C’è un punto di non ritorno che le democrazie superano quando smettono di distinguere tra l’uso legittimo della forza e la violenza pura. È lì che si apre il burrone.

A Minneapolis abbiamo visto uno Stato che abdica al suo ruolo e sceglie quello del boia: l’ICE che spara contro manifestanti disarmati non sta «ristabilendo l’ordine», sta commettendo un reato. Punto. È il potere che si autoassolve e si arma contro chi dovrebbe tutelare. È la negazione del contratto che rende lo Stato qualcosa di diverso da una banda armata.

Ma chi pensa che a questa infamia si possa rispondere con un martello alzato a Torino contro un agente di vent’anni sbaglia tutto. E non sbaglia meno.

Diciamolo senza ipocrisie: uno Stato che spara sugli inermi è una tirannia. Una piazza che massacra un poliziotto è una giungla. Non esistono vie di mezzo romantiche.

Quello che è successo ad Alessandro Calista non è politica, non è conflitto sociale, non è lotta per i diritti. È violenza tribale. È branco. È la pulsione che cerca un pretesto ideologico per sentirsi legittimata. Il solito copione: da soli non si farebbe nulla, in cento ci si sente onnipotenti.

È il meccanismo più vigliacco che esista: annullare la responsabilità personale rifugiandosi nel numero. Colpire e poi sparire. Sempre così.

Qui il dovere dei governi e dell’informazione dovrebbe essere uno solo: chiarezza. Uno Stato civile difende il diritto di manifestare e la sicurezza di chi protesta pacificamente. Ma lo fa isolando i violenti con precisione chirurgica, non giustificandoli a posteriori.

Perché tollerare chi usa la folla come scudo per ridurre un uomo in divisa a un bersaglio non è democrazia: è resa. È ammettere che il patto sociale vale solo quando conviene.

Difendere le forze dell’ordine non è una professione di fede ideologica. È la difesa del minimo sindacale di civiltà. Senza quel limite non esiste libertà, né per chi manifesta né per chi semplicemente vive una città.

Ogni volta che si minimizza un’aggressione a un agente, ogni volta che si invoca una spiegazione sociologica per un martello che colpisce un cranio, si fa un passo indietro come comunità.

E a pagare sono sempre gli stessi: i manifestanti pacifici, cui i violenti rubano la piazza, e i poliziotti che presidiano territori ostili per stipendi che non compensano neppure lontanamente il rischio di non tornare a casa.

Uno Stato degno di questo nome deve proteggere entrambi. Con severità assoluta contro gli abusi in divisa. E con rigore massimo contro chi usa la violenza come unico linguaggio.