Le indagini della Procura descrivono un circuito organizzato come un’azienda, con clienti facoltosi, tavoli riservati, hotel di lusso e decine di nomi legati al calcio. Tra intercettazioni esplicite, cifre che girano senza sosta e la confessione di una giovane che dice di aspettare un bambino da oltre tre settimane
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Milano torna sotto i riflettori con una di quelle inchieste che fanno rumore ben oltre le aule di giustizia. Perché dentro questa storia non ci sono soltanto escort, soldi e notti ad alta tensione, ma anche i nomi di calciatori famosi, riferimenti a vip dello sport e un sistema che, secondo gli investigatori, funzionava con la precisione di una piccola impresa. L’accusa è che dietro la facciata di una società di eventi con sede a Cinisello Balsamo si muovesse in realtà un giro molto più lucroso, costruito attorno a incontri a pagamento destinati a una clientela selezionata e facoltosa.
La Guardia di Finanza ha eseguito quattro arresti domiciliari e sequestrato oltre 1,2 milioni di euro, ritenuti il profitto dei reati contestati. Al centro dell’indagine ci sarebbero Emanuele Buttini e Deborah Ronchi, insieme ad altri collaboratori considerati parte dell’ingranaggio. Il quadro ricostruito dagli inquirenti parla di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, autoriciclaggio e traffico di sostanze. Ma a trasformare la vicenda in un caso mediatico nazionale non è soltanto la natura delle accuse. È soprattutto il mondo che compare sullo sfondo: quello della Milano notturna, dei privè, degli hotel a cinque stelle, dei tavoli da migliaia di euro e dei clienti che, stando alle carte, arrivano anche dal calcio di alto livello.
Il punto più delicato dell’inchiesta riguarda proprio i nomi. Nelle carte compaiono circa settanta sportivi e tra questi figurano anche calciatori di primo piano o comunque cognomi ben riconoscibili per chi segue la Serie A. I riferimenti più rumorosi sono quelli a Bastoni, Scamacca, Bellanova, Calafiori, Vlahovic e Leao. E poi ancora De Winter, Hakimi, Bisseck, Carlos Augusto, Giroud, Menez, Arthur Melo, Huijsen, Ruggeri, Nuno Tavares, Daniel Maldini, Marcus Pedersen, Christian Volpato e Cheikh Niasse. Spunta anche il nome di Dejan Stankovic, ex Inter e Lazio.
Le squadre lambite mediaticamente dalla vicenda sono soprattutto Inter e Milan, ma nelle carte affiorano riferimenti anche a Juventus, Atalanta, Lazio, Torino, Verona, Sassuolo e Monza. È su questo punto, però, che serve la massima precisione. I nomi presenti negli atti non equivalgono automaticamente a responsabilità penali. Nessuno dei calciatori citati risulta indagato. In diversi casi si tratta di nomi emersi nelle conversazioni intercettate, di riferimenti fatti dagli interlocutori o di elementi registrati dagli investigatori nel corso delle attività. Il dato giudiziario, almeno allo stato, resta questo. Il dato mediatico, invece, è un altro: quando sulle carte finiscono cognomi di quel livello, la notizia esplode comunque.
Secondo la ricostruzione investigativa, il circuito si attivava in particolare quando a Milano arrivavano giocatori per partite o trasferte. Le serate prendevano forma nei locali più esclusivi della città e proseguivano poi in hotel di lusso o appartamenti riservati. Le escort, meno di dieci tra italiane e straniere, avrebbero avuto tra i 18 e i 30 anni. L’organizzazione si muoveva per soddisfare in tempo reale le richieste della clientela, con una logica quasi industriale: reperire ragazze, comporre i gruppi, gestire gli spostamenti, incassare e redistribuire.
Il materiale più forte resta quello intercettato. Ed è proprio lì che il sistema prende corpo in maniera brutale, senza filtri. Le frasi riportate nelle carte raccontano un linguaggio diretto, sfrontato, quasi meccanico. «Vuole una tipa da scop*** e a pagamento, tu la riesci a trovare una?», dice uno degli interlocutori. E dall’altra parte la risposta sarebbe immediata: «Gli mando la brasiliana». Non c’è esitazione, non c’è sorpresa. C’è soltanto la gestione rapida di una richiesta come se si trattasse di prenotare un tavolo o un’auto con conducente.
