L’analisi sul documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, tra intelligenza artificiale, responsabilità umane e distruzione della vita quotidiana nella Striscia di Gaza
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Lasciateci perdere le parole, prima di ritrovarle.
Lasciateci ingoiare i secondi che vengono dopo, quella saliva amara che aderisce alla gola, scende nello stomaco e vi rimane, mentre cerchiamo un nome per ciò che sentiamo. Pietà sarebbe troppo poco. Orrore è un termine troppo clinico per comprendere la vergogna, e la vergogna, da sola, non sa dire quanto sia osceno e insopportabile il fatto che noi, davanti alla distruzione sistematica della vita altrui, ci è ancora concesso alzarci dalle poltrone di un cinema, recuperare le nostre cose e tornare a casa.
Abbiamo visto NAZA. E adesso è proprio questa espressione, tornare a casa, che non riusciamo più a pronunciare senza sentire la violenza di ciò che contiene.
Sessanta chilometri. È questa la distanza irrisoria, mostruosa, che separa i tetti notturni di Tel Aviv dal massacro di Gaza. Un’aberrante voragine si apre tra la costa illuminata e l’inferno. Una distanza che entrerebbe senza fatica nelle nostre giornate, magari nei tragitti che percorriamo lamentandoci del traffico, e che qui, invece, contiene due possibilità inconciliabili dell’essere vivi: poter lasciare la notte fuori dalla finestra, oppure non avere più nulla che separi il proprio corpo da ciò che arriva dal cielo.
Naza, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, raccoglie le testimonianze di uomini dell’apparato militare e dell’intelligence israeliana. Si espone, con agghiacciante sicurezza, la più grande esecrazione del nostro tempo. Naza è un acronimo, un freddo termine militare. Indica la stima delle vittime civili attese; rimanda al numero delle persone la cui morte viene messa in conto prima di un attacco. Effetti collaterali. I Naza sono persone ancora vive dentro una previsione della loro morte. Un obituario preventivo dei viventi, compilato mentre qualcuno accarezza sua figlia, prepara la cena, rassicura sua madre. Esistenze delle quali si è deliberata la sacrificabilità. Nati per morire nel frattempo. Il linguaggio burocratico ha preparato loro una fossa pulita, per non sporcare la coscienza di chi premerà il bottone. La distruzione opera su due livelli intrecciati: la cancellazione dei civili e la demolizione sistematica di ogni struttura di potere e di vita collettiva. L’ordine dell’IDF è di radere al suolo ogni cosa il prima possibile, prima che la pressione e la diplomazia facciano perdere la legittimazione internazionale. È una corsa contro il tempo per rendere Gaza inabitabile. L’obiettivo politico dichiarato dal governo di Bibi è uno solo: impedire per sempre la nascita di uno Stato palestinese, garantendo la prosecuzione dell’occupazione. «Bibi» è un ipocoristico, il soprannome di Benjamin Netanyahu: paradossale che nell’arabo iracheno la stessa parola esprima affetto e rispetto, quasi un’atroce antifrasi. La distruzione deve dunque raggiungere anche ciò che potrebbe sopravvivere alla distruzione, e cosa se non la possibilità di rimettere insieme una vita, di pronunciare un futuro al plurale?
Tutto inizia privando l’altro della sua umanità. Per farlo, la fabbrica degli obiettivi si è affidata alla tecnologia. Lavender, un sistema di IA, è stato impiegato per generare elenchi di sospetti da eliminare, riducendo drasticamente il controllo umano. La fabbrica della morte ha delegato l’anima a un algoritmo: almeno, è questo ciò che vorrebbe farci credere chi cerca nella macchina un luogo in cui deporre la propria responsabilità.
Ma fermarsi all’immagine di una macchina che decide sarebbe un’assoluzione che gli uomini non meritano. Le macchine sono macchine, mentre dietro rimangono le mani che le hanno costruite, gli ordini che ne governano l’impiego. «Il mio ruolo è tecnico». In questa frase c’è il rifugio dei vigliacchi, la delega più spaventosa. Separa il dito che preme il tasto dal corpo che verrà fatto a brandelli. «Io elaboro. Io individuo. Io eseguo». «Se non lo avessi fatto io, lo avrebbe fatto qualcun altro». Ecco la banalità del male nell’epoca degli algoritmi. Non ha più i baffi dei gerarchi, ma il ronzio dei server e le grafiche di un Grande Fratello in cui la morte è un videogame. A ogni passaggio una porzione di coscienza viene consegnata al livello successivo. Occorre fidarsi del sistema e fare il proprio lavoro, perché senza quella fiducia l’intero apparato crollerebbe e spunterebbe, inevitabile, la moralità. Spunterebbe la moralità. Come qualcosa che si insinua tra il comando e la sua esecuzione. Come il pensiero, improvviso e intollerabile, che dall’altra parte ci sia qualcuno per il quale essere ucciso significa perdere tutto, anche le cose che nessuna raccolta di dati ha mai saputo di lui.
