Una donna intraprende la ricerca del padre attraversando luoghi, ricordi e vicende del Novecento. Tra Aspromonte, fotografia e letteratura, la storia affronta il tema dell’identità e del rapporto tra ciò che è accaduto e ciò che conserviamo dentro di noi
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Un libro che convince e conquista fin dalle prime pagine. Un testo che, una volta iniziato, difficilmente si vorrebbe interrompere. È questa una delle qualità più evidenti de La rabdomante di Shangri-La, il nuovo romanzo del docente calabrese Emilio Arnone: una storia che cattura subito il lettore e lo accompagna fino all’ultima pagina.
Il romanzo si muove sul confine sottile tra realtà, memoria e immaginazione. Al centro c’è Patrizia, alla ricerca di un padre che sembra esistere soprattutto nei ricordi, nelle fotografie e nelle storie.
Un racconto appassionante che attraversa la Calabria, i viaggi, la guerra, l’amicizia e le ferite del passato. Una ricerca dell’identità che diventa anche un viaggio dentro ciò che resta delle persone quando il tempo sembra averle portate via.
Nel libro di Arnone convivono mistero e introspezione: raccontare significa anche provare a ricucire una crepa. È un romanzo che accarezza l’anima e, allo stesso tempo, stimola l’intelligenza del lettore. L’autore sembra essere presente in ogni pagina, quasi fosse possibile riconoscere la sua voce dietro ogni parola.
Arnone non è nuovo a esperienze narrative di questo tipo, ma con La rabdomante di Shangri-La sembra aver raggiunto una maturità particolare. Un piccolo, grande romanzo.
Il libro si apre mettendo in discussione il concetto stesso di apparenza e, più volte, confonde realtà, sogno e immaginazione. Perché ha scelto di non offrire al lettore un confine netto tra ciò che è realmente accaduto e ciò che Patrizia immagina?
Mi viene in mente un’opera teatrale di Calderón, La vita è sogno. Anche la protagonista Patrizia, come Sigismondo, non riesce a distinguere le esperienze vissute da quelle sognate, arrivando a pensare che l’intera esistenza sia un’illusione.
Uno dei temi portanti del romanzo è proprio l’ambiguità tra apparenza e realtà. Il libro mette in discussione ciò che sembra reale e descrive un mondo che tende a svanire, nel quale la percezione oggettiva delle cose viene progressivamente meno.
La struttura del romanzo non segue una linea temporale tradizionale. Perché?
La struttura non segue una linea temporale perché riflette il disorientamento interiore della protagonista. Patrizia affronta una duplice indagine: una esterna e una interna, alla ricerca della propria identità.
Questo viaggio introspettivo si muove attraverso un grand tour ideale e, al tempo stesso, emozionale, fatto di flashback e flashforward. In qualche modo, l’assenza di un confine netto diventa il terreno privilegiato del romanzo.
La Polaroid è uno degli oggetti simbolicamente più importanti del libro. Che rapporto esiste, per lei che è anche un bravissimo fotografo, tra fotografia e memoria?
La Polaroid diventa un elemento centrale della narrazione e rappresenta il contrappeso tangibile a un mondo sfuggente e immaginario.
L’idea che la realtà venga strappata al suo momento e trasferita in una diversa forma di continuità, su un supporto di carta, mi ha sempre affascinato. La Polaroid è, più di ogni altra cosa, un oggetto fisico che certifica un momento di verità.
Diventa così il simbolo della resistenza umana contro la fragilità della memoria, un appiglio reale in un universo narrativo nel quale apparenza, ricordo e immaginazione si confondono continuamente.
E una fotografia può davvero raccontare la verità?
La fotografia mostra, ma non dimostra. Partendo da questo presupposto, ogni scatto, pur nascendo come impronta meccanica della realtà, si rivela nella sua essenza anche come un’autentica bugia.
L’atto stesso di inquadrare è una scelta: include un frammento di spazio ed esclude tutto il resto, imponendo la visione soggettiva di chi sta dietro l’obiettivo al posto di una verità assoluta e oggettiva.
Il giornalista Michele Smargiassi ricorda che l’immagine non è mai uno specchio innocente, ma un dispositivo culturale e retorico. Crediamo alla fotografia non necessariamente perché sia vera, ma anche per un tacito patto di fiducia con chi l’ha scattata.
