i requisiti richiesti. Il profitto contestato ammonta a circa 300mila euro, una somma che, secondo quanto riportato nell'atto, non sarebbe stata contestata dalla difesa.

Cosa chiede la Procura

Nelle conclusioni, la Procura di Catanzaro chiede alla Corte d'appello una parziale rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale, con l'esame dei principali ufficiali di polizia giudiziaria e dei consulenti tecnici sui passaggi ritenuti decisivi per la ricostruzione della filiera. La richiesta è di riconoscere la responsabilità penale dei 24 imputati per il traffico organizzato di rifiuti, condannare i vertici della Serravalle Energy per la truffa aggravata e affermare la responsabilità amministrativa della società. L'appello sollecita inoltre la confisca del profitto ritenuto illecito, quantificato in 300mila euro, dei complessi aziendali coinvolti e degli automezzi utilizzati per i trasporti, oltre alla revoca dei dissequestri disposti dopo la sentenza di primo grado.