In principio fu la casa a 1 euro. Un progetto pilota avviato tra il 2008 e il 2009 in 3 regioni, tra cui la Calabria. L’iniziativa è stata accolta con favore ma è cresciuta meno delle aspettative.

Oggi le regioni sono 14, con 77 Comuni che offrono la possibilità di acquistare un immobile pagando solo una cifra simbolica.

Si tratta per lo più di edifici abbandonati situati in borghi collinari e montani con una popolazione inferiore ai 3mila abitanti. La distribuzione si concentra soprattutto nel Mezzogiorno. Sono 30 in Sicilia, 7 in Calabria, 6 in Sardegna e in Puglia, 5 in Campania, 2 in Basilicata.

Contrastare lo spopolamento dei piccoli Comuni

La finalità di questo progetto era e resta quella di contrastare lo spopolamento dei piccoli paesi. Favorire la rigenerazione urbana dei centri storici, l’apertura di nuove attività commerciali e il rilancio turistico ed economico del territorio. Scongiurare la chiusura definitiva di infrastrutture e presidi di base come scuole, negozi e uffici postali.

Le case in catalogo si trovano generalmente in condizioni precarie o molto precarie e richiedono lavori di ristrutturazione di entità rilevante.

Il prezzo simbolico di 1 euro non rappresenta quindi il reale impegno economico e complessivo cui l’acquirente si troverà a fare fronte.

Ogni Comune stabilisce le condizioni di “vendita”: tempi di ristrutturazione, importo minimo degli investimenti, vincoli d’uso e garanzie richieste.

Tra gli obblighi principali figura la stipula di una polizza fideiussoria bancaria o assicurativa che va da circa 1.000 a 5.000 euro, a garanzia dell’acquisto, valida tre anni dalla firma del contratto.

A questa somma vanno ad aggiungersi i costi burocratici, notarili e di accatastamento: altri 3mila euro.

Infine la spesa più consistente, la ristrutturazione, che può costare tra i 20mila e i 30mila euro: dipende dalle condizioni in cui si trova l’immobile.

Tutto a carico dell’acquirente.

Le case a 1 euro hanno riscosso e riscuotono particolare interesse tra i cittadini stranieri. Una buona metà dei contratti è stata infatti sottoscritta da americani, britannici, canadesi. Con una quota minore proveniente da Germania, Australia e Svizzera.

“Ripopola Calabria”, la novità da 20 milioni di euro

“Ripopola Calabria” si può definire l’evoluzione 2.0 del progetto pilota lanciato nel 2008. Nasce con le stesse finalità ed in primis “la necessità di intervenire nei territori nei quali lo spopolamento ha assunto carattere strutturale”.

“L’80% dei Comuni calabresi, ha una popolazione non superiore a 5.000 abitanti. In questi centri la perdita di residenti interessa la grande maggioranza dei Comuni e si associa a un forte invecchiamento della popolazione, con effetti sulla tenuta dei servizi essenziali, sulla vitalità delle economie locali e sull’uso del patrimonio abitativo”.

Lo si legge nel prospetto del Piano regionale sperimentale “Ripopola Calabria”. Un declino che va contrastato.

La Regione, in accordo con le amministrazioni aderenti, ha messo a disposizione 50 immobili in 26 Comuni.

L’offerta si trova sul portale “Ripopola Calabria” con tanto di vetrina delle immagini e catalogo. È a costo zero per i richiedenti che, una volta passata la fase di selezione, potranno avere l’immobile in concessione, in comodato d’uso gratuito, per 10 anni.

La Regione ha investito 20 milioni di euro a valere sulla Sezione ordinaria del PSC Calabria, nell'Area Tematica 08 “Riqualificazione urbana” - Settore di Intervento 08.01 “Edilizia e spazi pubblici”.

Gli immobili da ristrutturare potranno beneficiare di finanziamenti fino a 2.000 euro al metro quadrato, con un massimo di 280mila euro per unità abitativa.

Dal bando al trasferimento in loco

Trattandosi di piccoli Comuni situati anche in aree periferiche, difficili da raggiungere, uno dei nodi riguarda “le difficoltà amministrative e organizzative” in un territorio sempre più spoglio e avido di infrastrutture e servizi. Il prospetto del progetto dedica un intero capitolo ad “Accoglienza e accompagnamento dei nuovi residenti”.

I Comuni sono tenuti ad affiancare gli assegnatari nelle fasi iniziali del trasferimento, fornendo assistenza sui servizi scolastici ed educativi, sui servizi sanitari e socio-assistenziali e sulla mobilità e i servizi di prossimità.

