Nel romanzo di Grazia Ciappetta un medico attraversa esperienze di pre-morte, paure e incontri inattesi. A riportarlo alla vita è il legame con i figli, un filo che continua a unire le persone anche oltre la distanza e l’assenza
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“Il filo invisibile” di Grazia Ciappetta (prefazione di Luigia Granata, Edizioni Erranti) racconta la rinascita di un medico. Il narratore, un uomo forte e realizzato, viene colpito da un infarto e finisce in coma per mesi. Durante il coma vive esperienze di pre-morte che a tratti sono luminose: un tunnel di luce, il ricordo dei figli Luca e Sofia da piccoli. Altre volte sono incubi, come un gelataio che getta i bambini in un dirupo, un hotel a Napoli dove gli chiedono di colpire un uomo, o un aereo di passeggeri senza volto che saltano nel vuoto. Proprio il legame con i figli, il "filo invisibile", lo riporta alla vita.
Tornato in sé, mantiene la promessa fatta in ospedale. Fonda un'organizzazione no-profit e poi parte per l'Africa con Medici Senza Frontiere. Qui cura la piccola Aisha e Nadira, che gli regala una cavigliera per "la persona speciale" della sua vita. In reparto aveva conosciuto Elsa, una giovane maestra sopravvissuta a un incidente stradale in cui era morta la cugina Sara. Anche lei aveva vissuto viaggi extrasensoriali: aveva rivisto Sara e incontrato bambini-angeli. Tra i due nasce un legame profondo. Elsa entra nella famiglia del medico come "zia Elsa", e una loro foto su Instagram li mette in contatto con un'altra ragazza, Sofia, che ha avuto un'esperienza simile e non viene creduta.
Il romanzo si chiude con il medico ed Elsa che decidono di raccontare la loro storia per dare speranza agli altri. Il protagonista guarda il mondo con occhi nuovi e vede la vita come un dono da vivere ogni giorno. Il filo invisibile del titolo è il legame che unisce genitori e figli, vivi e morti, e chi ha vissuto le stesse esperienze ai confini della vita.
Il protagonista è un medico, un uomo razionale che si ritrova “dall’altra parte”. Perché ha scelto proprio un uomo di scienza per raccontare l’esperienza di pre-morte?
Ho scelto un medico perché rappresenta, in qualche modo, il confine tra ciò che conosciamo e ciò che non riusciamo a spiegare. È un uomo abituato a osservare, analizzare, cercare risposte scientifiche e concrete. Metterlo di fronte a un’esperienza che sfugge alla razionalità mi permetteva di creare un contrasto molto forte.
Credo che certe esperienze mettano in discussione le nostre certezze, indipendentemente da chi siamo e da quanto siamo razionali. Volevo raccontare proprio questo: il momento in cui la mente non riesce più a dare tutte le risposte e si apre uno spazio nuovo, fatto di domande, percezioni e possibilità. Non volevo dimostrare che esista qualcosa oltre la vita, ma invitare il lettore a chiedersi se davvero tutto ciò che esiste possa essere spiegato attraverso la scienza.
I viaggi nel coma alternano luce e incubo: il parco con i figli, ma anche il gelataio sul dirupo e l’hostess che invita a saltare nel vuoto. Che cosa rappresentano per lei queste prove? Perché la rinascita passa anche dalla paura?
Nel libro il coma diventa una sorta di viaggio interiore, un attraversamento di mondi che potrebbero rappresentare le nostre paure più profonde, i nostri desideri, i legami e le parti di noi che spesso non abbiamo il coraggio di guardare.
Il parco con i figli rappresenta l’amore, gli affetti, tutto ciò che ci tiene legati alla vita. Gli episodi più inquietanti, invece, sono una discesa nelle nostre fragilità, nei timori e nell’ignoto. Il gelataio sul dirupo e l’hostess che invita a saltare nel vuoto sono immagini volutamente spiazzanti, quasi surreali, che costringono il protagonista a confrontarsi con qualcosa che non può controllare.
