Il velluto rosso del Teatro Rendano odora ancora di polvere antica, quella stratificazione solida e un po’ polverosa delle province del Sud che negli abbonamenti teatrali cercano, da sempre, una rassicurante e un po’ pigra passerella borghese. Poi ti sposti di dieci chilometri lungo l'asfalto tirato a lucido del campone universitario, entri nel cemento armato e nel vetro del TAU di Arcavacata, e l'aria cambia di colpo. Ha il sapore delle aule studio aperte fino a notte e dell'algoritmo. Due mondi che per decenni si sono guardati di sbieco. Da una parte la città storica, arroccata sulla propria presunta nobiltà municipale, e dall'altra il colle dei cervelli, percepito come una cittadella fortificata, un corpo estraneo calato dall'alto sopra la valle del Crati.
Far collidere questi due mondi non era una scelta banale. Era, semmai, una scommessa politica nel senso più carnale e meno burocratico del termine. In questo strappo all'inerzia si riconosce l’intuito del rettore Gianluigi Greco. Chi conosce l'uomo di scienza ne registra la mente analitica, abituata a decodificare le complessità della materia e dell'intelligenza artificiale. Ma qui la mossa rivela un intuito differente, quasi antropologico. Greco ha capito prima di altri una verità elementare eppure sistematicamente ignorata dai burocrati della cultura. Un’università isolata dal tessuto urbano diviene un’astrazione accademica, così come una città priva del polmone critico degli studenti si inaridisce nella solita ritualità provincialotta.
Costruire un ponte istituzionale e culturale non significa firmare un protocollo d'intesa con il timbro a secco e la foto di rito a beneficio dei giornali locali. Significa imporre soprattutto una visione di territorio. Significa unificare due palcoscenici differenti dentro una sola narrazione stagionale. Diciassette cartelloni condivisi non sono un numero per le statistiche dell'assessorato. Sono diciassette occasioni in cui il pubblico dell'ateneo e quello dei palchi cittadini si incrociano, si studiano, si urtano.
A scorrere la rassegna curata da Gianluigi Fabiano per questo 2026-2027, la prima sensazione è che si sia voluto scientemente evitare la trappola dell'intellettualismo di nicchia. Non c’è quell'aria da cenacolo autoreferenziale dove ci si compiace del vuoto in sala in nome della purezza della ricerca. C'è invece la carne viva del teatro popolare nella sua accezione più nobile e severa.
Si parte con i cinquant'anni di carriera di Vincenzo Salemme e quel meccanismo comico perfetto, tragico e irresistibile che è “...E fuori nevica!”. Sembra un’apertura di manica larga, ma è un’esca precisa. Perché subito dopo il baricentro si sposta al TAU con Ken Ludwig e la sua rilettura del Poirot di Agatha Christie interpretato da Claudio Gregori, per poi virare dritto nel sangue e nel mito dei De Filippo evocati da Sergio Rubini con le musiche di Nicola Piovani. Non c'è stacco, non c’è cesura snobistica tra il riso plebeo e la grande drammaturgia d'autore. C'è la comprensione profonda che la platea va prima sedotta e poi provocata.
La provocazione, infatti, arriva puntuale con il nuovo anno. Portare Lella Costa a incarnare la “Lisistrata” di Aristofane sul palco del Rendano significa buttare un macigno nello stagno della retorica contemporanea. Lo sciopero del sesso contro la follia delle armi non è una citazione classica da ripassare sul manuale del liceo. È uno schiaffo in piena regola, un paradosso politico che parla con spietata lucidità alle guerre di oggi. E il fatto che a questo sconcerto classico risponda, a pochi giorni di distanza al TAU, la scrittura asciutta e tagliente di Spiro Scimone con “Fratellina”, dimostra un disegno curatoriale che non concede pause.