“Per scuola, sanità e mobilità - si legge nel prospetto - si tratta di indicazioni di primo accesso, particolarmente utili in una regione in cui circa il 70% dei Comuni ricade in area marginale e una parte dei servizi si trova nei centri vicini o nei poli di riferimento”.

La dura realtà calabrese

Gli assegnatari dovranno essere ben consapevoli delle difficoltà legate alla scelta di risiedere in località spesso prive di scuole, di spazi sportivi e di aggregazione, di servizi amministrativi e sportelli bancari o postali. Per non dire di ferrovie ed aeroporti. Lontane dagli ospedali e con un numero sempre più ridotto di attività d’impresa e di esercizi commerciali. Anche di quelli essenziali e di prossimità come bar, alimentari ed ortofrutta. 

Venti chilometri di strada di montagna e 40 minuti di percorrenza per raggiungere una scuola, un centro commerciale, un negozio di generi alimentari o un pronto soccorso, non sono certo l’ideale per un nuovo inizio.

L’accompagnamento dei nuovi residenti è previsto anche sul piano lavorativo. Ma “il supporto - specifica ancora il prospetto - non comporta garanzia di occupazione, accesso automatico a percorsi formativi o imprenditoriali né contributi economici ulteriori”. 

Il viaggio o il rientro in Calabria potrebbe diventare una corsa ad ostacoli.

L’emergenza abitativa

Tutto questo mentre nella nostra regione si avverte forte il peso dell’emergenza abitativa.

Duemila case popolari non sono utilizzate perché fatiscenti o abbandonate. Altre quindicimila sono bisognose di interventi di manutenzione straordinaria. Bisognerebbe, dunque, mettere mano a metà del patrimonio immobiliare dell’Aterp.

Gli immobili gestiti dall’Agenzia territoriale per l’edilizia residenziale pubblica sono oltre 35mila. Circa il 60% è stato realizzato prima del 1980 e la maggior parte necessiterebbe di interventi di manutenzione straordinaria.

La domanda di alloggi

Accanto all’emergenza strutturale c’è l’emergenza sociale. È molto forte, infatti, la richiesta di alloggi pubblici da parte di chi la casa non se la può permettere e chiede aiuto allo Stato. A gennaio 2025 risultavano inevase oltre 11mila domande. Migliaia di calabresi attendono da anni. Se si tiene conto che la nostra è la regione più povera d’Italia, con le quote di reddito più basse del Paese, ci si rende conto che tantissime famiglie, sono oltre 60mila, affrontano spese che sopravanzano le proprie disponibilità economiche.

I fondi a disposizione dell’Aterp

A giugno 2025, a seguito di una interrogazione presentata dal consigliere regionale del Pd Davide Tavernise sull’emergenza abitativa in Calabria, l’assessorato ai Lavori pubblici ha risposto che «diversi sono i fondi destinati sia ad interventi di manutenzione straordinaria, messa in sicurezza, efficientamento energetico degli alloggi esistenti sia ad incrementare il numero di alloggi da assegnare agli aventi diritto».

Le misure di finanziamento attive

A quella data la Regione Calabria aveva a disposizione 227 milioni di euro. Le somme più sostanziose provengono dai finanziamenti europei: 97,7 milioni dal Pnrr e 80 milioni dal Programma regionale 2021/2027. In più, 11 milioni dal Fondo per lo sviluppo e la coesione. A questi finanziamenti vanno ad aggiungersi 25 milioni di risorse proprie della Regione e 14 milioni di fondi statali convenzionali per l’edilizia residenziale pubblica.

Gli interventi programmati dalla Regione

Con i 97,7 milioni di euro del Pnrr la Regione ha definito un piano di interventi che prevede il finanziamento di 52 progetti in tutta la regione per ristrutturare 901 alloggi. Con il Pnea sono stati finanziati 13 interventi per riqualificare 490 unità abitative e ultimare 124 alloggi. Con i fondi Fsc, gli stessi utilizzati per il progetto “Ripopola Calabria”, sono stati finanziati la riqualificazione di 512 unità abitative e i lavori di ultimazione di 54 alloggi.

Il rischio - in attesa che si metta mano alle case popolari e si snelliscano le procedure per assorbire le liste d’attesa - è che altre famiglie in difficoltà decidano di lasciare la regione trasferendosi altrove, in Italia o all’estero.