Un’ex dipendente rinviata a giudizio per accesso abusivo: 1,3 milioni di file sottratti allo studio del consulente di Report. Tra quei documenti, nomi di primo piano della politica e dell’economia. La Lega parla di dossier, Ranucci respinge. Ma resta il nodo centrale: un furto di queste dimensioni non nasce per caso
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Un milione e trecentomila file non si portano via per curiosità. Non si scaricano per errore. Non finiscono su hard disk esterni “per sbaglio”. Quando un archivio digitale di queste dimensioni – 1.323.953 file, circa 910 gigabyte – viene sottratto da uno studio professionale che lavora da decenni nel cuore della criminalità economica, la prima domanda non è come, ma perché. E subito dopo: per chi.
È questo il punto che rende il caso dello studio di Gian Gaetano Bellavia qualcosa di più di un procedimento per accesso abusivo a un sistema informatico. La ex dipendente rinviata a giudizio, secondo l’accusa partita proprio dalla denuncia del commercialista, avrebbe sottratto l’intero patrimonio digitale dello studio, il suo “know how”, per poi riutilizzarlo nel successivo impiego presso due società di investigazioni. Se questa ricostruzione verrà confermata, non siamo davanti a un furto qualsiasi, ma a un trasferimento mirato di informazioni.
Bellavia non è un professionista qualunque. È un consulente storico in inchieste di criminalità economica, un revisore che lavora da anni accanto ai magistrati, e un volto noto al grande pubblico per la sua presenza fissa a Report. Questo significa una cosa molto semplice: i suoi archivi non contengono solo bilanci, ma tracce, ricostruzioni, materiali preparatori, incroci di dati, documenti consegnati per consulenze tecniche che spesso anticipano o accompagnano le indagini giudiziarie.
Secondo quanto emerge, tra i file sottratti comparirebbero nomi che attraversano trent’anni di potere italiano: Silvio Berlusconi, Matteo Renzi, John Elkann, Massimo D’Alema, Luigi Di Maio, Flavio Briatore, Gianni Letta, Claudio Lotito, Cesare Previti, Giulio Tremonti. Alcuni clienti, altri soggetti coinvolti in procedimenti nei quali Bellavia avrebbe operato come consulente. Qui sta il nodo: non è l’elenco dei nomi a fare scandalo, ma il fatto che quelle carte fossero concentrate in un unico archivio privato, ora – secondo l’accusa – sottratto in blocco.
Nella denuncia si parla di documenti «ad altissima sensibilità». Un’espressione che pesa come un macigno. Perché se fosse confermato che tra quei file figurano anche intercettazioni, flussi bancari, perquisizioni, materiali ricevuti nell’ambito di consulenze e non confluiti negli atti pubblici, il problema smetterebbe di essere individuale e diventerebbe sistemico. Non più soltanto un illecito informatico, ma una falla strutturale nel rapporto tra giustizia, consulenti e sicurezza dei dati.
La politica non ha perso tempo a fiutare l’occasione. La Lega ha parlato apertamente di “indagini parallele” e di dossier, chiedendo che venga fatta piena luce su «mandanti e destinatari» di queste informazioni. Una reazione che punta dritta al cuore della questione: chi doveva ricevere quei file? Perché un archivio di questo tipo ha valore solo se qualcuno lo sa leggere, interpretare, usare.
La risposta di Sigfrido Ranucci è stata netta: nessun materiale riservato di Report, solo documenti provenienti da fonti aperte, visure, bilanci, materiale di lavoro ordinario. Una linea difensiva chiara, che respinge l’idea di un archivio segreto utilizzato per processi mediatici. Ma anche accettando questa versione, resta un fatto difficilmente aggirabile: perché rubare oltre un milione di file di “fonti aperte”? Perché portarli via integralmente? Perché trasferirli in un altro contesto professionale?
È qui che il caso smette di essere giuridico e diventa politico, culturale, persino industriale. Nel mercato delle informazioni, la quantità è potere. Un archivio così vasto consente profilazioni, ricostruzioni retroattive, connessioni trasversali. Serve a chi deve conoscere in anticipo, a chi deve proteggersi, a chi deve colpire. Serve a chi fa intelligence economica, a chi costruisce dossier, a chi lavora nell’ombra dove la linea tra lecito e illecito è sempre più sottile.
Pensare che un’operazione di questa portata sia frutto dell’iniziativa solitaria di una ex dipendente significa ignorare la logica stessa del furto informativo. Qui non si parla di appropriazione occasionale, ma di prelievo sistematico. E ogni prelievo sistematico presuppone un utilizzatore finale. Qualcuno che attende quelle carte, che ne conosce il valore, che sa come trasformarle in vantaggio.
La vera domanda, allora, non è se quei file fossero tutti riservati o meno. La vera domanda è un’altra: a chi giova impossessarsi dell’archivio di uno dei consulenti più esposti d’Italia? Chi trae beneficio dal possesso incrociato di dati su politici, imprenditori, indagini, consulenze? E soprattutto: chi ha interesse a farlo senza esporsi, delegando il lavoro sporco?
Il processo dirà se l’accusa reggerà. Ma già ora una cosa è chiara: questo non è un semplice furto d’ufficio. È una storia che parla di potere informativo, di controllo delle narrazioni, di archivi che valgono più dell’oro. E finché non sarà chiarito chi aspettava quelle carte, il sospetto resterà lì, sospeso come una domanda che fa paura a molti: chi ha ordinato il furto e per quale guerra invisibile?

