“L’abitare contemporaneo”, promossa dall’associazione Ladri di Luce, è andata in scena alla Casa delle Culture. La presidente Luisa Boscarelli: «Anche nella povertà ci si può prendere cura dei luoghi. E tra le periferie dell’hinterland e il centro storico della città c’è una differenza...»
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Abitare non significa soltanto avere un tetto. È il modo in cui costruiamo relazioni con gli spazi che attraversiamo ogni giorno, il modo in cui lasciamo tracce e veniamo modellati dai luoghi in cui viviamo. Presenze e assenze, intimità e marginalità, abbandono e cura: questi sono gli elementi di una narrazione corale sul vivere contemporaneo che l'associazione culturale e fotografica Ladri di Luce ha voluto portare alla Casa delle Culture di Cosenza con la mostra collettiva “L'abitare contemporaneo”, visitabile fino al 30 giugno. Uno spazio in cui ognuno dei 31 fotografi coinvolti ha portato la propria sensibilità, costruendo un affresco plurale e autentico del vivere qui e ora. A raccontarcela è stata la presidente dell’associazione Luisa Boscarelli.
Tra spazio, relazioni e tempo presente
Il tema nasce da un processo collettivo, come da tradizione dell'associazione. «Ogni anno scegliamo un tema di comune accordo con i soci – spiega Luisa Boscarelli – e quest'anno, tra le varie proposte, è emerso l'abitare contemporaneo. Ci è sembrato davvero interessante affrontarlo, perché non riguarda soltanto l'architettura, una città, una casa, un luogo, ma i rapporti, il modo di vivere, il nostro tempo». La forza della mostra collettiva sta proprio nella molteplicità degli sguardi. «Ciò che ci piace di più è che i punti di vista di ciascuno, messi insieme, compongono un modo di leggere la realtà da angolature diverse», sottolinea la presidente.
Il "non finito” calabrese e le periferie: la fotografia come domanda
La mostra non si sottrae alle zone d'ombra del territorio. Alcuni scatti guardano direttamente al degrado, all'abbandono, alla possibilità – spesso mancata – di far rivivere certi luoghi. Tra i temi più interessanti c'è il cosiddetto “non finito” calabrese. «Di solito si costruisce e poi non si riesce ad andare avanti – dice Boscarelli –e questo per più ragioni, tra le quali rientrano sicuramente il disagio abitativo e il tasso di povertà abbastanza elevato che contraddistingue il nostro territorio».
Ed è proprio qui che si inseriscono le periferie, che Boscarelli descrive come luoghi dove le contraddizioni del vivere contemporaneo si fanno più visibili: «Abbiamo cercato di esplorare la vita e l'abitare nelle periferie, dove spesso convivono degrado e abbandono, dove il passato sopravvive a fatica accanto al contemporaneo e al moderno. Le case si appoggiano spesso a qualche rudere che stenta a morire – e io direi per fortuna – perché sono tracce, testimonianze, memorie che ci tengono ancorate alle nostre radici».
Le periferie dell'hinterland cosentino si confrontano anche con il centro storico della città. Contesti diversi, ma stesse fragilità: «In alcune periferie dei paesi della nostra provincia – dice Boscarelli – ci sono stranieri che abitano case abbandonate, rimesse in ordine per offrire accoglienza. È già questo un punto in comune col centro storico della città. La differenza fondamentale è che in città il centro storico forma un tessuto abitativo unitario, mentre nelle periferie dei paesi si trovano più facilmente piccoli nuclei isolati». E aggiunge: «Nelle periferie dei paesi sopravvive forse ancora il mondo contadino, perché non dimentichiamo che la Calabria aveva una vocazione agricola profonda».
Tra questi scatti spicca quello realizzato dalla stessa Boscarelli nei dintorni di Bisignano, dove risiede: una casa dal non finito evidente, struttura grezza e incompiuta, eppure vissuta con cura. «Ho voluto fortemente fotografare questo aspetto – racconta – per mostrare che anche in condizioni di povertà è possibile prendersi cura del luogo in cui si vive e, soprattutto, delle persone». È un'immagine che non accusa ma interroga, fedele alla vocazione dell'associazione: «Con la fotografia non offriamo soluzioni, ma proviamo a sollevare domande».
Altre declinazioni dell’abitare
La mostra esplora anche le tensioni meno visibili del vivere contemporaneo, quelle che si annidano negli spazi apparentemente normali. Tra gli scatti che Boscarelli sente come più significativi, alcuni colgono il paradosso della generazione dell'abbondanza: «I bambini che hanno tutto – anche una casa piena di giocattoli – si annoiano lo stesso. È uno dei tratti del nostro vivere contemporaneo».
C'è poi il tema dell’urbanizzazione, che sottrae all’architettura la sua carta d’identità: «I grandi condomini sono la rappresentazione dell’odierna omologazione. Il contesto urbano, in tal senso, diventa dormitorio, che le persone devono farsi andar bene nonostante contrasti il proprio “sentire».
Infine, ma non meno importante, occorre citare il riferimento alla tecnologia e ai (pochi) modi attraverso i quali possiamo ancora allontanarla, almeno per un momento della giornata: «Questa foto rappresenta una speranza, affinchè si possano recuperare i rapporti umani in un mondo ormai iper-digitalizzato. Ogni tanto mettiamo e mettete da parte gli smartphone».





