Un passato da dirigente di Asp calabresi, scrittore tra i più quotati e impegnati del panorama culturale calabrese, Santo Gioffrè, autore di numerosi libri storici, di denuncia, di proposta, torna in libreria con Il tempo del male, un romanzo intenso che attraversa memoria, violenza, giustizia e tormento interiore. Sullo sfondo la Calabria degli anni delle faide, della ‘ndrangheta e delle grandi tensioni sociali, ma anche il dramma di un uomo chiamato a fare i conti con il proprio passato e con il confine sottile tra vendetta e giustizia. Un’opera che intreccia storia, impegno civile e riflessione sull’animo umano. Lo abbiamo intervistato.

Dr. Gioffrè, Il tempo del male è un romanzo che affonda le radici nella storia della Calabria. Da quale esigenza personale e culturale nasce questo libro?
«La scrittura di un romanzo, o di un’opera letteraria, non è solo un esercizio di stile. È la natura stessa di ciò che l’autore è. È il persistente pensiero degli avvenimenti accaduti nella mia esistenza e che non riescono a liberarsi dall’impronta del tempo. Scrivere Il tempo del male per me è stato il tempo dell’allineamento dell’anima che ha preso il sopravvento su di me, perché, ora, la vita smette di essere un deposito e diventa, solo, una sottrazione».

Nel romanzo il passato ritorna con forza e costringe il protagonista a confrontarsi con ferite mai rimarginate. Quanto pesa, ancora oggi, la memoria nella vita delle persone e dei territori?
«Nello scrivere il romanzo, non ho cercato alcuna scorciatoia o facili raffronti. Il racconto è crudo fin a scavare il lato oscuro della nostra società, passata e presente. Rivivo i ricordi continui della mia giovinezza, ne cerco le persone, i volti, le dinamiche di violenza. Quelle ferite d’allora, si perpetuano nelle moderne ingiustizie, nello spopolamento di questa terra, nella perdita di ogni speranza. Nello smarrimento di ogni memoria e tutto ciò nulla a che fare con la nostalgia. Sono processi vivi all’interno di un’attualità sconvolgente».

La violenza attraversa tutta la narrazione, ma non viene mai raccontata come semplice cronaca. Quale riflessione vuole offrire sul rapporto tra vendetta, giustizia e coscienza?
«La violenza che nel romanzo appare con la parvenza di una componente fondamentale del racconto, non è una prova di potenza, ma il sintomo principale che tiene inchiodato il protagonista alla sua fragilità. Quello che a me interessava è sottolineare come la violenza, e la vendetta, ha trasformato i personaggi, disumanizzandoli, facendoli cambiare e diventare altro rispetto a ciò che erano. Personaggi alla ricerca continua di una loro giustizia che né gli uomini né le leggi hanno saputo dare. È il canto dell’ingiustizia e delle sconfitte di 150 anni di lotte sociali, politiche e culturali.

Da medico, da uomo delle istituzioni e da scrittore, lei ha conosciuto da vicino realtà difficili. Quanto della sua esperienza personale è confluita in questa storia?
«Questo romanzo ben si può dire che è il racconto della mia vita. Nel senso che da osservatore attento, ho attraversato i periodi che hanno cambiato, e per sempre, i modi di confronto e il rapportarsi degli uomini tra di loro e delle Istituzioni con la gente. Siamo passati dalla vita di comunità dove tutti gli avvenimenti venivano discussi dentro un rito di comunicazione collettiva, all’idolatria della solitudine, della freddezza, dell’egoismo e dove ogni individuo è lasciato solo. In questo mio romanzo, da scrittore, ho osservato questi processi evolutivi con lucidità, passando dai drammi collettivi della faida, con i suoi riti, la violenza, le tragedie che coinvolgevano una intera comunità, fin ad arrivare al dramma dell’uomo solo che pensa di poter combatte l’ingiustizia e il malaffare ma che ne uscirà tremendamente sconfitto e lacerato nell’anima perché contro aveva il sistema che è divenuto, esso stesso, contenitore d’ingiustizia. Da medico, la fine di ogni sicurezza di accesso alle cure, conseguenza di quelle ingiustizie, mi ha condotto a immergermi nella sottigliezza del racconto per comunicarne il dramma».

La Calabria che emerge dal romanzo è una terra complessa, ricca di umanità ma segnata da profonde contraddizioni. Qual è il messaggio che desidera trasmettere soprattutto ai giovani calabresi?
«Io non ho inteso scrivere un romanzo sulle semplificazioni. Attraverso l’inquietudine e la consapevolezza dei drammi ho voluto scavare nelle zone oscure della società calabrese per iniziare una riflessione sul contesto sociale di oggi. La mia è una riflessione rivolta ai giovani calabresi che si trovano difronte ad un bivio: o, con la loro inerzia, si fanno complici di chi sta conducendo questa terra alla fine, oppure, avendo preso la giusta coscienza, organizzano la rinascita. Cosa che, però, io non vedo».

Il protagonista combatte soprattutto una battaglia interiore. Possiamo dire che Il tempo del male è anche un viaggio dentro la fragilità dell’essere umano?
«Sì, possiamo dirlo. È un viaggio difficile, tortuoso, a volte consapevole, a volte no. Un viaggio pieno di implicazioni umane e psicologiche profonde e devastanti dentro la fragilità dell’essere del protagonista, alla ricerca continua del suo male oscuro fino a disegnarne una figura contraddittoria, ma profondamente complessa e dolente capace di una razionalità ancestrale anche nei gesti più estremi».

C’è, alla fine, l’eterna solitudine di chi è conscio della sconfitta della sua epoca. Dopo questo nuovo romanzo, quale pensa debba essere oggi il ruolo della letteratura: raccontare il passato, denunciare il presente o aiutare a immaginare un futuro diverso?
«Il romanzo, a guardarlo bene, è di un’attualità sconvolgente. Stiamo assistendo, inermi, a violenze inusitate, guerre di sterminio di popoli che pensavamo parte di una storia perduta per sempre, consegnata ai libri di storia. In una società devastata da profonde diseguaglianze economiche e sociali, con arretramenti profondi in tema di diritti, soprattutto il diritto alla salute e di poter esistere nella propria terra, la letteratura deve ritornare ad essere elemento di formazione delle coscienze e di riscossa. La scrittura deve riprendere la funzione di denuncia dell’arroganza del potere. Viviamo in un’epoca in cui si alimenta la sottocultura, l’ignoranza e s’impedisce la formazione della capacità cognitiva atta a processare la realtà dei fatti in modo che nulla diventi una minaccia per il potere. La coscienza e la sapienza, da sempre, sono state le migliori armi contro ogni forma di sopraffazione. Lo scrittore, se tal è, mai potrà essere solo un narratore, insipido, di eventi. Deve essere, invece, parte attiva e fondamentale dello spirito del racconto per indicare, comunque, un concetto di lotta per combattere e arginare un destino che per noi calabresi appare inesorabile».