Il fotografo siciliano Ferdinando Scianna ha sottolineato come l’illusione di oggettività sia uno dei grandi inganni della macchina fotografica. L’immagine non restituisce semplicemente la realtà dei fatti, ma un’interpretazione autoriale, intrisa di memoria, sguardi e ossessioni personali.
Anche lo storico Ando Gilardi ha contribuito a smontare il mito della fotografia come documento puro, mostrando come manipolazione, fotomontaggio e uso ideologico dell’immagine siano nati contestualmente alla fotografia stessa.
Con l’arrivo dell’intelligenza artificiale, questo patto di fiducia visivo è entrato definitivamente in crisi. Se per oltre un secolo lo sforzo critico è stato quello di distinguere il falso dal vero, oggi il paradigma è profondamente cambiato. La matrice reale può scomparire del tutto e ci troviamo a dover distinguere il finto dal falso: un ecosistema nel quale immagini perfettamente fotorealistiche possono non avere mai avuto alcun legame fisico con il mondo tangibile.
Perché ha scelto proprio l’Aspromonte come uno dei luoghi centrali della storia?
La scelta di questo territorio aspro, selvaggio e carico di mistero riflette fedelmente il paesaggio interiore della protagonista.
L’Aspromonte si rivela il palcoscenico ideale. In particolare, Monte Cappa diventa il centro di gravità simbolico del romanzo. La fessura nella roccia simboleggia la vulnerabilità umana come elemento necessario: solo attraverso la crepa può passare la luce.
È soltanto spezzando la superficie, apparentemente invulnerabile e granitica, delle certezze e delle apparenze che si può arrivare ad avvicinare una verità più profonda.
Nel romanzo emerge un tema molto forte: la capacità di ascoltare e di guardare oltre le apparenze. È questo il vero motore della storia?
Credo che il vero motore emotivo del romanzo sia proprio guardare oltre le apparenze. Rifiutare la crosta superficiale della realtà e andare in profondità nelle cose.
La memoria e l’identità non si offrono mai in modo limpido, ma richiedono pazienza. La verità si trova spesso nascosta sotto ciò che la società, o la nostra stessa mente, costruisce per difendersi.
L’invito è quello del «conosci te stesso», inteso come un viaggio interiore alla ricerca della propria verità.
Nel libro convivono Calabria, musica, fotografia, cinema, letteratura, guerra e persino elementi surreali e fantastici. Come è riuscito a far dialogare mondi così diversi?
Il cinema e la musica non sono per me semplici passioni, ma linguaggi attraverso i quali provo a raccontare una storia. Non fanno da contorno: diventano la grammatica della mia narrazione, nella quale tutto si fonde.
Ho provato a scrivere come se stessi costruendo una sequenza visiva e a inserire la musica in un montaggio ideale, con l’ambizione di coinvolgere direttamente il lettore in un flusso continuo.
La Calabria rappresenta il palcoscenico ideale; la Polaroid fissa un istante di verità prima che svanisca; la letteratura interviene come forza riparatrice e il racconto, con il suo potere salvifico, diventa l’unico strumento capace di curare le ferite.
È soddisfatto di questo nuovo lavoro? Io le ho espresso subito un giudizio: mi sembra il più riuscito tra quelli che ha scritto.
Il titolo stesso del romanzo è una dichiarazione d’intenti e racchiude il senso dell’intera ricerca. La figura della «rabdomante» rimanda a chi cerca l’acqua, e quindi, in sostanza, la vita stessa. È esattamente ciò che fa Patrizia, tra le crepe e i silenzi.
«Shangri-La», invece, è un luogo dell’immaginazione che può ricordare Macondo di Gabriel García Márquez.
Quanto alla sua domanda sull’essere soddisfatto, la ringrazio di cuore per il complimento, che mi lusinga. Posso dire che non si è mai davvero soddisfatti fino in fondo. Chi scrive è condannato a una sorta di perenne agitazione, alla ricerca costante di qualcosa in più.
Ci sono voluti più di tre anni per far nascere La rabdomante di Shangri-La. È stato faticoso, ma sono semplicemente felice che oggi esista. Il romanzo c’è, ha trovato la sua forma e ora non appartiene più soltanto a me.

