Lo scrittore calabrese Carmine Abate si appresta a tornare in libreria con un romanzo intenso, incentrato sui temi della memoria, della distanza e sul senso profondo del ritornare. L’autore ha annunciato l’uscita della sua nuova opera, intitolata “I giorni dell’arrivederci” ed edita da Mondadori, disponibile ufficialmente in libreria dal 13 ottobre 2026.

Si può davvero lasciare la propria terra senza che essa continui a parlare dentro di noi?

È proprio da questa domanda che prende avvio il fulcro narrativo del libro: un’indagine appassionata sulle radici, sull’appartenenza e sulla forza dei ricordi, destinati a riemergere e a stravolgere la vita di Giorgio, il protagonista, insegnante di lingua italiana a Colonia.

La narrazione segue la vicenda di Giorgio che, vent’anni dopo, si trova improvvisamente a rivivere il trauma di un’infanzia spezzata dall’emigrazione della sua famiglia dalla Calabria alla Germania. Incapace di integrarsi a Colonia, il bambino viene mandato dal padre in un collegio in Trentino. Un’esperienza difficile, inizialmente vissuta come una prigione, ma che si rivelerà fondamentale grazie alla nascita di amicizie capaci di salvarlo dalla solitudine.

A distanza di anni, un messaggio inatteso gli ricorda un antico patto tra compagni e lo costringe a fare i conti con le proprie radici, avviandolo lungo un percorso nel quale il dolore dell’addio può finalmente trasformarsi in un’occasione di riconciliazione con il passato.

Carmine Abate, originario di Carfizzi — piccolo comune di lingua e cultura italo-albanese (arbëreshë) in provincia di Crotone — è tra le voci più autorevoli della letteratura contemporanea legate ai temi della migrazione, dell’identità e del dialogo interculturale. Il suo percorso letterario comincia in Germania, dove si trasferisce da giovane per raggiungere il padre. È lì che pubblica nel 1984 le sue prime opere, la raccolta Den Koffer und weg! e, successivamente, il saggio Die Germanesi, pubblicato nel 1986 in italiano con il titolo I Germanesi. Storia e vita di una comunità calabrese e dei suoi emigrati.

Un elemento centrale della narrativa di Abate è la costante ricerca di un’identità plurale e stratificata. Lo scrittore racconta quella condizione di sradicamento e di sospensione vissuta da molti emigrati, quella sensazione di non appartenere completamente né al luogo di nascita né a quello d’arrivo, efficacemente definita come un vivere sull’«altalena del vuoto». A questa condizione oppone una diversa possibilità: il «vivere per addizione», concetto che attraversa e caratterizza profondamente la sua opera.

Per lo scrittore italo-albanese, infatti, l’esperienza della migrazione non coincide necessariamente con una perdita o con un’assimilazione forzata, ma può diventare un processo di arricchimento umano e culturale: significa sommare le proprie radici alla nuova realtà incontrata lungo il cammino, senza dover cancellare ciò che si è stati.

Questa complessa visione dell’esistenza si riflette anche nella lingua della sua narrativa. Abate fonde in maniera fluida l’italiano con la matrice arbëreshë, il dialetto calabrese e le sonorità del tedesco. Da questo originale impasto espressivo nasce il cosiddetto «germolese», una contaminazione linguistica capace di dare voce, ritmo e corpo alle storie di chi vive a cavallo tra più mondi, trasformando il confine tra culture in uno spazio d’incontro e di continua ridefinizione dell’identità.

Nel corso della sua carriera, Abate ha ottenuto importanti riconoscimenti. Tra questi figurano il Premio Letterario Nazionale Tropea nel 2009 con Gli anni veloci, la vittoria alla 50ª edizione del Premio Campiello nel 2012 con La collina del vento e, più recentemente, il Premio Navicella d’Oro Letteratura 2026, conferitogli per la sua capacità narrativa di raccontare il Sud e l’esperienza dell’emigrazione attraverso una prospettiva capace di oltrepassare i confini regionali.

Con I giorni dell’arrivederci, Carmine Abate si conferma ancora una volta un maestro nel trasformare la ferita dello sradicamento in un canto d'amore per le proprie origini. Perché partire non significa necessariamente recidere. Ed è forse proprio qui che il titolo del romanzo acquista il suo significato più profondo. L’«arrivederci» non è un addio definitivo: contiene la possibilità del ritorno, la speranza di ritrovare ciò che si è lasciato e, soprattutto, la consapevolezza che una terra dalla quale si è partiti non smette mai del tutto di appartenere a chi l’ha abitata.

La terra può essere lontana, può cambiare, può diventare per anni soltanto un luogo della memoria. Ma è proprio nella distanza che quella voce diventa più forte.