Il 21 settembre 2026 l'Osservatorio prezzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha rilevato la benzina self service a 2,155 euro al litro e il gasolio a 2,335 euro sulla rete stradale, mentre in autostrada le medie salgono a 2,245 e 2,414 euro. Cinquanta litri di gasolio costano oggi circa 117 euro, cinquanta di benzina circa 108. Un anno fa entrambi i carburanti stavano intorno a 1,65-1,70 euro al litro. L'aumento di oltre quaranta centesimi è legato quasi per intero alla crisi dello Stretto di Hormuz e alla scarsità di prodotti raffinati, che sono saliti molto più del greggio.

Il gasolio ha già battuto il record del marzo 2022 e la benzina gli è vicina. Secondo l'Istat l'inflazione di agosto è tornata al 3,3 per cento, trainata da energia e carburanti, e si calcola che tra agosto 2025 e agosto 2026 un pieno di gasolio costa oltre 25 euro in più. Sono numeri che pesano sulle famiglie, ma pesano ancora di più sulla logistica, sull'agricoltura e sulla pesca, e in una regione come la Calabria, dove l'automobile non ha alternative reali, il prezzo del carburante è una tassa sulla distanza.

Il Weekly Oil Bulletin della Commissione europea, che ogni lunedì raccoglie le medie nazionali dei 27 Stati membri, colloca l'Italia stabilmente nella fascia alta. Nella rilevazione del 14 settembre 2026 la media ponderata dell'Unione per la benzina Euro 95 ha toccato 2,063 euro al litro, il valore più alto dal 2005, e il gasolio medio europeo era a 2,075 euro. La benzina va dagli 1,34 euro di Malta ai 2,56 della Danimarca, il gasolio dagli 1,21 euro di Malta ai 2,50 della Finlandia.

In questa graduatoria l'Italia è ottava per la benzina, dietro Danimarca, Paesi Bassi, Germania, Finlandia, Francia e Grecia, e settima o nona per il gasolio a seconda della settimana, dietro Finlandia, Danimarca, Paesi Bassi, Germania, Francia, Belgio e Austria. Il diesel costa ormai più della benzina in ventuno Paesi su ventisette. In Italia il sorpasso dura dal 12 gennaio 2026. Nessuna delle grandi economie continentali paga meno di noi, ma la Spagna sì, con 1,87 euro per la benzina e 1,83 per il gasolio. La differenza sul diesel supera i trentacinque centesimi al litro, e Madrid ha lo stesso mercato, le stesse raffinerie e lo stesso barile.

Il dato che spiega tutto è quello al netto delle imposte. Nella media di agosto 2026 elaborata da FIGISC sui dati della Commissione, il prezzo industriale della benzina italiana, cioè il prezzo finale meno accisa e IVA, era di 0,965 euro al litro, undicesimo nell'Unione e appena sopra la media dei 27, che era di 0,939. Le imposte italiane erano invece 1,033 euro al litro, seste in Europa contro una media di 0,881. Sommate, le due componenti portano l'Italia al settimo posto per prezzo alla pompa.

Unem, l'associazione delle imprese della raffinazione e della distribuzione, conferma il quadro nel comunicato sui consumi di agosto. I prezzi industriali italiani di benzina e gasolio restano di oltre quattro centesimi al litro sotto la media dell'area euro, e tra febbraio e agosto le quotazioni internazionali del gasolio sono salite di 47 centesimi al litro, quelle della benzina di 29, mentre il Brent si è mosso di appena 11. La componente industriale, insomma, è in linea o migliore rispetto ai vicini, e lo stacco negativo con l'Europa sul prezzo netto è rilevato ogni settimana anche da FIGISC.

La differenza la fa lo Stato. Su un litro di gasolio l'accisa ordinaria è di 672,90 euro per mille litri, cioè 67,3 centesimi, e su di essa si applica l'IVA al 22 per cento. Sulla benzina si arriva a circa 72 centesimi di accisa più IVA. Insomma, sul prezzo finale alla pompa ci sono circa un euro di tasse. A parità di prodotto, i trenta centesimi che ci separano dalla Spagna valgono quindici euro a ogni pieno. È un tema che i commercialisti conoscono bene, perché l'accisa entra nella base imponibile dell'IVA e produce quell'effetto di imposta sull'imposta che rende ogni rincaro internazionale un gettito aggiuntivo per l'Erario.

