È quanto chiede il ministero della Salute in vista della definizione della nuova manovra finanziaria. Per il 2026 il fondo nazionale a cui attingono le Regioni avrà a disposizione 140,9 miliardi
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Tutti a caccia di soldi in vista del confronto, in Consiglio dei Ministri, sulle misure economiche a sostegno della prossima legge di bilancio dello Stato. Sulla sanità pesano i conti delle Regioni che non riescono a ridurre il debito e che devono fare i conti - e per loro ne scontano il prezzo in prima persona gli ammalati - con problemi di ogni genere. Il ministro della salute, Orazio Schillaci, vorrebbe strappare al Governo 2 miliardi per integrare il fondo sanitario nazionale. Ma le risorse sono limitate.
Nell’ultima manovra, per il fabbisogno 2025, sono stati assegnati 136,5 miliardi. Per il 2026 ne sono previsti 140,9, il 3% in più, e 141,7 nel 2027. Nel 2024 e nel 2025 il finanziamento pubblico è diminuito, in rapporto al Pil, rispettivamente del 6,12% e del 6,5%. Nel 2026 scenderà al 5,9%. Secondo la Fondazione Gimbe da qui al 2030 mancano 19 miliardi e le risorse destinate alla sanità sono molto al di sotto della quota raccomandata dall’Ocse per il rispetto dei Lea: 2,6% del Pil all’anno. In Italia eccezion fatta per il 2026 (+3%), gli incrementi percentuali del Fsn sono sottodimensionati: +0,4% nel 2027, +0,6% nel 2028, +0,7% nel 2029 e +0,8% nel 2030. Mancano le risorse ed aumenta il debito: 4,3 miliardi di euro. Nel 2024 le Regioni con i conti in rosso erano 13, una in più rispetto all’anno precedente.
Le situazioni più critiche che hanno necessitato interventi drastici e piani di rientro al limite della sostenibilità economica del sistema riguardano Campania, Lazio, Abruzzo, Puglia, Sicilia, Calabria e Molise. Queste ultime due sono ancora commissariate, la Calabria da ben 16 anni. Con la nuova legge di bilancio il Governo dovrà rivedere alcuni provvedimenti decisi a sostegno della manovra finanziaria 2025. Il più spinoso riguarda il payback sui dispositivi medici che prevede il contributo delle aziende fornitrici al ripiano degli sforamenti dei tetti di spesa regionali in caso di superamento della spesa. La Corte Costituzionale ha dichiarato legittimo il meccanismo rigettando le richieste di annullamento del provvedimento per questioni di incostituzionalità sollevate dal Tar del Lazio dopo la pioggia di ricorsi, quasi duemila, presentati dalle aziende del settore.
Lea, liste d’attesa e spesa per il personale sono le questioni su cui il Governo dovrà nuovamente intervenire. I Livelli essenziali di assistenza, nella forma e nella misura stabilita dal nuovo sistema di garanzia introdotto nel 2020 risultano appena sufficienti soprattutto in termini di prevenzione e assistenza distrettuale. Per sfoltire le liste d’attesa il Governo ha aumentato il limite di spesa per gli accessi al servizio privato convenzionato: l’aumento per il 2025 è dello 0,5%, 61,5 milioni di euro, e per il 2026 sarà dell’1%, 123 milioni di euro in più.
Alla diagnostica e alle cure è strettamente connessa l’annosa questione della mobilità sanitaria sud-nord che alle Regioni più svantaggiate costa centinaia di milioni di euro ogni anno. La spesa per il personale è un altro punto debole delle manovre economiche del Governo: pesa per circa un terzo sulle risorse complessive previste dal piano quinquennale per la sanità. Secondo il Gimbe dal 2025 al 2030 il fabbisogno ammonta a 29 miliardi, ma il finanziamento statale ne copre solo 10. Si corre il rischio di dover far fronte alla spesa con misure tampone che non sosterranno il ripianamento del debito rendendo più difficile il miglioramento dei servizi e le cure degli ammalati.