Il re della ‘nduja è tornato nel suo castello. Le fiamme che, il 9 maggio del 2020, rasero al suolo la sua sede produttiva riducendola ad un cumulo di cenere e ferraglia contorta, ora sono solo un brutto ricordo. Si è rialzato Luigi Caccamo, l’artigiano della ‘nduja di Spilinga, e con la caparbietà che lo ha sempre contraddistinto, insieme al sorriso che immancabilmente illumina il suo volto, ha rimesso in piedi il suo stabilimento. Proprio lì, nel medesimo luogo in cui è sempre stato. E dove il devastante fuoco partito da un corto circuito lo aveva trasformato in un tizzone fumante.

Non è stata una passeggiata. Caccamo oggi parla dei quasi sei anni che ci sono voluti per rimettere in piedi la sua creatura, con la voce consumata di chi è uscito vittorioso una battaglia estenuante. Fatta di attese, preoccupazioni, burocrazia, lunghe giornate sul cantiere e sacrifici per una produzione che è proseguita lo stesso, incessante, traslocando però a 75 chilometri da casa, in un salumificio preso in affitto nel Catanzarese.

Finalmente, ora, il ritorno nella storica sede. Mantenendo fede a quella promessa fatta davanti alle macerie ancora fumanti. «Vengo dal nulla e rinascerò anche dalle ceneri», disse quel giorno in cui il lavoro di una vita divenne una colonna nera che si alzò impetuosa verso il cielo. E così è stato. Come l’Araba Fenice, L’artigiano della ‘nduja è rinato dalle sue ceneri.

Luigi Caccamo
Luigi Caccamo

«Non c’è niente di più bello che rientrare a casa propria - dice adesso con un pizzico d’emozione -. Il primo pensiero è sempre stato quello di tutelare i posti di lavoro. Oggi ci siamo lasciati tutto alle spalle, ma per noi era importante dare un seguito a vent’anni di esperienza, di conoscenza e anche di livelli occupazionali raggiunti. La fiducia riposta in me e nell’azienda da parte dei ragazzi è stata fondamentale per tornare qua».

Il nuovo stabilimento non si sviluppa più su due piani come quello precedente, ma appare evidentemente più moderno e funzionale ed è attrezzato per sostenere volumi sempre maggiori di produzione dell’insaccato piccante divenuto simbolo della Calabria nel mondo. Quello che esce da queste linee, poi, è tra i più apprezzati e richiesti. Pluripremiato nei concorsi e celebrato dagli estimatori. Ma tutto ciò, rammenta Luigi Caccamo, non nasce per caso. Ha un costo, non solo in termini economici.

«La solidarietà dopo l’incendio è stata tanta e commovente - spiega -. Ma poi i problemi veri restano a te. Come si suol dire, “chi ha il prurito deve grattarsi con le sue mani”. E allora, ci siamo dovuti rimboccare le maniche, io, mia moglie, mia figlia, mio nipote Antonio e tutti gli altri lavoratori. Stringere i denti e andare avanti. Abbiamo affrontato grandi sacrifici per più di cinque anni lavorando in un contesto non ottimale per noi, ma l’orizzonte è sempre stato quello di casa».

Adesso un nuovo inizio, a tutti gli effetti. «Ripartiamo da una struttura nuova, rifatta in linea massima con gli stessi fornitori di quella precedente ma con accorgimenti e migliorie che lo rendono adatto al nostro modo di lavorare. Ma, al di là di tutto, la cosa più importante era ritornare. Perché la nostra vita è qui».