Di fronte allo stesso rialzo i governi europei hanno scelto strade diverse, e il confronto è istruttivo. La Spagna ha varato già a marzo un pacchetto da cinque miliardi di euro con un taglio iniziale di trenta centesimi al litro sulle accise di benzina e gasolio, ridotto poi in modo graduale fino agli attuali cinque centesimi, in vigore fino a fine settembre. Secondo Nomisma Energia Madrid ha agito sia sulle accise sia sull'IVA. Il Portogallo ha ribassato ancora l'imposta sui prodotti petroliferi a inizio settembre, portando lo sconto complessivo a circa 23 centesimi al litro. Svezia e Irlanda tagliano rispettivamente 22 centesimi fino a novembre e 27 centesimi sulla benzina e 32 sul gasolio fino a ottobre, con aiuti aggiuntivi per pescatori e agricoltori.

La Francia non ha mai toccato le accise e ha preferito aiuti mirati, mettendo a disposizione centinaia di milioni di euro al mese per autotrasportatori, agricoltori e lavoratori a basso reddito. Emmanuel Macron ha annunciato una mobilitazione per garantire le forniture e per cercare rotte alternative a Hormuz. La Germania ha speso circa 1,6 miliardi per tagliare di 17 centesimi i prezzi a maggio e giugno, poi ha lasciato scadere lo sconto. Con benzina e gasolio a 2,45 euro al litro secondo l'ADAC, il cancelliere Merz promette ora nuove misure. La Polonia di Tusk punta a una tassa del 60 per cento sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere per finanziare gli sconti alla pompa, ma il progetto è fermo per l'opposizione del Presidente della Repubblica. La Croazia ha scelto la via amministrativa e ha imposto un tetto ai prezzi dei distributori, con benzina a 1,73 e gasolio a 1,85 euro, venti e trenta centesimi sotto il livello di mercato. La Grecia affianca dieci centesimi di sconto pubblico a cinque ottenuti da un accordo con le raffinerie, mentre la Lituania studia una riduzione automatica delle accise quando il diesel supera i 2,20 euro.

La Commissione europea, dal canto suo, ha respinto ancora una volta la richiesta italiana di una tassa europea sugli extraprofitti, lasciando ogni Stato libero di introdurla in autonomia. Il risultato è un mercato unico con ventisette fiscalità diverse, in cui il prezzo alla pompa dipende meno dal barile che dal Ministero delle Finanze di ciascun Paese.

L'Italia ha scelto la strada dello sconto temporaneo, rinnovato ogni poche settimane. Da marzo lo Stato ha speso quasi tre miliardi di euro per contenere i prezzi alla pompa. L'ultimo atto è il decreto-legge 17 settembre 2026, n. 162, che riduce l'accisa sul gasolio a 572,90 euro per mille litri dal 18 al 25 settembre e a 622,90 euro dal 26 settembre al 5 ottobre, contro l'aliquota ordinaria di 672,90. Alla pompa lo sconto vale 12,2 centesimi nella prima finestra e 6,1 nella seconda, IVA compresa, con un costo per l'Erario di 111,8 milioni di euro per il 2026. La benzina è rimasta fuori dall'ultimo intervento, e l'unico taglio esteso a entrambi i carburanti si è chiuso il 3 luglio. Dal 6 ottobre il Governo annuncia il ritorno alle accise mobili, il meccanismo previsto dall'articolo 1, commi 290-292, della legge 244/2007, che consente di usare il maggior gettito IVA prodotto dai rincari per abbassare le accise con decreto ministeriale.

È una politica che ha tre difetti. Il primo è la miopia dell'orizzonte, perché proroghe di dieci giorni non permettono a un'impresa di trasporto di fare un preventivo, né a un agricoltore di programmare la campagna. Il secondo è la mancanza di selettività. Lo sconto generalizzato non guarda se si possiede un SUV o un'utilitaria e avvantaggia chi consuma di più, in un momento in cui i consumi di benzina sulla rete sono cresciuti del 7 per cento su base annua mentre l'Agenzia internazionale dell'energia parla di scarsità. Il terzo è che le accise mobili restituiscono soltanto l'extragettito IVA, cioè una frazione del prelievo, e lasciano intatta la struttura di un'imposizione che resta tra le più alte d'Europa. Per le imprese che detraggono l'IVA il beneficio si riduce alla sola accisa, cinque centesimi al litro dal 26 settembre.

A questo si aggiunge il nodo delle infrastrutture. Il Codacons ha segnalato il gasolio a 2,90 euro in alcune aree di servizio autostradali, e le stesse rilevazioni del MIMIT mostrano che sulla rete autostradale le medie superano quelle stradali di otto-nove centesimi, con un margine che non dipende dal barile ma dai canoni di concessione.

