La figlia di Carlo Pedersoli ospite a Rende per la XIV edizione di “Geni Comuni”, inserita nel cartellone del Settembre Rendese. Ha presentato il libro “Bud, un gigante per papà” e alcune delle sue opere pittoriche e scultoree
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Bud Spencer e Cristiana Pedersoli - foto Italfoto
«Papà era un uomo molto colto, forse questo il pubblico lo ignorava. Leggeva molto, si informava su tutto. Era una persona molto curiosa e attenta». Luccicano gli occhi di Cristiana Pedersoli quando parla di suo padre Carlo, alias Bud Spencer, l’uomo dei record al cinema e nello sport.
Masticò amaro a lungo per la reclusione nella gabbia degli attori minori proprio lui, che insieme al suo socio di schermo Terence Hill, per quarant'anni ha macinato film su film senza sbagliare un colpo, che fosse un gancio o una battuta, accogliendo la tardiva stima dell'élite comunque con meritata gioia.
Bud Spencer lavorò una vita intera senza mai fermarsi: cinema, televisione, film impegnati e cult popolari e la sua voce restò un mistero per molti anni, a uso dell'epoca che prediligeva il doppiaggio per dare un'aura americana alle pellicole nostrane sospinte da aneliti hollywoodiani.
La figlia dell’attore scomparso nel 2016 è stata ospite al Museo del Presente di Rende nell’ambito della XIV edizione di “Geni Comuni”, il progetto artistico nazionale ideato e organizzato da Luigi Le Piane, con la direzione artistica condivisa con Mariateresa Buccieri e inserito quest’anno nel cartellone del Settembre Rendese, per presentare il suo memoir dedicato al padre intorno al quale nel Museo è stato allestita una piccola mostra costruita attraverso fotografie originali, cimeli e materiali di set.
Nel libro prova a raccontare ciò che l’immagine pubblica di Bud Spencer, per quanto popolarissima, non poteva restituire completamente: il padre, l’uomo di casa, le sue passioni, la cultura, il rapporto con i figli e una vita che andava ben oltre il cinema.
Perché ha sentito il bisogno di scrivere “Bud, un gigante per papà”?
«È stato quasi un caso. Avevo cominciato a scrivere una sorta di diario di ricordi perché la figura di Bud Spencer era ancora troppo presente. Io, invece, avevo bisogno di riavvicinarmi un po’ di più a mio padre, a Carlo Pedersoli. Così ho iniziato a mettere per iscritto i ricordi e i momenti trascorsi insieme».
Sono trascorsi dieci anni dalla sua scomparsa, ma l’affetto del pubblico sembra non essersi mai spento. Che effetto le fa?
«Oltre ad averci lasciato i suoi sorrisi, le sue risate e tutte le battute che continuiamo a ricordare, il regalo più grande che ci ha fatto è proprio questo pubblico. Ci ha lasciato i fan e tutto il loro amore. Anche se lui non c’è più, le persone continuano a riunirsi, vengono agli eventi con le loro famiglie e continuano a ricordarlo insieme a noi. Per noi è una grandissima gioia».
Lei frequentava i set quando suo padre girava?
«Sì, molte volte. Mi nascondevo nei posti più reconditi e mio padre mi mandava certe occhiatacce per farmi spostare. Poi, con il tempo, ho imparato a capire anche le regole e le disposizioni di un set».
Un’infanzia trascorsa quindi anche dietro le quinte di quel cinema che avrebbe trasformato Bud Spencer e Terence Hill in una delle coppie più amate dello schermo italiano e internazionale. E Terence Hill? Che rapporto avete oggi?
«Ci sentiamo ogni tanto e ci incontriamo anche in occasione di alcuni eventi. Per noi è come uno zio. C’è un affetto che dura ormai da tantissimi anni: lui e papà hanno vissuto così tante cose belle insieme, per così tanto tempo, che Terence è diventato una persona di famiglia».
A Rende però non è arrivata soltanto come figlia di Bud Spencer. Lei è anche artista. Cosa l’ha convinta a partecipare a “Geni Comuni”?
«Mi ha convinto Luigi Le Piane, è stato molto convincente nel portarmi fin qui. E sono contenta di essere venuta, perché è un posto stupendo. È stata organizzata una bellissima mostra e anche un grande ricordo dedicato a papà. Ringrazio il sindaco e il Museo per l’accoglienza»
Lei è anche un’artista, qui al Museo sono esposte alcune sue opere, le chiedo: dove nasce invece la sua ispirazione?
«Soprattutto dagli stati d’animo, dai sogni e dalle cose che mi appaiono. Poi provo a trasferirle sulla tela».
Avendo avuto il cinema in casa, non ha mai pensato di seguirne la strada?
Sorride. «Ho provato qualche volta, ma mio padre era molto geloso e non me l’ha mai fatto fare».