Altre conversazioni mostrano la parte economica dell’ingranaggio. «Devo capire un attimo quanti soldi devo recuperare tra sabato e domenica», dice uno degli indagati. E subito dopo partono i conti: mille da uno, tremila da un altro, soldi che girano in fretta e che, secondo gli inquirenti, descrivono un volume d’affari assai superiore a quello dichiarato. C’è anche il lato logistico, quello che mostra la pressione continua per tenere in piedi la macchina: «Abbiamo ragazze o no?», «Siamo corti di donne», «Dobbiamo arrivare a sei o sette», «Qualche calciatore ci sarà stasera, mi serve qualcuna che li acchiappa». Frasi che, lette tutte insieme, restituiscono l’idea di un meccanismo strutturato, lontanissimo dall’improvvisazione.
In una delle telefonate compare pure il riferimento a un pilota di Formula 1 in arrivo a Milano: «C’è un mio amico pilota di Formula 1 che viene qua a Milano stasera, vuole una tipa». Un dettaglio che allarga il perimetro della vicenda e suggerisce che il giro non toccasse soltanto il calcio, ma si muovesse nel più vasto mondo dello sport e del lusso.
Tra i passaggi più inquietanti dell’inchiesta ci sono anche quelli legati al protossido d’azoto, il cosiddetto gas esilarante. Nelle conversazioni se ne parlerebbe come dei “palloncini”, un dettaglio che gli investigatori considerano rilevante soprattutto perché si tratterebbe di una sostanza scelta anche per una ragione precisa: non lasciare tracce nei controlli antidoping. Ed è qui che la storia si fa ancora più opaca. Non soltanto sesso a pagamento e soldi, ma anche serate in cui circolerebbero sostanze usate per alterare lo stato mentale senza esporsi troppo.
Un episodio in particolare viene segnalato nelle carte: il 17 novembre, all’hotel Il Duca, una ragazza avrebbe chiesto a un’amica di procurarle proprio i «palloncini». È un dettaglio che da solo non cambia il quadro giudiziario, ma che contribuisce a definire l’atmosfera di certe notti milanesi raccontate dall’indagine: ambienti esclusivi, clienti ricchi, ragazze da reperire in fretta, sostanze per sballarsi e conti da chiudere entro il weekend.
Poi c’è la frase che più di tutte sposta il baricentro della vicenda. Una delle ragazze, dopo una notte con un cliente, avrebbe confidato: «Ti dico una cosa, ma non dirla a nessuno. Ho fatto il test, sono incinta da più di tre settimane. Quindi è di…». La frase resta sospesa, ma basta e avanza per cambiare il tono del racconto. Fino a quel momento la storia sembra quella, già pesantissima, di un sistema di prostituzione organizzata cucito addosso ai desideri di clienti facoltosi. Con quella confessione, invece, entra in scena un elemento umano e drammatico che rende tutto più scuro. Non c’è più soltanto la cronaca di una notte di eccessi. C’è l’ombra di una conseguenza che esce dalla logica del consumo e diventa potenzialmente esplosiva.
L’inchiesta, allo stato, colpisce gli organizzatori del presunto sistema, non i clienti citati nelle carte. E non ci sono accuse penali formulate nei confronti dei calciatori i cui nomi emergono nelle intercettazioni o nei passaggi investigativi. È un confine fondamentale, sia giuridicamente sia giornalisticamente. Ma è anche il confine che rischia di sparire appena la vicenda entra nel tritacarne mediatico.
Perché, anche senza indagati eccellenti, il solo fatto che nelle carte compaiano nomi come Bastoni, Vlahovic, Leao, Scamacca o Calafiori basta a trasformare un fascicolo giudiziario in una bomba mediatica. Soprattutto a Milano, città in cui il calcio, il denaro e la notte si sfiorano da sempre a distanza ravvicinata. Da una parte c’è l’indagine vera, con i suoi tempi e le sue cautele. Dall’altra c’è il racconto pubblico, che corre molto più veloce e non aspetta le sfumature.
Quello che emerge, in ogni caso, è il ritratto di un ambiente dove tutto sembra organizzato per non lasciare vuoti: i clienti da soddisfare, le escort da trovare, i tavoli da allestire, i soldi da incassare, le notti da riempire. Un sistema che, secondo la Procura, si muoveva come una macchina ben oliata. E che adesso, finito nelle carte dell’inchiesta, mostra il suo lato più sporco. Milano resta sullo sfondo, lucida e scintillante come sempre. Ma dietro le vetrine, le suite e i privè, stavolta affiora una storia molto meno patinata e molto più difficile da archiviare come semplice gossip.