Dentro il quadro nazionale la Calabria occupa una posizione che non ha nulla di casuale. Nella rilevazione regionale del MIMIT del 24 settembre 2026 il gasolio self service costa in Calabria 2,358 euro al litro e la benzina 2,178, contro 2,338 e 2,149 della Lombardia e 2,322 e 2,143 del Lazio. Peggio fanno soltanto la provincia di Bolzano e, per il gasolio, la Sicilia, con le Marche al minimo nazionale a 2,314 e 2,139. La regione con i redditi pro capite più bassi del Paese paga dunque il carburante due centesimi più della regione più ricca, e la stampa regionale ha già ribattezzato il pieno un pedaggio obbligatorio.

Il paradosso ha una spiegazione strutturale. In Calabria l'auto privata copre la quasi totalità degli spostamenti, perché il trasporto pubblico locale è debole e la ferrovia serve la costa e poco altro, e le distanze tra i centri interni e i servizi, dagli ospedali ai tribunali alle scuole superiori, si misurano in decine di chilometri. Una famiglia che percorre ventimila chilometri l'anno spende oggi circa 600 euro in più rispetto a dodici mesi fa, e per l'autotrasporto che porta gli ortofrutticoli della Sibaritide e della Piana verso i mercati del Nord il gasolio è la prima voce di costo dopo il personale. La rete distributiva, con molti impianti piccoli e pochi volumi, ha margini unitari più alti, e la concorrenza tra i marchi è limitata. È questo, più che la logistica, a spiegare uno scarto che i costi di trasporto del prodotto non giustificano.

Per una regione così il taglio generalizzato di sei centesimi vale poco, mentre varrebbe molto una misura selettiva sui pendolari delle aree interne e sull'autotrasporto, e un intervento sulla trasparenza della rete che usi i dati dell'Osservatorio per capire dove nasce il sovrapprezzo calabrese.

Se il problema italiano non è il prodotto ma il prelievo, la risposta non può essere un rubinetto aperto e chiuso ogni dieci giorni. Servono almeno quattro scelte, tutte alla portata del legislatore.

La prima è una riforma strutturale dell'accisa, con l'allineamento graduale alla media europea e la fine della doppia imposizione dell'IVA sull'accisa, che oggi fa guadagnare allo Stato su ogni rincaro. La legge delega fiscale già prevedeva un riordino delle accise e la revisione del rapporto tra gasolio e benzina, avviata a gennaio 2026 con il riallineamento di quattro centesimi, ma è rimasta a metà strada. Le accise mobili, se davvero partiranno dal 6 ottobre, vanno rese automatiche e trasparenti, con soglie pubblicate e non affidate alla discrezionalità di un decreto, sul modello che la Lituania sta studiando.

La seconda è la selettività. Il modello francese, che concentra centinaia di milioni al mese su autotrasporto, agricoltura, pesca e redditi bassi, costa meno di uno sconto universale e non incentiva il consumo in una fase di scarsità. In Italia gli strumenti esistono già, dal rimborso dell'accisa sul gasolio commerciale ex articolo 24-ter del D.Lgs. 504/1995 al credito d'imposta per i carburanti agricoli, e vanno resi stabili, rapidi e estesi ai pendolari delle aree interne, dove l'auto è l'unico mezzo per raggiungere il lavoro e i servizi.

La terza è la capacità di raffinazione. Negli ultimi vent'anni in Europa sono state chiuse oltre trenta raffinerie, una decina soltanto in Italia, ed è questa la ragione per cui i prodotti raffinati sono saliti di 47 centesimi mentre il greggio di 11. Nessuna tassa sugli extraprofitti risolve una carenza di offerta, mentre una politica industriale sull'energia, che protegga gli impianti esistenti e accompagni la conversione a HVO e biocarburanti, sì.

La quarta è la trasparenza della filiera, in particolare in autostrada e nelle regioni periferiche, dove lo scarto rispetto alle medie nazionali non ha giustificazione nei costi di trasporto. L'Osservatorio del MIMIT raccoglie ogni giorno i prezzi di ventiduemila impianti, e quei dati vanno usati per intervenire sulle concessioni, non soltanto per pubblicare le medie.

Un Paese che importa quasi tutto il suo petrolio non può decidere il prezzo del barile, ma può decidere quanto vale un litro di gasolio nel bilancio dello Stato e come distribuire il peso di una crisi che non finirà con la prossima proroga.

*Dottore commercialista pubblicista