Dalle minacce via lettera («farete la fine dei topi») all'uso della tecnologia per pianificare gli attentati: l'inchiesta che svela il sistema di potere di Maurizio Chiarolla a Reggio Calabria. Non solo incendi, ma il controllo delle assunzioni. Il pentito: dietro ci sono i clan Labate e Serraino
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
Nello stabilimento Hitachi Rail di Reggio Calabria, il confine tra rappresentanza sindacale e controllo territoriale sembra essersi dissolto in una nebbia di fumo e benzina. Al centro di questo "feudo" non ci sarebbero solo rivendicazioni salariali, ma un sistema di potere guidato, secondo la Procura di Reggio Calabria, da Maurizio Chiarolla, segretario della Confsal-Fismic e candidato alle ultime elezioni per le Circoscrizioni nella lista del Pd, recentemente arrestato insieme ai suoi presunti sodali Salvatore Aricò e Roberto Puglia.
La genesi: la "lettera dei topi" e le auto bruciate
Sebbene i riflettori si siano accesi sugli incendi di febbraio 2025, l'indagine rivela radici ben più profonde. Tutto inizia nel giugno 2024, con l'incendio della Citroen C3 di un manager della Miri SpA. Non fu un episodio isolato: poche settimane dopo, nella buca delle lettere dell’uomo apparve una busta spedita da Bari. Il contenuto era un manifesto del metodo mafioso: "prossimo passaggio è la macchina di tuo figlio", "toccherà la tua porta di casa con moglie e figlia dentro… farete la fine dei topi". La lettera si chiudeva con un consiglio sinistro: trovarsi un "buon protettore", evocando un sistema di giustizia parallelo a quello dello Stato.
Il "metodo della polpetta" e l'aggressione allo spoglio
Il controllo di Chiarolla, secondo l’accusa, non si sarebbe limitato ai manager. Le testimonianze di altri sindacalisti della Cisl e della Uil raccolte durante l’inchiesta descrivono un clima di soggezione totale. Emerge un episodio emblematico di violenza fisica: durante uno spoglio elettorale, uno stretto congiunto dell’arrestato avrebbe aggredito un “rivale”, mettendogli le mani al collo e minacciandolo che "gli sarebbero arrivate le polpette". Un’espressione gergale che, unita alle intimidazioni contro chiunque provasse a candidarsi contro la sigla dei Chiarolla, serviva a ribadire un concetto: "La Cisl era la loro" e chiunque entrasse doveva "assumersi le proprie responsabilità".
La logistica del crimine: «Ehi Siri, chiama Puglia»
L'inchiesta offre uno spaccato tecnologico inedito su come venivano pianificati gli attentati. La sera del 23 febbraio 2025, poche ore prima che le auto di due sindacalisti andassero a fuoco, Chiarolla viene intercettato mentre usa l'assistente virtuale del suo iPhone. "Ehi Siri, chiama a Puglia Roberto". E ancora: "Ehi Siri portami in via Mattia Preti!". Pochi minuti dopo, il dispositivo conferma: "Destinazione raggiunta!". Era la base logistica. Lì, secondo gli inquirenti, veniva messo a punto il piano: un sopralluogo a "tipo passeggiata" per individuare i bersagli prima dello sciopero del martedì.
Per l'esecuzione materiale, il gruppo ha scelto un mezzo silenzioso e insospettabile: una bicicletta elettrica. Un uomo incappucciato in sella a questo mezzo è stato ripreso dalle telecamere mentre innescava i roghi, scortato a distanza dall'Audi Q5 di Salvatore Aricò.
Nepotismo e 'Ndrangheta: i nomi nelle liste
Il movente degli attentati era il controllo delle assunzioni nelle ditte dell'indotto, come la Phoenix Logistic. Chiarolla pretendeva di imporre i propri fedelissimi. Almeno due i nomi sponsorizzati. Quando la ditta li ha ritenuti non idonei o ha assunto altri, la rabbia del sindacalista è esplosa, portando alla decisione di colpire i rivali sindacali ritenuti "colpevoli" di aver suggerito quei nomi.
Sullo sfondo, restano le pesanti dichiarazioni del collaboratore di giustizia Sebastiano Vecchio, ex poliziotto vicino alla cosca Serraino. Vecchio ha descritto il settore come un luogo dove il potere di assunzione è una proiezione dell'influenza mafiosa dei clan Labate e Serraino, con i sindacalisti che agiscono come terminali di questi interessi. Sebbene per Maurizio Chiarolla non sia stata provata l'affiliazione formale, il Giudice ha confermato l'aggravante del metodo mafioso: i suoi atti erano volti a generare omertà e a dominare un settore economico vitale.


