Nove mesi di indagini, circa duecento persone ascoltate e un’enorme quantità di reperti sottoposti ad analisi. Ma nel delitto della ricina di Pietracatella resta una domanda alla quale gli investigatori devono ancora trovare una risposta: quale ruolo ha avuto Gianni Di Vita nella vicenda che ha portato alla morte della moglie Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara?

È questo, secondo le ultime indiscrezioni, uno dei punti sui quali si concentra il lavoro della Squadra mobile di Campobasso e della Procura di Larino. Le ipotesi investigative restano diverse e, allo stato, nessuna può essere considerata accertata: Gianni potrebbe essere una vittima scampata all’avvelenamento, potrebbe aver compreso successivamente qualcosa su quanto accaduto oppure potrebbe emergere un suo diverso coinvolgimento nella vicenda.

A dare una possibile accelerazione all’inchiesta saranno adesso soprattutto i risultati scientifici attesi dalla Germania.

Oltre cento reperti analizzati a Berlino

Gli esperti del Robert Koch Institut di Berlino, coordinati dal dottor Christian Herzog, hanno analizzato oltre cento campioni prelevati nell’abitazione della famiglia: alimenti, bevande, borracce, recipienti e altro materiale sequestrato durante le indagini.

L’obiettivo principale è individuare il vettore della ricina, cioè stabilire attraverso quale alimento o bevanda Antonella e Sara abbiano assunto il veleno.

La sera sulla quale si concentra l’attenzione resta quella del 23 dicembre, quando madre e figlia cenarono insieme a Gianni Di Vita. Alice, l’altra figlia della coppia, quella sera si trovava fuori casa. Continua a leggere su LaCapitalenews.it