L’unità di base della distruzione è la casa privata. Homeland, lo chiamano. È il nome dello strumento di sorveglianza telefonica che trasforma gli affetti in trappole. Il sistema spia le chiamate alle famiglie e sfrutta il nostro bisogno più antico, l’amore. Usano la tua voglia di rassicurare tua madre, il tuo desiderio di tornare a stringere i tuoi figli, come un faro per localizzarti. La familiarità diventa la tua condanna. Sanno che la sera tornerai lì, nel luogo in cui sai muoverti anche al buio, dove conosci la distanza tra il letto e la porta senza avere bisogno di guardare. Dove ti abbandoni e diventi vulnerabile, dove ci si addormenta affidando ad altri la propria vulnerabilità.
Quando l’abitazione viene raggiunta, l’ordine è bruciarla nel minor tempo possibile: usare il gas, l’olio, dare fuoco ai cuscini del divano, alle coperte di lana, agli oggetti di tutti i giorni. Bruciano le fotografie, gli oggetti minuti, le prove che quella famiglia sia mai esistita. Cancellano le storie, le prove della continuità di un’esistenza, affinché la popolazione non abbia mai più un luogo verso cui dirigere il ritorno.
In una scena, un tecnico di IA disegna un quartiere a matita su un foglio di carta. Piccoli quadrati perfetti. È il paradosso di chi manovra codici complessi e poi riduce le stanze a quadratini su carta. Con un gesto domestico e rassicurante, traccia una X. Il gesto è piccolo, quasi tranquillizzante. Una X e un intero isolato diventa polvere. Attraverso gli schermi si vede un ragazzino che non sta facendo nulla di offensivo e lo si bombarda da un drone. Si vedono i disperati correre verso il cibo e li si abbatte. Si vedono i cadaveri – quanto di più osceno e martoriato – abbandonati per strada, divorati dai cani randagi, gettati nelle fosse comuni, privati persino della dignità pietosa di una sepoltura. Antigone grida il suo dolore. «Perché li uccidete?» «Non lo so».
Poi c’è un padre. Quel padre. È lì, in mezzo alle macerie, e sta piangendo, urlando contro il figlio. Lo sta rimproverando. Lo sgrida, ferocemente, perché non ha badato a sua sorella. Ma sono morti. Sono morti tutti e due.
Guardatelo, quest’uomo, mentre il suo cervello va in frantumi, mentre il dolore cerca disperatamente un errore da sgridare per far riavvolgere il nastro. Quel rimprovero appartiene alla vita di prima, a un tempo in cui un padre poteva ancora affidare un compito a un figlio ed aspettarsi che tornasse. Le sue urla cercano disperatamente di correggere la realtà. Dev’esserci qualcosa che si può ancora rimettere a posto, qualcuno a cui dire che non doveva andare così. Qualunque cosa. Persino l’insofferenza di un figlio sarebbe, adesso, una misericordia immensa. Era un bambino. Aveva diritto a non sapere cosa fare, a spaventarsi.
Dall’altra parte, a sessanta chilometri, l’eccitazione. La scarica di adrenalina, la «tempesta ormonale» dell’annientare. È uno stato di estasi, del divertimento e della potenza provata nel completare una missione. Senza un’oncia di empatia da riservare a chi rimane sotto, senza neppure sentire il bisogno di uno psicologo. Uno di loro arriva a pronunciare la parola genocidio con una compostezza che ci turba. Lo riconosce il genocidio, lui sa che è un genocidio. Lo hanno negato in migliaia, eppure chi l’ha compiuto lo sa che è un genocidio. Lo sa che la mattina, dopo essersi lavati la faccia, hanno sterminato la tenerezza.
Facciamo fatica ad andare oltre queste parole. La saliva è troppo amara, è veleno.
Si chiede al militare del pianto di un bambino, udito chiaro e forte dalle spie all’interno di una casa che stava per essere bombardata. «Lo aveva sentito?» «Sì.» «E aveva premuto ugualmente?» «Sì.» Sì. In quel «sì» c’è il fallimento dell’intera umanità.
Si chiude una persiana. Le sirene tagliano il silenzio della sala.
Restiamo seduti, con il rumore dei brividi sulla pelle e quel disagio dei corpi che non sanno dove mettere ciò che hanno visto. I brividi ci scuotono, i corpi sono scomodi, intrusi. Questa disponibilità del corpo a continuare la propria vita sembra, per un istante, qualcosa di indecente.
Titoli di coda. Si accendono le luci. Il silenzio. E in quel momento arriva il sollievo più vile, quello di cui dobbiamo vergognarci in eterno. Possiamo tornare a casa.
La vergogna è anche questa sproporzione tra quanto abbiamo visto e quanto poco ci sarà chiesto, materialmente, per continuare. Le nostre lacrime non ricostruiranno una sola stanza di Gaza. La nostra indignazione non restituirà nulla.
Siamo dei falliti. Non meritiamo più niente. Anche la nostra disperazione ha un posto nel quale andare a dormire.
Abbiamo visto NAZA. E da allora, non facciamo altro che pensare alla polvere e al putridume. E abbiamo paura di essere l’effetto collaterale di questa umanità maledetta. Da lei, ormai, avvelenati.