Non c'è trucco. Si passa dalla verve di Alessandro Siani, che promette di spogliare l'ipocrisia dei social network senza il filtro dei comici da salotto, alla tradizione partenopea de “Il medico dei pazzi” di Scarpetta, affidata al rigore di Gianfelice Imparato e alla regia chirurgica di Leo Muscato. Ma la vera cartina di tornasole di questa operazione culturale risiede nella capacità di non girare le spalle alle ferite aperte della propria terra.
Il 13 febbraio il TAU ospita “KR70M16 – Naufrago senza nome”. Saverio La Ruina, insieme a Dario De Luca e Cecilia Foti, porta in scena il dramma della strage di Cutro. Quel codice alfanumerico stampato sul legno delle bare non è materia da talk show del martedì sera. È il resoconto di una tragedia della nostra costa, la riduzione dell'uomo a una sigla burocratica. Mettere questo testo al centro di una rassegna universitaria e cittadina significa rivendicare il teatro come luogo di testimonianza antropologica, di osservazione e memoria dolorosa. Nessun compiacimento, nessuna concessione al patetico, ma solo l'essenza nuda della parola che restituisce voce ai sommersi.
Si avverte una tensione costante, una molla stretta tra la grande letteratura universale e il dato cronachistico. L’”Otello” riscritturato da Dacia Maraini con la regia e l'interpretazione di Giorgio Pasotti; il debutto teatrale di Gabriele Muccino che traspone la violenza sotterranea dei legami di sangue di “A casa tutti bene”; la scommessa produttiva di “Elettra 1944”, dove Giancarlo Nicoletti trasforma la tragedia degli Atridi in un thriller familiare ambientato nella Roma occupata dai nazisti, forte di un cast di prim'ordine guidato da Pamela Villoresi. È la dimostrazione che i classici non sono fossili da spolverare, ma dispositivi d'innesco ancora caldi.
Anche l'elemento biografico e narrativo trova un suo spazio preciso, lontano dai cliché delle presentazioni librarie. Quando Concita De Gregorio porta al TAU “La Cura” insieme ad Erica Mou, l'esperienza del corpo malato si spoglia di ogni pietismo per farsi racconto condiviso, riflessione sulla fragilità e sulla resilienza. Stessa traiettoria emotiva per “Anna dei Miracoli” di William Gibson, dove Mascia Musy incarna la lotta ostinata per dare parola a chi vive nel buio e nel silenzio.
Il finale di rassegna, poi, è una vera e propria dichiarazione d'intenti nel segno del doppiaggio pirandelliano. Da un lato il musical “Il Ragazzo dai pantaloni rosa”, che prende una tragedia di bullismo dei nostri giorni e la trasforma in una grande macchina scenica popolare guidata da Rossella Brescia e dal giovanissimo Samuele Carrino; dall'altro la doppietta sui “Sei personaggi”. Prima Ettore Bassi al Rendano, poi la furia viscerale e dissacrante di Emma Dante al TAU con il suo “In cerca dei sei personaggi”. Mettere a confronto nello spazio di due settimane due visioni così distanti del medesimo testo è un atto d'audacia critica che poche stagioni metropolitane possono permettersi.
Alla fine di questo percorso, la sensazione che resta non è quella dell'evento calato dall'alto per riempire i vuoti di un cartellone istituzionale. Si percepisce, piuttosto, il tentativo riuscito di restituire alla comunità un'abitudine al pensiero critico attraverso la visione diretta. Anche su questo tema Gianluigi Greco ha saputo cogliere l'attimo in cui l'università rischiava la solitudine della torre d'avorio e la città la sonnolenza della provincia sconfortata. Li ha presi per mano, li ha costretti a sedersi sulle stesse poltrone, ad ascoltare le stesse parole.
Resta da capire se il pubblico saprà accogliere questa scommessa fino in fondo, se la traversata da un teatro all'altro diventerà una consuetudine fisica e mentale o se prevalere saranno di nuovo i pigri confini di quartiere. Ma il sasso è stato lanciato nello stagno, e le onde continuano ad allargarsi.

*Documentarista