Il sistema dell’informazione muore lentamente: i quotidiani cartacei stanno scomparendo schiacciati da costi insostenibili. Quelli online, che dovrebbero essere il presente e il futuro, cominciano a soffrire mentre il governo taglia risorse e decide di fatto chi può respirare e chi no
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È una stagione nera per la libera informazione. Nel mondo, solo nel 2025, oltre cento giornalisti sono stati uccisi e migliaia sono rimasti feriti mentre documentavano guerre e atrocità. Sempre più spesso gli operatori dell’informazione pagano con la vita il dovere di raccontare la verità. In Italia, pur senza fronti armati, la minaccia corre in forme altrettanto corrosive: intimidazioni, delegittimazioni, silenzi istituzionali, tagli economici, scelte politiche punitive. I tagli ai finanziamenti pubblici sono diventati l’arma più efficace per liberarsi della scomoda libertà di informare.
L’assalto alla redazione de La Stampa a Torino — devastazione, insulti, il solito grido barbaro “giornalista terrorista” — non va derubricato come follia di un gruppo di esaltati: è un episodio gravissimo, simbolo di un clima che va degradandosi sempre più. L’attentato a Ranucci e la progressiva compressione degli spazi operativi per Report confermano che si è ormai toccato il fondo. Chi disturba deve essere messo a tacere.
Tutto questo è il frutto avvelenato di anni in cui si è alimentato il sospetto verso chi informa e odio verso chi fa domande scomode. Siamo diventati un paese in cui attaccare un quotidiano o un programma d’inchiesta è diventato, per alcuni, un gesto praticamente “politico”.
Ma il colpo più duro arriva dall’alto. Il sistema dell’informazione viene lasciato morire per consunzione: i giornali cartacei stanno scomparendo, schiacciati da costi insostenibili e da un sostegno pubblico evaporato; i giornali online, che dovrebbero essere il presente e il futuro dell’informazione, cominciano a soffrire mentre il governo taglia risorse e decide, di fatto, chi può respirare e chi no. È il metodo perfetto: non si chiude un giornale per decreto, lo si lascia soffocare.
In questo contesto, la presidente del Consiglio non partecipa a una conferenza stampa da due anni: nessun confronto, nessuna domanda, zero trasparenza. Per qualcuno va anche bene: il modello è quello dell’intervista accomodante, confezionata su misura. Una democrazia che rinuncia al contraddittorio e accetta monologhi registrati al posto delle risposte, sta già scivolando verso un potere opaco e autoreferenziale.
Lo sciopero di sabato dei giornalisti italiani è l’ennesima prova del malessere profondo in cui versa il settore. Ma pesa anche un’altra realtà: quella di una parte della categoria dei giornalisti che diventa il peggior nemico di se stessa, disponibile ai giochi del potere e pronta a cedere ai potenti di turno.
Il quadro globale è altrettanto inquietante. Negli Stati Uniti Trump insulta le giornaliste chiamandole “porcelline” e introduce sul sito della Casa Bianca vere e proprie liste di proscrizione per i media non allineati. In Russia Putin non ha bisogno di insultare: i giornalisti li elimina direttamente, spegnendo ogni luce che potrebbe illuminare ciò che deve restare nel buio più profondo. Due metodi diversi, stessa ambizione: zittire chi racconta e coprire i giochi sporchi dei governi.
Intanto cresce una narrazione selettiva che amplifica alcuni drammi e ne oscura altri, un veleno che corrode la credibilità dell’informazione.
Il rischio oggi è lampante: un ecosistema mediatico impoverito, intimidito, controllato economicamente e delegittimato moralmente. Editori ricattati e privati di ogni sostegno, giornalisti sempre più poveri, indifesi e sgraditi. Una democrazia che perde la stampa libera non perde solo una categoria fondamentale: perde sé stessa.
E in Italia questo processo è già drammaticamente in corso.



