La sera dell'8 novembre 1926 la polizia entrò in un appartamento di via Morgagni, a Roma. Antonio Gramsci aveva 35 anni. Era deputato e segretario del Partito comunista d'Italia. Sulla carta l'immunità parlamentare lo proteggeva. Nei fatti non valeva più niente.

Il regime aveva trovato il pretesto una settimana prima. Il 31 ottobre, a Bologna, un ragazzo di quindici anni, Anteo Zamboni, aveva sparato a Mussolini senza colpirlo. Fu linciato sul posto. Il governo usò quel colpo di pistola per chiudere i conti con ciò che restava della democrazia. In pochi giorni arrivarono le leggi "fascistissime": partiti sciolti, giornali d'opposizione chiusi, deputati dichiarati decaduti, nasce il Tribunale speciale.

Gramsci fu portato a Regina Coeli, in isolamento. Non fu un episodio di polizia. Fu un atto politico, pensato. Con lui in cella non si fermava solo un uomo. Si spegneva l'ultima voce libera in Parlamento e si diceva al Paese che nessuna regola avrebbe più limitato il potere.

Prima il confino a Ustica, poi il carcere di San Vittore a Milano. Nel 1928 il "processone" davanti al Tribunale speciale. Il pubblico ministero Michele Isgrò chiese la condanna con una frase rimasta nella storia: per vent'anni bisognava impedire a quel cervello di funzionare. La sentenza fu di vent'anni, quattro mesi e cinque giorni.

Il regime prese il corpo. Non riuscì a prendere la mente.

I Quaderni

Nel carcere di Turi, malato e sorvegliato, Gramsci cominciò a scrivere. Il primo quaderno porta la data dell'8 febbraio 1929. Alla fine saranno più di trenta quaderni scolastici, tra studio e traduzioni. Scriveva sotto censura, con pochi libri, e usava un linguaggio cifrato: "filosofia della praxis" al posto di marxismo. Non è un trattato finito. Sono appunti che tornano, si correggono, si aprono.

Dopo la guerra Einaudi li pubblicò divisi per temi. Nel 1975 l'edizione critica di Valentino Gerratana li restituì nell'ordine in cui erano stati scritti. Da lì è partita la grande diffusione nel mondo, spinta dalle traduzioni inglesi degli anni Settanta. Oggi la Bibliografia gramsciana conta circa 22mila titoli in 42 lingue. Tra gli intellettuali italiani del Novecento, solo Umberto Eco è citato di più. Per trovarne altri bisogna risalire a Dante e Machiavelli.

Tutto parte da una sconfitta. Perché in Russia la rivoluzione aveva vinto e in Italia aveva vinto il fascismo?

La risposta di Gramsci è il cuore del suo pensiero. In Occidente il potere non sta solo nello Stato, nell'esercito, nella polizia. Sta anche nella scuola, nella Chiesa, nei giornali, nelle associazioni, nel modo in cui le persone pensano la propria vita. Lui la chiama società civile. Lì il potere si costruisce ogni giorno. E lì va conteso.

Le idee che restano

Egemonia. Una classe comanda davvero quando non le basta la forza, perché ha anche il consenso. Riesce a far sembrare naturali, e di tutti, i propri interessi.

Guerra di posizione. In Occidente non basta l'assalto improvviso al potere. Serve un lavoro lungo, di trincea, dentro la cultura e la società.

Senso comune. È la filosofia di chi non fa il filosofo: credenze, abitudini, pregiudizi ereditati. Non va disprezzato. Va capito e trasformato. Una politica che non parte da lì resta un discorso tra pochi.

Intellettuali organici. "Tutti gli uomini sono intellettuali", scrive, ma non tutti ne svolgono la funzione nella società. Ogni gruppo sociale si crea i propri. La domanda è sempre la stessa: a chi servono, chi organizzano?

Rivoluzione passiva. La trasformazione guidata dall'alto, che cambia molto perché il potere resti nelle stesse mani. Gramsci la riconosce nel Risorgimento e nel fascismo.

Subalterni. I gruppi che la storia ufficiale non racconta, perché la loro storia è spezzata e senza voce.

Crisi. La sua frase più citata oggi: "La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati".

Gramsci è diventato un autore del mondo perché ha lasciato strumenti, non dogmi. In Gran Bretagna Stuart Hall li ha usati per fondare gli studi culturali. Edward Said per leggere il colonialismo. In India ne è nato il gruppo dei Subaltern Studies. In America Latina hanno formato generazioni di militanti e studiosi. Le sue idee sull'egemonia culturale vengono lette e usate anche a destra. È la prova che quegli strumenti funzionano, anche lontano dalle intenzioni di chi li ha scritti.

La fine

La sua salute crollò. Trasferito in clinica, prima a Formia e poi a Roma, morì il 27 aprile 1937, pochi giorni dopo la fine della pena. La cognata Tatiana Schucht salvò i quaderni e li fece arrivare a Mosca. Se oggi li leggiamo, lo dobbiamo anche a lei.

Ricordare l'8 novembre non è un rito. Serve a tenere a mente una cosa semplice: le libertà non cadono tutte insieme. Si svuotano un pezzo alla volta, spesso in nome dell'ordine e della sicurezza, finché un giorno l'immunità di un deputato non conta più nulla.

Gramsci ci ha lasciato un metodo. Capire prima di giudicare. Partire dalle persone come sono, non come dovrebbero essere. Sapere che il potere passa anche dalle parole, dalle scuole, dagli schermi. E un atteggiamento che aveva preso da Romain Rolland: pessimismo dell'intelligenza, ottimismo della volontà. Vedere le cose come stanno, senza illusioni, e continuare a lavorare per cambiarle.

È quello che ha fatto in una cella di Turi, con un quaderno e una matita.