L’architetto Natale Palamara racconta il suo libro dedicato alla Grande Piramide: tecniche, geometria, trasporto dei blocchi e organizzazione di un cantiere che ancora oggi pone interrogativi. «La vera lezione non è la tecnologia, ma l’organizzazione e la capacità dell’uomo di trasformare un’idea in un’opera immortale»
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Natale Palamara, architetto e urbanista, affronta nel libro L’incredibile cantiere di Cheope uno dei grandi enigmi della storia: la costruzione della Grande Piramide di Giza.
Ma il suo – se ne parlerà a Vibo domani, sabato 26 settembre – non è soltanto un viaggio nell’antico Egitto. Partendo dalla propria esperienza di progettista e direttore dei lavori, Palamara prova a ricostruire come poteva funzionare, oltre 4.600 anni fa, un cantiere di dimensioni straordinarie, tra organizzazione, tecnologie, geometria, trasporto delle pietre e lavoro umano. Lo abbiamo intervistato.
Perché dopo 4,600 anni la piramide di Cheope continua a interrogarci e a sorprenderci?
È un’opera costruita agli albori della civiltà umana. Essa ha dimensioni inusuali enormi. Al nostro sguardo crea perplessità e stupore e ci sorprende per quei tempi la forma geometricamente perfetta ancora oggi non facile da conseguire per un’opera del genere nonostante l’apporto di strumenti sofisticati.
Lei è un architetto e urbanista: quanto ha influito la sua esperienza nei cantieri e nella ricerca sul cantiere di Cheope?
La mia esperienza professionale mi è stata molto utile perché ho indagato la piramide solo dopo che mi sono appropriato del momento storico della sua costruzione attraverso gli aspetti sociali, l’indole, la cultura e il grado di erudizione di quel popolo e della gente che fu chiamata a organizzare quel cantiere impressionante. Sicuramente non gente schiava come il greco Erodoto ha supposto, ma gente che a quell’epoca già da circa cinquecento anni aveva saputo organizzarsi come Stato, il primo della storia.
Qual è secondo lei il vero grande enigma della Grande Piramide: la sua geometria, le tecniche costruttive o l’organizzazione del lavoro?
La piramide di Cheope è tutta un enigma a partire dal suo aspetto architettonico e ingegneristico. Ma il grande enigma è perché stata costruita? Anche se fosse stata la tomba di Cheope è un concetto troppo riduttivo che non giustifica la realizzazione di quell’opera gigantesca. Il mio libro cerca di dare una risposta a questa domanda.
Come è stato possibile trasportare e mettere in opera blocchi di pietra enormi alcuni dei quali superiori alle 70 tonnellate?
A quei tempi la tecnica e gli strumenti a disposizione erano davvero inesistenti, solo l’uso dell’ingegno e le braccia degli uomini hanno cercato, preparato e movimentato blocchi di pietra dal peso medio di due tonnellate e riuscire a collocarli in opera fino a raggiungere una altezza di circa 150 m. Hanno utilizzato lastre granitiche di 70 tonnellate perfettamente levigate sulla faccia a vista, innalzandole fino a 60 metri da terra. Tutto ciò con l’uso dell’ingegno, la forza delle braccia e i pochi mezzi di cui disponevano.
Nel libro propone l’ipotesi di una rampa a spirale può spigare in modo semplice come avrebbe dovuto funzionare?
La rampa a spirale non è una mia ipotesi, è una teoria che in vari modi è sposata da molti egittologi. La mia è l’ipotesi di una rampa in pietra costruita quale parte integrante di una piramide precedentemente pensata e progettata. Essa prende forma man mano che i lavori progrediscono. Arrivati in cima alla cuspide si scende a ritroso sulla rampa ricollocando alle spalle le pietre mancanti ricostituendo la facciata e il giuoco è fatto. il problema è quello di trascinare e collocare le pietre al loro posto. Modalità e tempistica sono stati analizzati nel mio libro utilizzando i principi della meccanica razionale, dimostrando che, grazie alla ferrea organizzazione del cantiere era possibile realizzare la piramide nel ventennio.
Lei parte dalla piramide per arrivare fino al mondo contemporaneo che cosa può insegnarci oggi quel gigantesco cantiere?
È questa la magia non della piramide di Cheope in quanto tale ma della organizzazione straordinaria del suo cantiere che ha saputo concretizzare un’opera inimmaginabile. I problemi di allora sulla organizzazione cantieristica sono anche i problemi di oggi. Il mondo è cambiato, le tecnologie sono sempre più sorprendenti e sofisticate, il lavoro più raffinato. Ma i problemi di fondo e le domande sono sempre le stesse: perché apriamo un cantiere, perché dobbiamo realizzare un’opera, con quali soldi la realizziamo, qual è la sua utilità. In fondo, a ben riflettere, tutti noi ci troviamo in un immenso cantiere in cui ognuno è artefice del proprio domani. È tutto un fatto culturale e la cultura non è nozionismo come oggi accade ma è qualcosa che ci aiuta a usare e a riflettere con la nostra testa. l'uomo antico ha usato la logistica per costruire un'opera immortale; l'uomo contemporaneo, ancorché super tecnologico, rischia di ristagnare nella crescita mentale e culturale.


