Scusateci se insistiamo su questo tema, ma ci sembra il dato più devastante di tutti. Come si fa a non essere allarmati quando la Calabria continua a perdere la sua risorsa più preziosa: i giovani?

Vogliamo tutti bene alla Calabria. Questo, però, non ci impedisce di essere molto preoccupati per il suo futuro. Va benissimo avere un atteggiamento positivo, mettere in evidenza quando la nostra economia cresce, sottolineare ogni piccolo segnale incoraggiante. Ma poi c’è l’amara verità: la Calabria si svuota. La grande fuga dei giovani continua e manca ancora una vera strategia per fermarla.

Non sono dati nostri. I numeri raccontano che ogni anno migliaia di ragazzi preparano la valigia e partono. Vanno via i giovani che abbiamo formato: diplomati, laureati, oppure ragazzi che hanno tentato inutilmente di costruire il proprio futuro nella terra in cui sono nati.

È un fenomeno che dura da alcuni decenni, ma che oggi ha assunto le dimensioni di una vera emergenza. La Calabria perde competenze, idee, professionalità, imprenditori, ricercatori. Ma soprattutto perde le famiglie di domani, e quindi il proprio futuro. Una perdita che impoverisce la regione molto più di quanto raccontino le sole statistiche demografiche.

Eppure c’è un paradosso evidente.

Nel 2025 alcuni indicatori economici sono migliorati. Il Pnrr, il turismo e la crescita dell’export hanno favorito la creazione di oltre ventimila nuovi posti di lavoro. Segnali importanti che, però, non bastano. Il vero punto debole resta la qualità dell’occupazione: salari tra i più bassi d’Italia, precarietà ancora molto diffusa e scarse prospettive di crescita professionale.

Così molti giovani scelgono di partire. Negli ultimi vent’anni la Calabria ha perso oltre 160mila giovani. Una vera emorragia di capitale umano che continua senza sosta e i cui effetti sono ormai sotto gli occhi di tutti. Molti piccoli centri sono già quasi deserti, mentre lo spopolamento avanza rapidamente anche nei comuni più grandi.

La popolazione continua a diminuire, l’invecchiamento accelera, le nascite crollano e in molti comuni i decessi superano ormai stabilmente i nuovi nati.

Le proiezioni demografiche parlano chiaro: entro il 2050 la Calabria potrebbe perdere oltre 350 mila residenti. Un dato destinato a modificare profondamente la struttura economica e sociale della regione. Una Calabria più piccola, più povera, con una popolazione sempre più anziana, meno servizi e un crescente rischio di abbandono. Non è allarmismo: sono i dati e le previsioni elaborate dagli istituti specializzati.

Del resto, se questi sono i numeri, sarà inevitabile assistere alla chiusura di scuole, attività commerciali, uffici pubblici e servizi sanitari.

Lo spopolamento non è più soltanto una questione demografica. È una crisi economica, sociale e culturale.

La Calabria investe nella formazione dei propri giovani, ma troppo spesso sono altre regioni o altri Paesi a raccoglierne i benefici. Università, famiglie e istituzioni sostengono il percorso di migliaia di studenti che, una volta laureati, mettono le proprie competenze al servizio di economie più dinamiche.

Che cosa non ha funzionato in Calabria, come anche in gran parte del Mezzogiorno? Negli anni sono stati impiegati copiosi fondi europei, incentivi, programmi speciali e strategie per le aree interne. Eppure nessuna di queste misure è riuscita a invertire realmente la tendenza.

Forse è mancata una visione complessiva. Forse sono stati sbagliati gli obiettivi. Contrastare lo spopolamento significa rendere conveniente non solo nascere in Calabria, ma scegliere di restarci, trovare un lavoro stabile, qualificato e ben retribuito.

Negli ultimi mesi sono emerse alcune nuove proposte. Tra le più interessanti c’è il Piano d’Azione Nazionale per l’Economia Sociale, illustrato su queste colonne dallo studioso Rocco Sicoli. Il progetto individua nelle cooperative, nelle imprese sociali e nel Terzo settore strumenti concreti per rilanciare i borghi e contrastare lo spopolamento. L’idea è valorizzare il patrimonio pubblico inutilizzato, recuperare immobili e terreni abbandonati, sviluppare le Comunità energetiche rinnovabili, rafforzare i servizi di welfare e favorire la nascita di nuove imprese sociali. Il Piano prevede inoltre incentivi per l’occupazione giovanile, il sostegno alle cooperative di lavoratori che rilevano aziende in crisi e misure per attrarre nuove famiglie nei piccoli comuni.

Funzionerà? L’approccio appare condivisibile perché punta a ricostruire il tessuto economico e sociale delle aree interne partendo dalle comunità locali. Ma, da solo, non può bastare. Serve una strategia più ampia e condivisa, con politiche coordinate tra Europa, Stato, Regione, università, imprese e amministrazioni locali.

Lo spopolamento è oggi la più grande emergenza della Calabria. Più della crisi economica, più del calo delle nascite, perfino più della disoccupazione.

C’è già chi osserva che tutta l’Europa sta invecchiando, così come l’Italia, e che quindi la Calabria non fa eccezione. È vero solo in parte. Perché qui lo spopolamento non è una previsione: è una realtà già in atto, con proporzioni tali da mettere in discussione il futuro stesso della regione. Continuando di questo passo, il rischio è quello di una Calabria sempre più vuota, marginale. Del tutto abbandonata.

Finché le istituzioni continueranno a considerare questo fenomeno un problema secondario, la grande fuga continuerà, nel silenzio generale.

E il futuro della nostra terra rischierà davvero di diventare sempre più nero.