La presidente nazionale di Anapi Pesca: «Rafforzeremo la rappresentanza nazionale e renderemo concreta la sostenibilità. La Calabria mi ha insegnato di dare ascolto ai territori»
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Dalla Calabria ai tavoli decisionali nazionali, Annamaria Mele rappresenta oggi una delle figure più autorevoli nel panorama della pesca e dell’acquacoltura italiana. Presidente nazionale di Anapi Pesca, ha costruito il suo percorso con un equilibrio raro tra competenza tecnica e visione politica, maturato attraverso anni di lavoro sul campo, progettazione territoriale e dialogo con le istituzioni.
Classe 1975, project manager, docente e dirigente associativa, Mele ha contribuito a trasformare Anapi in un soggetto riconosciuto lungo tutta la filiera agro-ittica, rafforzandone il ruolo nei rapporti con Governo, Parlamento e organismi europei. La sua elezione segna un passaggio importante: non solo un cambio di leadership, ma l’avvio di una strategia che punta a superare la frammentazione del settore e a costruire una rappresentanza più forte, credibile e incisiva.
Al centro della sua azione ci sono temi cruciali come sostenibilità, etica del lavoro ed economia del mare, con l’obiettivo di dare finalmente al comparto una voce unitaria e un ruolo determinante nelle scelte strategiche del Paese.
Presidente Mele, la sua elezione rappresenta un punto di svolta per Anapi Pesca: quali saranno le prime azioni concrete per rafforzare il ruolo dell’associazione a livello nazionale?
«Il mandato conferitomi dal Congresso è molto chiaro, serve rafforzare Anapi Pesca come soggetto autonomo, democratico e capace di incidere realmente nei processi decisionali che riguardano la filiera agro-ittica puntando sull’aggregazione con altri organismi paritetici. Le prime azioni concrete si muoveranno su tre direttrici principali.
In primis il consolidamento della rappresentanza nazionale, rafforzando la presenza dell’associazione presso i tavoli istituzionali, sia a livello ministeriale che nelle sedi di confronto con le Regioni e l’Unione Europea. Anapi Pesca deve essere riconosciuta come interlocutore credibile e competente.
In secondo luogo, punteremo sulla strutturazione interna, rendendo pienamente operativi i principi di democrazia e partecipazione sanciti dal nuovo statuto: maggiore coinvolgimento dei territori, valorizzazione delle marinerie locali e costruzione di una rete realmente coesa.
Infine, daremo centralità al confronto continuo con i pescatori, che devono tornare ad essere protagonisti delle scelte che li riguardano. Questo significa attivare strumenti permanenti di ascolto e proposta, ma anche accompagnare il settore nelle sfide della sostenibilità, dell’innovazione e della tutela del lavoro. L’obiettivo è chiaro: costruire un’associazione forte, autorevole e radicata, capace di rappresentare con efficacia il presente e, soprattutto, il futuro della pesca italiana».
Lei parla di “voce unica” per il settore: come si supera, concretamente, la storica frammentazione della pesca italiana?
«La frammentazione si supera con metodo, non con dichiarazioni. Noi partiamo da tre elementi: regole chiare, partecipazione reale e obiettivi condivisi. Con il nuovo statuto abbiamo rafforzato i meccanismi democratici, così ogni territorio ha voce ma dentro una linea nazionale unitaria. Allo stesso tempo, vogliamo costruire momenti permanenti di confronto tra le diverse realtà del settore, superando divisioni storiche. La “voce unica” non significa uniformità, ma sintesi: mettere insieme le differenze per contare davvero nei tavoli decisionali. Solo così la pesca italiana può tornare ad avere peso e prospettiva».
Nel suo percorso ha unito competenze tecniche e visione politica: quanto è importante oggi questo equilibrio per incidere davvero nei processi decisionali?
«Oggi questo equilibrio è fondamentale. Le competenze tecniche servono per conoscere davvero i problemi del settore, ma senza una visione politica si rischia di non incidere nelle scelte.
Allo stesso tempo, la politica senza basi tecniche diventa inefficace. Noi vogliamo tenere insieme entrambe le dimensioni: portare ai tavoli istituzionali proposte concrete, sostenibili e già scientificamente strutturate. È così che si costruisce credibilità e si ottengono risultati reali per i pescatori».
Sostenibilità ed etica del lavoro sono al centro della sua agenda: quali interventi urgenti ritiene necessari per rendere il settore davvero sostenibile, non solo a parole?
«Giustissimo, la sostenibilità deve diventare concreta, non solo dichiarata, e per farlo è necessario intervenire sulle priorità del settore: garantire la sostenibilità economica delle imprese, perché senza redditività non esiste neanche sostenibilità ambientale; rafforzare le tutele sul lavoro, assicurando condizioni dignitose, sicurezza e giusto riconoscimento del valore del lavoro dei pescatori; accompagnare davvero la transizione ecologica, con strumenti, risorse e tempi compatibili con la realtà del settore, evitando approcci ideologici e concentrandosi sul reperimento di risorse economiche da attività progettuali. La sostenibilità funziona solo quando tiene insieme ambiente, lavoro ed economia. Tutto il resto rischia di rimanere uno slogan».
La sua esperienza parte dalla Calabria: quanto il legame con i territori del Sud può rappresentare un valore aggiunto nella guida di una realtà nazionale?
«Il legame con il Sud per me rappresenta il “valore”, perché significa partire dalla realtà concreta delle marinerie, dove le difficoltà si vivono ogni giorno. La Calabria mi ha insegnato che senza ascolto dei territori non si costruiscono soluzioni efficaci. Mi sono occupata di sviluppo locale partecipativo per 15 anni e dare voce alle comunità locali e trasformare quelle esigenze in una visione nazionale ha rappresentato, visti i risultati raggiunti fino alla mia permanenza in questo ruolo, una inversione di marcia. La governance di alcuni sistemi e strumenti specifici, dovrebbe continuare ad essere aperta agli attori principali, le imprese dell’agro-ittico, e un po' più precluse ai tuttologi. Partire dal mio amato Sud non è mai stata una questione geografica, è stato però questione di metodo: mettere al centro i territori per rafforzare tutto il sistema Paese».
Il dialogo con Governo ed Europa sarà decisivo: quali sono le priorità che intende portare sui tavoli istituzionali nei prossimi mesi?
«Il dialogo con Governo ed Europa sarà centrale e dovrà essere molto concreto. Le priorità sono chiare. Prima di tutto, una revisione delle politiche sulla pesca che tenga conto della sostenibilità economica delle imprese, non solo dei vincoli ambientali. Poi, semplificazione normativa e accesso più efficace alle risorse europee, che oggi spesso non arrivano davvero alle marinerie. Infine, il riconoscimento del valore strategico della pesca italiana, sia in termini di lavoro che di sicurezza alimentare. Noi porteremo proposte serie e praticabili: l’obiettivo è passare da una logica di emergenza a una visione di sviluppo, e la concretezza della nostra proposta parte proprio dall’approvazione delle modifiche statutarie che vedono Anapi pesca candidabile al riconoscimento di Associazione di Categoria Interprofessionale».

