Che cos’è la microstoria? È la capacità di osservare il mondo a partire dai margini. È la convinzione che per comprendere un’epoca non bastino i grandi eventi, i re, le guerre o i trattati, ma occorra ascoltare anche le voci dimenticate, le esistenze apparentemente minori, le periferie della storia. È una lezione che porta la firma di Carlo Ginzburg e che oggi, nel giorno della sua scomparsa, assume un significato ancora più profondo.

Si è spento a Bologna all’età di 87 anni Carlo Ginzburg, uno degli storici italiani più autorevoli e influenti del Novecento e dell’inizio del XXI secolo. Con i suoi studi ha cambiato il modo di guardare al passato, spostando l’attenzione dalle grandi narrazioni alle vicende individuali, dalle élite alle persone comuni, dai centri del potere alle culture popolari.

Figlio di Leone Ginzburg, intellettuale antifascista morto per le torture subite nelle carceri fasciste, e di Natalia Ginzburg, una delle più grandi scrittrici della letteratura italiana del Novecento, Carlo Ginzburg raccolse da entrambi un’eredità culturale straordinaria. Ma la trasformò in un percorso originale, destinato a lasciare un segno profondo nella storiografia internazionale.

Nato a Torino nel 1939, dopo gli studi alla Scuola Normale Superiore di Pisa e il perfezionamento a Londra, insegnò in alcune delle più prestigiose università del mondo, da Bologna a Harvard, da Yale a Princeton, diventando un punto di riferimento per generazioni di studiosi.

Il suo nome è legato soprattutto alla nascita della microstoria, corrente storiografica sviluppatasi in Italia negli anni Settanta. L’idea era rivoluzionaria nella sua semplicità: osservare da vicino una singola vicenda, un piccolo villaggio, un processo inquisitoriale, una figura marginale, per comprendere meccanismi storici molto più ampi.

L’opera che lo rese celebre nel mondo fu Il formaggio e i vermi, pubblicata nel 1976 e tradotta in decine di lingue. Attraverso la storia del mugnaio friulano Menocchio, processato dall’Inquisizione nel Cinquecento, Ginzburg mostrò come anche un uomo comune potesse elaborare una propria visione del mondo, mettendo in discussione le verità ufficiali del suo tempo.

Ma il suo lavoro non si fermò lì. Dai Benandanti a Storia notturna, da Miti, emblemi, spie a Il giudice e lo storico, Ginzburg ha esplorato credenze popolari, eresie, processi, immagini e tracce apparentemente secondarie, dimostrando che spesso è proprio nei dettagli che si nascondono le chiavi per comprendere la realtà.

La sua lezione conserva oggi una sorprendente attualità. In un’epoca dominata dalla velocità dell’informazione e dalle semplificazioni, Ginzburg ha insegnato il valore dell’indagine paziente, del dubbio, dell’attenzione ai particolari. Ha mostrato che la storia non è soltanto il racconto dei vincitori, ma anche la ricerca delle voci rimaste ai margini.

Per questo la sua scomparsa non riguarda soltanto il mondo accademico. Con Carlo Ginzburg se ne va uno studioso che ha insegnato a generazioni di lettori a guardare diversamente il passato e, di conseguenza, il presente. Perché capire i margini significa spesso capire il centro. E perché le periferie della storia, come lui ha dimostrato per tutta la vita, non sono mai davvero periferiche.