Nell’inferno del caporalato e dello sfruttamento agricolo nella Piana di Sibari, la tracciabilità dei pagamenti e i contratti a tempo determinato avrebbero rappresentato, almeno in alcuni casi, soltanto uno schermo formale dietro il quale continuare a gestire il lavoro nero e sottopagato. Bonifici bancari e buste paga apparentemente regolari avrebbero consentito alle aziende di esibire, in caso di controlli, una documentazione formalmente in ordine. Ma una parte di quelle somme, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbe poi tornata nelle mani dei caporali attraverso un sistema che gli investigatori avrebbero definito, di fatto, una «tassa del bancomat».
A ricostruire il presunto meccanismo sono state le indagini del Reparto operativo del Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro di Roma, coordinate dalla Dda di Catanzaro. L’inchiesta ha portato, mercoledì scorso, al fermo di 20 persone. Ieri il gip di Castrovillari non ha convalidato il fermo di dieci indagati rimettendoli in libertà. Tra gli episodi contestati nell’ambito del procedimento figura anche un’estorsione ai danni di un giovane bracciante di origine guineana.

Il «doppio canale» dei pagamenti

Secondo la ricostruzione degli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, un caporale avrebbe gestito una squadra di braccianti impegnati nella raccolta degli agrumi. Tra questi ci sarebbe stato anche un giovane guineano.
Dopo un controllo ispettivo effettuato nel febbraio 2021 dai Carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro e dagli ispettori dell’Ispettorato territoriale del lavoro di Cosenza nei terreni dell’azienda agricola, il datore di lavoro sarebbe stato indotto a regolarizzare i pagamenti attraverso bonifici sulle carte prepagate dei lavoratori, così da evitare le conseguenze delle contestazioni.
La regolarizzazione, però, secondo l’accusa, non avrebbe modificato le modalità con cui i braccianti venivano effettivamente retribuiti. Il caporale avrebbe stabilito che al giovane spettassero 27 euro al giorno. L’azienda, invece, avrebbe accreditato sulla sua Postepay circa 40 euro per ogni giornata lavorativa. La differenza, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe dovuto essere restituita al caporale in contanti.

Il prelievo in piazza Mercato

Uno degli episodi ritenuti più significativi dagli investigatori sarebbe avvenuto l’11 febbraio 2021. Alle 8.06 di quella mattina la società agricola avrebbe effettuato un bonifico di 289 euro sulla carta Postepay intestata al bracciante. Poche ore dopo, sarebbe arrivata la telefonata del caporale. Le intercettazioni avrebbero documentato la convocazione del lavoratore davanti allo sportello Postepay di Cassano allo Ionio, in piazza Mercato, in una zona che, secondo gli investigatori, sarebbe stata utilizzata dall’organizzazione anche per il carico e lo scarico dei lavoratori. «Allora vieni... io in posta, io in posta. Io venuto con altri ragazzi pure», dice il caporale al telefono lasciando intendere che il prelievo illecito dello stipendio riguardava tutti i lavoratori sotto la sua “autorità”. La risposta del giovane: «Va bene, va bene, mo arrivo, tra poco, dopo ti chiamo».

A fornire un ulteriore riscontro alla ricostruzione accusatoria sarebbero state le immagini della videosorveglianza installata dalla polizia giudiziaria. I filmati avrebbero mostrato il caporale accompagnare i lavoratori dall'area di parcheggio fino all'ufficio postale.
Alle 13.59, circa cinque ore dopo l'accredito, il bracciante avrebbe utilizzato la carta allo sportello Atm, prelevando 150 euro. Secondo gli investigatori, quella somma è stata poi consegnata direttamente al caporale. L'incrocio tra la lista dei movimenti della Postepay, i tabulati telefonici e le immagini della videosorveglianza avrebbe consentito agli inquirenti di ricostruire la sequenza dei fatti e di contestare al caporale l’estorsione.

La pressione sui braccianti

Il giovane, sentito dagli ispettori del Nucleo ispettorato del lavoro, avrebbe confermato il meccanismo: la parte della retribuzione eccedente i 27 euro giornalieri, secondo quanto avrebbe riferito, sarebbe stata sistematicamente consegnata al caporale. Nel provvedimento di fermo, la Procura ritiene che tale condotta possa integrare il delitto di estorsione aggravata. Il quadro ricostruito dagli investigatori non si basa sulla presenza di minacce esplicite in occasione di ogni consegna di denaro. La posizione di potere che il caporale avrebbe esercitato sui lavoratori – dall'ingaggio nei campi ai trasporti, fino alle sistemazioni alloggiative – avrebbe potuto determinare, secondo l'accusa, una condizione di pressione tale da rendere estremamente difficile per le vittime sottrarsi alle richieste. Per i braccianti stranieri, spesso privi di alternative occupazionali, il rifiuto di sottostare alle condizioni imposte avrebbe potuto significare perdere il lavoro, l'alloggio o la possibilità di recuperare somme maturate nei mesi precedenti. Un sistema che, nella prospettiva accusatoria, avrebbe finito per trasformare la necessità di lavorare e di avere un posto dove vivere in uno strumento di controllo sui lavoratori.