Il vicepresidente di Confapi richiama l’attenzione sulle opportunità offerte da sole, vento e sistemi di accumulo, indicando nello sviluppo delle rinnovabili una leva per sostenere le imprese e creare nuove prospettive economiche
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È l'ultima legge di bilancio prima delle elezioni politiche e nasce sotto il segno della prudenza. La Manovra 2027 vale circa 23,5 miliardi, e 14,4 miliardi arrivano dall'extradeficit autorizzato per le spese legate a energia e difesa. Al centro, il sostegno a famiglie e ceto medio, la sanità e il caro bollette. Per i giovani, il governo punta a incentivare le imprese che riconoscono aumenti agli under 35, applicando la flat tax al 5%.
Sul fronte produttivo, il Documento programmatico di bilancio annuncia il rafforzamento dell'iperammortamento, forse esteso a software e cloud, e l'ampliamento degli strumenti legati alla Zes. Resta aperta la domanda di fondo: basta per far crescere il Mezzogiorno? Lo abbiamo chiesto a Franco Napoli, consigliere del Cnel e vicepresidente nazionale di Confapi, imprenditore che ha fondato in Calabria un gruppo attivo in impiantistica, servizi, commercio e mobilità elettrica, e dal 2014 presidente di Confapi Calabria.
Presidente Napoli, una manovra prudente e pre-elettorale: qual è il suo giudizio complessivo, visto dalla parte delle piccole e medie imprese?
Il rigore dei conti pubblici è necessario, ma non può essere l'unico obiettivo della politica economica. Il nostro debito pubblico è un problema, soprattutto per quanto ci costa ogni anno in interessi, sottraendo risorse a imprese, infrastrutture, scuola e sanità.
Le PMI continuano a pagare costi energetici elevati, burocrazia e difficoltà di accesso al credito. La manovra contiene misure positive, ma serve maggiore coraggio sugli investimenti produttivi.
La vera sfida è ridurre il peso del debito facendo crescere il Paese, non comprimendone il futuro.
Il Mezzogiorno ha ancora uno spazio adeguato in questa legge di bilanci o rischia di restare ai margini?
Il Mezzogiorno non può essere considerato soltanto un territorio da sostenere attraverso trasferimenti pubblici. Deve diventare uno dei motori della crescita industriale italiana.
Abbiamo risorse straordinarie: sole, vento, università, giovani qualificati e imprese che vogliono investire. Ma servono infrastrutture, credito, innovazione e occupazione stabile.
Non chiediamo assistenza per il Sud, ma le condizioni per produrre ricchezza. Senza la crescita del Mezzogiorno, l'Italia rinuncia a una parte fondamentale del proprio futuro.
ZES unica e iperammortamento: sono gli strumenti giusti per le PMI del Sud, o finiscono per avvantaggiare soprattutto i grandi investitori?
Sono strumenti importanti, ma rischiano di favorire soprattutto chi dispone già di capitali e capacità finanziaria.
Le micro e piccole imprese hanno bisogno di incentivi accessibili, credito agevolato e procedure semplici. Non possiamo utilizzare gli stessi parametri per una multinazionale e per un'impresa con dieci dipendenti.
Non basta premiare chi può già investire. Dobbiamo mettere nelle condizioni di farlo anche chi oggi non può.
La flat tax al 5% sugli aumenti agli under 35 basterà a trattenere i giovani al Sud?
Ridurre la tassazione è positivo, ma non basta. Il problema è la qualità del lavoro e delle retribuzioni.
In Italia un dottorando percepisce circa 16.200 euro lordi annui, contro oltre 55.000 in Germania. Formiamo giovani qualificati che poi trovano migliori opportunità all'estero.
Stiamo finanziando il futuro degli altri.
Serve un grande patto tra università, ricerca e imprese. Ai giovani dobbiamo offrire lavoro vero, regolare e adeguatamente retribuito. Un lavoro che sia strumento di dignità, libertà e indipendenza.
Il caro energia pesa ancora sui bilanci aziendali. Le misure previste sono sufficienti?
Le misure temporanee non risolvono un problema strutturale. L'Italia continua a dipendere dalle importazioni di petrolio e gas, esponendo imprese e famiglie alle tensioni internazionali.
Dobbiamo puntare sulla produzione nazionale, sull'elettrificazione dei consumi e dei trasporti, dal camion al trattore, e investire in fotovoltaico, eolico e soprattutto sistemi di accumulo.
La vera indipendenza energetica non si conquista cambiando i Paesi da cui acquistiamo petrolio, ma riducendo la necessità di importarlo.
È una questione di sicurezza nazionale e competitività industriale.
Da consigliere CNEL: dove vede le maggiori distanze tra le proposte delle parti sociali e le scelte del governo, a partire da salari e produttività?
Il problema centrale è la produttività. Proprio oggi, in seduta plenaria al CNEL, coordinato dal Presidente Renato Brunetta, abbiamo presentato un importante lavoro: il Rapporto annuale sulla produttività.
È un contributo fondamentale per comprendere le debolezze strutturali della nostra economia e individuare le politiche necessarie per rilanciare la crescita.
Non possiamo aumentare stabilmente i salari senza investire in innovazione, formazione e produttività. Ma non possiamo neppure competere comprimendo le retribuzioni.
Serve rafforzare la contrattazione rappresentativa e contrastare il lavoro sottopagato e i contratti pirata.
Dobbiamo tornare a produrre più ricchezza e distribuirla meglio.
Se potesse cambiare una sola cosa durante l'esame parlamentare, quale emendamento proporrebbe per lo sviluppo del Sud e della Calabria?
Proporrei un grande piano per l'autonomia energetica del Mezzogiorno partendo dalla nomina di un Commissario straordinario nazionale per sbloccare migliaia di progetti di impianti da fonti rinnovabili impantanati nella burocrazia, garantendo procedure snelle e tempi certi.
Occorre finanziare la realizzazione di grandi sistemi di accumulo energetico BESS, incentivare l'installazione di batterie domestiche e sostenere concretamente l'elettrificazione dei mezzi di trasporto, dai camion agli autobus, fino ai trattori e alle macchine agricole, accompagnandola con adeguate infrastrutture di ricarica (agricoltori, autotrasportatori protestano e hanno ragione).
La Calabria e il Mezzogiorno hanno tutte le potenzialità per diventare protagonisti di questa trasformazione industriale ed energetica.
Non possiamo continuare a dipendere dal petrolio importato quando disponiamo di sole, vento e tecnologie per produrre, accumulare e utilizzare la nostra energia. È una questione di competitività, indipendenza economica e sicurezza nazionale.
In conclusione, la manovra, almeno in questa sua impostazione iniziale, è da promuovere o da bocciare?
È una manovra prudente, che non getta il cuore oltre l’ostacolo. Comprendo la necessità di tenere sotto controllo i conti pubblici, ma manca una visione di lungo periodo capace di rilanciare la crescita industriale del Paese.
Soprattutto, è una legge di bilancio che sembra ignorare una questione fondamentale: la conclusione del PNRR e il progressivo esaurimento delle risorse straordinarie che in questi anni hanno sostenuto investimenti e crescita.
Cosa accadrà dopo? Quale strategia abbiamo per garantire continuità agli investimenti, sostenere le imprese e impedire che il Mezzogiorno torni a perdere terreno?
Non possiamo affrontare il futuro con strumenti ordinari dopo aver beneficiato di risorse straordinarie, senza predisporre una strategia per il dopo PNRR.
Il rigore è necessario, ma senza crescita rischiamo di mettere in ordine i conti di un Paese che nel frattempo perde competitività.