Penso che non si possa rinascere davvero senza attraversare, almeno simbolicamente, una parte di buio. La paura non è necessariamente un nemico: a volte è una porta. Ci obbliga a fermarci, ad ascoltarci e a riconoscere ciò che conta davvero. La rinascita, secondo me, non consiste nel tornare quelli di prima, ma nel ritrovare se stessi con una consapevolezza diversa.
Nella prefazione Luigia Granata parla di testimonianze reali. Quanto c’è di vissuto, suo o di persone che ha incontrato, nelle esperienze di Elsa e del protagonista?
Nel libro c’è un intreccio tra immaginazione, sensibilità personale, racconti ascoltati e riflessioni maturate nel tempo. Mi hanno sempre affascinato le esperienze extrasensoriali, le percezioni che sembrano andare oltre, le coincidenze difficili da spiegare e quelle sensazioni di presenza o di connessione che alcune persone raccontano di aver vissuto.
Tutto ciò che è narrato è parte di una trascrizione fedele, con un pizzico di immaginazione. Ho lasciato spazio alla fantasia, ma anche a testimonianze e suggestioni che mi hanno profondamente colpita.
Le emozioni che attraversano il mio libro sono umane e autentiche.
Il filo invisibile torna spesso: i figli, Elsa e Sara, la cavigliera di Nadira in Africa. Come lo definirebbe con parole sue, fuori dal romanzo?
Il filo invisibile è il legame che ci unisce anche quando non possiamo vederci, toccarci o essere fisicamente vicini. È qualcosa che sento profondamente legato all’amore, alla memoria, alle emozioni e a quella forma di connessione che a volte sembra superare lo spazio e il tempo.
Credo che nella vita incontriamo persone con cui si crea un legame particolare, difficile da spiegare razionalmente. Ci sono incontri che lasciano un segno, presenze che continuano ad accompagnarci anche quando sembrano lontane, coincidenze che ci fanno riflettere.
Nel romanzo questo filo assume forme diverse: è il legame tra genitori e figli, quello tra anime che si riconoscono, ma anche un piccolo oggetto, come la cavigliera di Nadira, che diventa simbolo di una connessione più grande.
Per me il filo invisibile è una metafora; ci ricorda che non siamo individui isolati, ma esseri profondamente connessi. E forse alcuni legami non hanno bisogno della presenza fisica per continuare a esistere.
Lei lavora con il corpo come danzaterapeuta e istruttrice di Pilates. In che modo questa esperienza ha influito sul racconto del corpo che si separa dall’anima e poi la riaccoglie, anche con il dolore?
Ha influito moltissimo, perché il mio rapporto con il corpo è una parte importante della mia vita e del mio lavoro. Attraverso la danzaterapia e il Pilates ho imparato quanto il corpo sia molto più di una struttura fisica: è un luogo in cui si depositano emozioni, esperienze, paure, gioie e memorie.
Il corpo parla continuamente, anche quando noi non siamo capaci di ascoltarlo. A volte manifesta ciò che la mente cerca di tenere nascosto.
Nel libro ho voluto esplorare proprio questa relazione profonda tra corpo e anima, immaginando cosa potrebbe accadere quando questa connessione sembra interrompersi e poi ricomporsi. Il ritorno alla vita non è soltanto un risveglio fisico: è anche un processo emotivo e interiore.
Per me il corpo è la nostra casa terrena, il luogo attraverso cui facciamo esperienza del mondo. E forse imparare ad ascoltarlo significa anche imparare ad ascoltare la nostra parte più profonda.
Cosa vuol dire ai suoi lettori?
Vorrei che il lettore, chiudendo il libro, non avesse necessariamente trovato delle risposte, ma portasse con sé qualche domanda in più.
Mi piacerebbe che si interrogasse sul significato dei legami, sulle esperienze che non sempre riusciamo a spiegare, sul confine tra ciò che conosciamo e ciò che rimane misterioso.
In fondo, il mio libro parla della vita, prima ancora che della morte. Parla dell’amore, delle connessioni, delle seconde possibilità e di quella forza invisibile che ci tiene uniti. Perché forse il vero mistero non è soltanto ciò che potrebbe esserci dopo la vita, ma anche tutto ciò che non riusciamo a vedere mentre siamo vivi.

