Quella della clinica di Reggio Calabria è una storia iniziata nel gennaio 2024: da allora le misure sono state revocate e sono arrivate sentenze assolutorie ma un nuovo provvedimento riapre il percorso giudiziario. La memoria della società: «Non vogliamo essere terreno di sperimentazione di sequestri seriali»
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La vicenda della clinica Villa Aurora Hospital Srl si arricchisce di un nuovo capitolo che, per tempi e sovrapposizioni procedurali, apre interrogativi destinati a far discutere. La proprietà, alla luce dei recenti esiti e delle novità processuali di questo lungo contenzioso giudiziario, ha deciso di rompere il silenzio e di ricostruire pubblicamente la vicenda che, per sequenza temporale e sovrapposizione di provvedimenti, viene dagli stessi definita di «eccezionale gravità».
Al centro della denuncia pubblica della proprietà di Villa Aurora c’è il susseguirsi di sequestri giudiziari che, nell’arco di pochi giorni, hanno accompagnato prima la revoca delle misure cautelari e poi l’adozione di un nuovo provvedimento restrittivo fondato su ipotesi di reato differenti.
Secondo quanto riportato dalla società, tutto ha origine nel gennaio del 2024, quando la clinica viene sottoposta a sequestro preventivo d’urgenza con l’accusa di inquinamento ambientale. Un’imputazione che, a distanza di due anni, viene smentita dagli esiti giudiziari: poco più di una settimana fa il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria, in funzione di giudice d’appello, dispone infatti la revoca integrale del sequestro della struttura e delle quote sociali. Cinque giorni dopo, il 12 gennaio, il Tribunale di Reggio Calabria assolve la proprietà dal reato di inquinamento ambientale con la formula «perché il fatto non sussiste».
Un passaggio che trova riscontro anche nel procedimento penale scaturito dall’inchiesta della Squadra mobile, avviata dopo un incendio di rifiuti nelle vicinanze della struttura sanitaria. In quel contesto, il gup ha assolto l’amministratore delegato della società, Giorgio Crispino, dall’accusa di inquinamento ambientale, ritenuta centrale nell’impianto accusatorio, condannandolo invece a otto mesi di reclusione, con pena sospesa, per violazioni di natura meramente contravvenzionale e legate alla mancata autorizzazione dell’allaccio alla rete idrica oltre che al deposito temporaneo di rifiuti sulla pubblica via. Una decisione che la difesa ha già annunciato di voler impugnare. Nello stesso procedimento, la direttrice responsabile Bruna Scornaienchi e altri dirigenti della struttura sono stati prosciolti con formula piena dalle accuse principali «perché il fatto non sussiste» e «per non aver commesso il fatto».
Nonostante la revoca del sequestro e le assoluzioni, la restituzione della clinica non è avvenuta in modo immediato. Ed è proprio in questo passaggio che, secondo la proprietà, si innesta l’elemento più controverso della vicenda. Tre giorni fa, ad un giorno dalla pronuncia assolutoria, la Procura di Reggio Calabria notifica un nuovo decreto di sequestro preventivo d’urgenza, questa volta fondato su una diversa ipotesi di reato: presunto caporalato nei confronti di un numero limitato di dipendenti.
Una seconda indagine che, secondo quanto scrive la proprietà, trarrebbe origine da segnalazioni presentate dagli stessi amministratori giudiziari nominati nel primo procedimento. Gli stessi soggetti, sempre secondo la ricostruzione fornita dalla proprietà, sono stati poi designati anche per la gestione della struttura nell’ambito del nuovo sequestro. Una continuità che, pur in presenza di ipotesi di reato differenti, legherebbe i due filoni giudiziari.
Altro nodo riguarda la posizione della socia proprietaria delle quote societarie. Nel primo procedimento era indagata come direttrice responsabile, mentre nel nuovo fascicolo le viene attribuita la qualifica di «amministratrice di fatto» insieme al marito. Una diversa configurazione giuridica che consente, in astratto, l’applicazione della confisca prevista dall’articolo 603-bis del codice penale, ipotesi che non sarebbe stata praticabile se fosse rimasto coinvolto soltanto l’amministratore privo di partecipazioni societarie.
Sul piano processuale resta agli atti la demolizione dell’impianto accusatorio relativo al presunto inquinamento ambientale, reato che, in caso di condanna, avrebbe comportato la confisca della struttura in favore dello Stato.
La vicenda si colloca così in una sequenza temporale che vede, nel giro di pochi giorni, la revoca di un sequestro, un’assoluzione piena e l’adozione di una nuova misura cautelare su presupposti diversi. Una dinamica che incide direttamente sull’operatività di una struttura sanitaria privata, con decine di lavoratori coinvolti e un bacino di pazienti che ruota attorno all’attività della clinica.
La presa di posizione della società è dura: «Una clinica che opera nel settore sanitario, con decine di lavoratori e centinaia di pazienti, non può diventare terreno di sperimentazione di sequestri seriali, costruiti uno dopo l’altro, ogni volta che un impianto accusatorio crolla».
La società si dice pronta a impugnare «ogni atto illegittimo», a presentare esposti nelle sedi competenti e ad avviare «ogni iniziativa, nazionale ed europea, per l’accertamento delle responsabilità».
«Villa Aurora Hospital non è un bottino, è un presidio sanitario, un’impresa, una comunità di lavoratori. E non sarà consegnata al silenzio», afferma la proprietà.
La partita, dunque, resta aperta, lasciando sullo sfondo il tema dell’equilibrio tra azione repressiva e tutela della continuità di un presidio sanitario che, al centro di una lunga vicenda giudiziaria, continua a essere attraversato da provvedimenti successivi e di segno opposto.

