Nel 1935 lo scrittore arrivò nella Locride da confinato politico. Tra il mare Jonio e la solitudine prese forma Lo steddazzu, componimento che trasformò l'esperienza calabrese in una profonda riflessione sul tempo e sull'esistenza
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Nell'estate del 1935 Cesare Pavese ha 26 anni, è stato arrestato per attività antifascista e condannato a tre anni di confino in Calabria, a Brancaleone, non lontano da Africo e da Bova. È il pomeriggio di domenica 4 agosto, quando il treno si avvicina lentamente alla stazioncina del piccolo centro ionico. Dalla littorina, insieme a poche altre persone, ne scende una, raggiunta immediatamente da due uomini in divisa e condotta, manette ai polsi, alla vicina stazione dei carabinieri. Alla fine saranno soltanto sette i mesi che Pavese trascorrerà in quell’angolo remoto, incontaminato e ignoto del Regno d’Italia, fino al 15 marzo 1936, ma sarà un tempo sufficiente per segnarne l’esistenza e l’opera.
La poesia che si ripropone è Lo steddazzu: posta alla fine di Lavorare stanca, un componimento scritto nel gennaio del '36.
Lo steddazzu
L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquío.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.
Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.
Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.
Il titolo è un dialettismo calabrese e ha il significato di ‘stellaccia’ o anche 'grande stella': il suffisso alterativo e derivativo -azzu, variante dialettale, tipica del Meridione, di -accio, può assumere diverse sfumature di senso. Se dispregiativo, può indicare qualcosa di brutto o di sgradevole; in alcuni dialetti può avere un valore accrescitivo ed essere usato per indicare qualcosa di grande o di goffo; infine, può essere usato per esorcizzare o allontanare il male e dunque avere una sfumatura apotropaica.
Con “steddazzu” Pavese si riferisce a Venere, l’ultima stella del mattino, che diventa il perno di una riflessione metafisica sulla vanità dell’attesa e che, condensando tutte le sue tonalità di senso, identifica un astro vicinissimo all'uomo, ma la cui natura sembra essere indifferente al suo destino. Anche l’alba che esso annuncia non porta speranza, ma la rivelazione dell’inutilità di un tempo che scorre senza che alcun evento si produca e che condanna l’uomo a una sorta di emarginazione perpetua. E allora, di fronte al tempo che scorre inesorabile, c’è poco da fare, se non procedere con le proprie abitudini, che in qualche modo possono fornire un conforto, magari accendere il fuoco o la pipa e cercare di andare avanti.
Da sottolineare il ruolo di collante del polisindeto che nello Steddazzu è particolarmente importante per poter agganciare il paesaggio a un uomo che solo era e solo rimane e rivelarne la ripetibilità e la monotonia del gesto che prelude alla sentenza finale, accompagnandosi, tra l'altro, a puntuali riferimenti all'Apocalisse di Giovanni. La ripetizione della congiunzione “e” (visibile soprattutto nella prima e nell'ultima strofa: “e le stelle vacillano”, “e addolcisce il respiro”, “e lo guarda arrossare”, “e la lunga giornata”, “e sarà come ieri”, “l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende”) crea una catena di azioni e visioni che si sommano le une alle altre, non generando dinamismo, ma aumentando la sensazione di pesantezza e gravità delle ore che passano. Inoltre, il polisindeto rallenta deliberatamente il ritmo della lettura, isola ogni singolo frammento di realtà (il respiro, le stelle, il fuoco, il mare), mimando sul piano stilistico quella “lentezza dell'ora spietata” esplicitamente citata da Pavese.
Collegando con lo stesso peso grammaticale eventi cosmici e gesti quotidiani minimi, il poeta azzera ogni gerarchia, tutto è posto sullo stesso piano, ogni cosa è ugualmente priva di scopo e una svolta appare impossibile. Il suo realismo spietato, spogliato da ogni forma di retorica meridionalista, consente di riconoscersi in quel tempo sospeso, in cui i gesti quotidiani non sono frutto di rassegnazione, ma indicano quella che, ancora oggi, è la sola direzione possibile quando la giornata diventa troppo lunga.

