Dalle radici reggine al vertice della Fifa, Gianni Infantino è diventato uno degli uomini più potenti dello sport globale. Ma tra il premio a Trump, il caso dell’arbitro somalo bloccato negli Usa, i biglietti per i match e il nuovo fronte Platini, il presidente del calcio mondiale è sempre più al centro delle critiche
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IPA85232717 - File photo dated 13-10-2025 of US President Donald Trump and FIFA president Gianni Infantino. Since Donald Trump's return to the presidency in January 2025, FIFA president Gianni Infantino has been a regular presence at the White House, with some believing the relationship between the two men is uncomfortably close, given FIFA's statutory obligation to political neutrality and Trump's polarising approach. Issue date: Monday June 1, 2026.
L’Italia non è ai Mondiali 2026 che si aprono questa sera con Messico-Sudafrica, ma il calcio mondiale parla anche un po’ calabrese. Il presidente Fifa Gianni Infantino è nato in Svizzera, ma le sue radici affondano a Reggio Calabria, la città del padre Vincenzo e dei ritorni d’infanzia. Nel 2025, ricevendo la cittadinanza onoraria, lo disse senza troppi giri di parole: «La promessa è di essere sempre un reggino». Frasi da album familiare, certo. Solo che oggi quel ragazzo figlio dell’emigrazione italiana non guida una squadra di provincia, ma la macchina più potente, ricca e politica del calcio globale.
Ed è proprio qui che la storia diventa meno romantica. Perché Infantino, l’uomo di origini calabresi arrivato al comando del pallone mondiale, è anche il presidente Fifa più vicino a Donald Trump. Un’amicizia istituzionale, ma molto esibita. A dicembre gli ha consegnato il primo Fifa Peace Prize, premio per la pace creato dalla federazione internazionale. Una scelta che ha fatto discutere, e parecchio. Infantino l’ha difesa così: «Objectively, he deserves it». Oggettivamente se lo merita. Poi ha aggiunto che Trump sarebbe stato «fondamentale nel risolvere i conflitti e salvare migliaia di vite».
Le ultime polemiche sono arrivate alla vigilia del Mondiale 2026, ospitato da Stati Uniti, Messico e Canada. La più delicata riguarda Omar Abdulkadir Artan, arbitro somalo selezionato per il torneo e bloccato all’ingresso negli Usa. Infantino ha provato a disinnescare il caso: «Non siamo i re del mondo», ha detto, spiegando che la Fifa non può comandare governi e forze di polizia. Poi l’invito che ha acceso ancora di più il dibattito: «Chill, relax». Calma, rilassatevi. Formula discutibile, quando il problema riguarda accessi, visti, sicurezza e promessa di un Mondiale “inclusivo”.
Non va meglio sui biglietti. I prezzi del Mondiale hanno scatenato critiche durissime tra i tifosi. Infantino respinge l’accusa: se la Fifa sbaglia, ha detto in sostanza, allora sbaglia tutto il mercato sportivo nordamericano. E sostiene che vendere a prezzi più bassi avrebbe solo alimentato bagarinaggio e rivendite.
Sul fondo resta anche il fronte Platini. L’ex presidente Uefa ha avviato azioni legali in Francia contro Fifa e Infantino per la vicenda che nel 2015 lo tagliò fuori dalla corsa alla presidenza. Accuse tutte da verificare, ma anche queste politicamente pesanti.


