I racconti dell’armadio. Ode alla mia spazzatura

Settembre mese di pulizie e nuovi inizi. Alcune ante non andrebbero mai aperte, ma in altre tra le tante cose accumulate e da buttare spesso ritroviamo noi stessi e quello che siamo stati

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di Carla Monteforte
6 settembre 2021
06:28

Settembre, tempo di pulizie: c’è da buttare giù casa e sperare che sotto quella catasta di monnezza ci siamo finite pure noi. Ritrovarsi è un esercizio fondamentale almeno quanto perdersi: per farlo, però, bisogna fare spazio. Sarà per questo che invece di lavorare mi sono addentrata nel guardaroba. Quanti tesori nasconde il verbo procrastinare! Dentro una borsa c’ho trovato me ventenne che smanetto con un nokia rosso in attesa di un sms che non arriverà.

«Una volta era più semplice tutto, persino prendersi un palo. Te lo beccavi da un canale solo e amen. Non come ora che la stessa batosta la devi moltiplicare per trecento profili. Altro che dittatura sanitaria, per questo dovremmo scendere in piazza: per un ritorno agli short message», mi dico mentre il mio cimitero dei telefoni mi sbatte in faccia quanto sono decrepita.


In un mondo che si prepara all’iPhone 13 io sono un Motorola che sfoglia il libretto d’istruzioni d’un presente incomprensibile come l’ennesimo camicione bianco rinvenuto e mai indossato. Chissà che film mi faccio mentre compro queste oscenità! Sono una darkettona, io, da quale mostro sono posseduta mentre punto talari da educanda con i quali non andrei manco a partorire?

Accumulare è un disturbo, accumulare porcherie è il demonio. Tipo me quando ho agganciato il bolerino bronzo di pailettes che in questo istante prova ad essere graziato dedicandomi “Quel dolor” della Carrà dal cui armadio usciva addirittura una biondina. Alcune ante non andrebbero aperte mai, altro che buttare e liberare. Dei cassetti andrebbero sigillati, sepolti e lasciati in dono agli archeologi.

Chissà che ci capirebbero nei miei scavi? Chissà come decifrerebbero le mie paturnie, i tradimenti, i cambi di taglia e quella tuta vecchia di mio padre che occupa troppo spazio nella mia anima per lasciarne libero nella cassettiera.

Perché siamo cosi attaccati alla nostra immondizia? Perché ho una busta piena di caricatori più obsoleti di me? La spazzatura è il tempo che non vogliamo lasciar andare? Siamo noi sparpagliati sulle sedie?

Onestamente niente spiega chi sono stata come i miei stivali viola. Hanno i segni delle mie battaglie, le cicatrici delle mie sconfitte. Ma soprattutto un carico di aspettative che è proprio ciò che cercavo per calpestare il nuovo anno come fosse il pavimento d’un baretto periferico frequentato da pregiudicati solo. Come quello che un giorno prese coraggio e mi scrisse: «Sei bella come una rosa germogliata».

Sì, dovremmo assolutamente tornare agli sms! Libereremmo spazio da parole inutili per fare posto a relazioni immaginarie perfette per i camicioni da vergine.

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